MARIO SOBRERO.
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DI PADRE IN FIGLIO.
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Parte 2.
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1942. Bompiani Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da Catia Righi e Paolo Alberti. Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Capitolo 7. Anno 1906-1907.
Capitolo 8. Anno 1911.
Capitolo 9. Anno 1912.
Capitolo 10. Anno 1913.
Capitolo 11. Anno 1914.
Capitolo 12. Anno 1916-1918.
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FINE Indice.
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Capitolo 7. Anno 1906-1907.
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Gi da cinque anni i Crivelli erano ai "Cavalieri" e quel podere aveva preso un altro aspetto. Ma quando i padroni venivano da Rebbia, sempre all'improvviso, guardavano i cancelli le siepi le strade i sentieri rimessi in ordine, le vigne rifatte, i campi ben lavorati, tutta quella terra che pareva nuovamente giovine, guardavano prepararsi con abbondanza le messi ed i tagli di fieno, caricarsi d'uva i filari, crescere nell'orto i prodotti di stagione: come se queste cose non fossero mai state meno floride. Arrivavano sopra un barroccio di campagna, lustro e tirato da un buon cavallo; ne scendevano maestosi, la moglie sempre col cappello, il marito con cravatta di molti colori e scarpe crocchianti, con baffi e capelli arricciati, un po' tinti, lei alta, egli pi basso, tarchiato. Non facevano un sorriso; parlando, la donna schiudeva appena le labbra sottili, l'uomo sfoggiava voce sonora e larghi gesti. Per cavar da loro il denaro occorrente alle migliorie era necessaria una straordinaria pazienza. Il podere l'avevan comprato per poco da una delle tante vecchie famiglie della citt che andavano in rovina. I coloni che essi vi avevan trovati, si erano disgustati subito dei padroni nuovi e se n'erano andati lasciando il posto ai Crivelli.
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Erano di Rebbia, i due; si erano incontrati a Nuova York, dove prima avevan fatti, probabilmente, spregiati mestieri; essendosi sposati, piano piano erano risaliti tenendo botteghe di fruttaioli in quella metropoli; l era morto, ucciso da un petardo il giorno della festa nazionale, l'unico loro figlio. Oltre che per interesse, anche per vanit si compiacevano di veder trasformarsi il podere; avevano dispetto che la gente continuasse a chiamarlo col nome antico, i "Cavalieri", invece di dire "i Bardissone"; per si davano molta cura di non sembrar troppo ricchi.
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Ai mezzadri rimproveravano sempre che le spese erano eccessive; giravano dappertutto, l'uomo da una parte e la moglie da un'altra, entrando anche nell'abitazione dei coloni, frugandovi con gli occhi in ogni angolo, interrogando tutti, con fare autorevole e severo; ogni loro cenno o parola significava: "Badate, queste piante non sono vostre, questi muri delle stanze non sono vostri; la terra su cui camminate,  nostra, tutto  nostro". Con aria di biasimo per il tempo sprecato osservavano un pergolato di canne fatto da Giusto dietro casa per mangiarvi al fresco, e il bordo d'ireos da lui piantatovi attorno; ma una volta portarono col barroccio due gobbi di terracotta e li misero ai lati della porta del fabbricato civile, dove s'erano adattato alla meglio un paio di stanze. Girando per ore, la donna non s'impolverava nemmeno l'orlo della veste, il marito non si scomponeva la pettinatura. Ordini ed insegnamenti non ne risparmiavano a nessuno. Un giorno il padrone, vedendo passare Urbano col carro, gli grid di attaccare pi corti i buoi al timone. Il vecchio si piant sui due piedi, si lev il cappello: - Voi, signor padrone, v'intendete di molte cose, ma i buoi so meglio io come vanno attaccati. - E si rimise il cappello e and innanzi.
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L'epoca della trebbiatura o della vendemmia era attesa dalla famiglia con angoscia perch i Bardissone si stabilivano nel podere fin che il lavoro non era terminato ed il raccolto diviso, e per qualche tempo bisognava vederseli intorno a tener d'occhio i sacchi o le ceste, a guardar tutti nelle mani come in mezzo ad una banda di ladri. I Crivelli, anzich avidi, quasi indifferenti per la roba che non gli spettasse, si sentivano molto al disopra dei padroni; tuttavia ci soffrivano, ed in quei giorni Cleto e Marta non potevan mangiare. Nell'andarsene i padroni, seduti duri e maestosi nel barroccio, davano ancora lunghe occhiate in giro, come a registrar bene nella memoria ci che lasciavano.
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Sapevano i Crivelli che chi aveva posti buoni se li teneva, e che si poteva capitare anche peggio; inoltre, i vecchi non avrebbero ormai pi voluto allontanarsi troppo da Luvo. Urbano diceva a se stesso che anche questa era una prova mandata da Dio: sopportandola con pazienza, egli si faceva nuovi meriti per l'altra vita. A migliorar il podere s'erano messi subito, per vergogna di vivere su terre cos rovinate, per istinto di agricoltori, per ricordo delle terre dell'Amist; Giusto s'era dato all'impresa interamente, come inventandosi una ragione di vivere, ed Urbano lo aiutava da par suo. Ma ai "Cavalieri" non s'affezionavano; era morta in tutti l'illusione che il lavorar la terra fosse un creare qualchecosa, poich avevano conosciuto per prova come la terra, a lavorarla, non cessava di essere roba altrui; in tutti era morta la fede nel giro delle annate, l'idea che i raccolti, la trebbiatura, i tagli del fieno, le gite al molino fossero feste. E poi il luogo, cos basso sul fianco della valle silenziosa, con quella casa cadente, era triste. Nei due pioppi, soli e decrepiti, veniva voglia di piantar la scure.
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Del passato si parlava ben poco, in famiglia; pure, l'Amist era sempre nell'animo di tutti: il loro regno in mezzo all'altra valle piena di vita. Nel ricordo dell'Amist durava sempre l'amarezza d'essere stati frodati dagli eredi di Casimiro Gallant perch dalle sue carte in disordine, dal groviglio dei vecchi conti non era risultato che i Crivelli fossero creditori, e le prove ch'essi ne avevano, foglietti scritti da loro, non erano bastate. Cos, venendo via di l, si erano tirata dietro la catena dei debiti contratti in passato a Luvo, a Rebbia, per vestirsi, per ricomprare qualche animale morto di malattia; e non riuscivano a liberarsene. Ma la loro grande tristezza era nel pensare che non esistevano pi quei boschi, lo stagno era interrato, la casa in parte demolita in parte rifatta, e che il podere - quel mondo - se n'era andato in ritagli di terra. Soffrivano a rivedere i vicini che ora possedevano quei ritagli. Del resto i legami con la gente d'allora erano quasi spezzati; fino ai "Cavalieri" amici non ne venivano; i Bardissone non volevano visite, non lavoratori avventizi perch costavano, non vagabondi perch "rubavano". Alla fine d'ogni inverno giungeva notizia che qualcuno dei pi vecchi frequentatori dell'Amist era morto: in una stalla come Magallo il reduce della Crimea, o nell'acqua d'un fosso, ubbriaco, come Franzino, il buon manovale di brutto ceffo che parlava soltanto alla domenica.
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In famiglia vi era adesso una nuora: una donna sui ventiquattro anni, sana, carnosa, piuttosto taciturna, con begli occhi in un viso rustico, la quale portava volentieri scalzi i suoi grossi piedi. Era Camilla, moglie di Giusto. Prima che i Crivelli lasciassero il podere condannato, Giusto era stato fermato sulla strada dall'Avventina, la figlia unica del ricco vicino, la giovine monaca di campagna; ella gli aveva detto che, se un giorno si fosse sposata, sarebbe stata contenta di prendere lui; con poche parole e con una stretta di mano il contadino aveva accettato il patto; poi aveva atteso senza fretta, ma per due anni l'ereditiera non s'era fatta viva, finch, incontrandolo a Rebbia sul mercato, lo aveva informato che il padre non le dava il consenso, non voleva che si sposasse, con nessuno. Dopo un altro anno Giusto aveva presa in moglie Camilla, figlia di poveri mezzadri, come lui, robusta ignorante tranquilla: per darsi definitivamente al proprio destino e non pensarvi pi. Il contegno della donna era quello d'una buona serva; faticava, obbediva a tutti, si vergognava a mangiare; la festa saliva al paese per la prima messa, impacciata in un duro vestito, e subito ritornava; non aveva mai niente da dire e forse non ascoltava nemmeno quel che dicevano gli altri; ma doveva esser contenta del matrimonio e di ogni cosa.
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Cleto aveva un'infermit da cui era costretto a portare uno strumento di tortura, un cinto, e non poteva pi fare sforzi, ogni lavoro lo fiaccava subito; la pi gran parte della giornata stava seduto sullo scalino di casa o nelle stanze, scoraggito; ma, appena sentiva qualcuno, si rimetteva in piedi. Marta aveva parecchi anni meno del marito, tuttavia il suo viso, con quella smorfia del pianto sempre pi marcata, era gi di vecchia, ed ella continuava i suoi lavori come se non le rimanesse speranza di sorta. Sola con Cleto ripigliava il discorso che agli altri non piaceva, quello dei figli lontani. A Torino Fede e Remo dovevano aspramente combattere per il pane, lei lavorando in fabbrica, l'uomo dando a nolo qua e l, alla peggio, le sue braccia di contadino che non sapeva far nulla. Avevano avuto un solo bambino, morto dopo qualche mese. La famiglia non li aveva pi riveduti. Due o tre volte all'anno veniva Regina, sempre pi magra, talora con un figlio nuovo; nella pianura i possedimenti del marito si allargavano; ella dava del denaro alla madre, la invitava a passar un po' di tempo da lei, e Marta diceva: - Un'altra volta. - Dionisio scriveva dalla Francia assai di rado. Portava sue notizie qualche compaesano che arrivava di l: era a Marsiglia, parlava bene il francese, sembrava un francese. Segretamente la madre pensava sempre a lui. A Luvo se ne sapeva altro, e Giusto ne aveva sentore; il fratello cambiava lavoro ogni tre mesi, facendo la vita degli emigrati viziosi, nei vicoli del porto, nelle bettole, sempre squattrinato; ma a tornare non pensava affatto.
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Sulla cima dell'alta collina di fronte si vedeva la pineta dei Farra, con la casa bianca tra i grandi alberi, "in mezzo ai boschi", come diceva la gente dei dintorni. Guardando, Marta si domandava ancora perch la signora non avesse voluto comprar l'Amist, salvare il podere e salvar loro. D'estate i Farra venivano a trovarli ma non si parlava pi di quel tempo. Anche Giusto guardava talvolta la pineta e pensava; Irene, ci che era accaduto in una certa estate, ci ch'egli aveva sofferto, tutto era estremamente lontano; e Graziano stava in una vita cos diversa dalla sua!
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Gli ultimi figli dei Crivelli adesso erano grandi. Donato, ragazzo di vent'anni, sapeva appena leggere e la domenica andava per le osterie; egli non era capace d'immaginare altra sorte che quella del contadino, per gli spiaceva che il mangiare fosse sempre scarso alla sua fame e che i soldi datigli dal padre in fine di settimana fossero pochi a paragone del lavoro fatto. La sorella Uliva non somigliava a nessuno. Si faceva bella sebbene, a diciassette anni, ancora acerba e scarna; guardava in terra, poi ad un tratto piantava in faccia due occhi chiari e cattivi. Detestava il lavoro dei campi, attendeva malvolentieri anche a quello di casa tornando ogni momento allo specchietto della sua camera; spariva, e non si sapeva dove andasse; ricomparendo, dava spiegazioni assurde o non ne voleva dare; mentiva in tutte le cose, per divertimento; trattata bene rispondeva male, presa colle cattive s'andava a buttare sul letto e non si moveva pi; non c'era verso di addomesticarla. Sfidava anche Giusto. Il vecchio Urbano si ostinava a combattere con lei, scagliandole anatemi pesanti che rimbalzavano sul freddo sogghigno della ragazza come pietre sul ghiaccio. Forse, Uliva s'era disegnato nella mente un avvenire a suo capriccio, fuori della vita dei parenti. I ragazzi grandi dei contorni gironzavano sui confini del podere.
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Giusto non le badava pi. Egli non faceva che lavorare; la festa si riposava. Non sentiva pi affatto la piccola vanit dei contadini, d'andar la domenica al paese vestiti bene, di frequentare i mercati, le sagre. I conoscenti coi quali si sarebbe potuto intrattenere, gli sembravano uomini che non avessero alcuna idea delle cose del mondo. Se vi era un motivo, scendeva a Rebbia lungo la settimana e ne tornava con giornali socialisti che poi rileggeva pi volte. La forza dei suoi muscoli era ancora cresciuta, la sua persona aveva qualcosa di quadrato; ogni tanto, anche d'inverno, si faceva radere fino alla cute quella testa ostinata; lavorando o pensando sporgeva innanzi la mascella gagliarda; non pronunziava parola senza necessit. Qualche volta, se non era osservato, guardava la moglie, gran pezzo di carne giovine che era suo: una ottusa contadina che non sapeva niente, non pensava a niente, nemmeno chi fosse lui e perch fosse andato a prenderla. Figli non gliene aveva ancora fatti, n c'era segno che dovessero arrivarne. Di fronte ai Bardissone, Giusto stava calmo e sicuro, senza dar loro confidenza. Ora egli guardava la valle come uno che non si curasse di quel che esisteva altrove; credeva d'essersi adattato alla propria sorte; ma nell'animo aveva un odio oscuro ed in testa l'idea che era necessario far qualchecosa per cambiare il mondo. Fantasticava di poter conoscere, per mezzo dei Farra, Metello e parlare lungamente con lui.
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Lo stanzino che il vecchio Urbano occupava ai "Cavalieri" non era molto diverso da quello dell'Amist; vi aveva il saccone di prima, le vite dei santi sopra l'assicella fissata al muro, le immagini sacre e la stampa dei pontefici appese alle pareti allo stesso modo che nell'altra cella. L dentro si credeva ancora all'Amist. Mentre di notte faceva le sue letture inginocchiato sul pavimento, con le mani ed il libro sul saccone, col lume ad olio posato accanto a s sopra uno sgabello, guardava ogni tanto la propria ombra sul muro ed era contento che somigliasse agli eremiti veduti nelle immagini. Stagioni e giornate portavano i soliti lavori, le piogge, il sereno, le ore dei pasti e del sonno: tutto veniva da Dio, ed egli col pensiero ridava tutto a Dio, consacrava ogni cosa a Lui. Un poco pi lunga era la strada per salire a Luvo, ma la chiesa, le funzioni, le processioni nelle quali egli camminava davanti alla statua della Madonna, eran sempre le stesse; egli commetteva ancora qualche peccato d'impazienza e d'ira, e sempre il Signore perdonava, guardando tutta la sua esistenza, gi lunga. Da qualche tempo il bifolco sentiva in una maniera vaga e strana che nel suo corpo era avvenuto un cambiamento, nelle vene, forse; non si sentiva pi sicuro di s, quanto al corpo; aveva fame come prima ma dormiva pochissimo, di notte lo prendeva spesso un ardore penoso, un'ansia. Credeva che presto si sarebbe ammalato veramente e che avrebbe potuto far penitenza dei peccati soffrendo lunghi tormenti nel suo letto. Pensava pi sovente al Paradiso: immensa adunata di santi e sante, di papi e martiri, messi in bell'ordine intorno ai personaggi divini secondo la loro importanza, e molto in basso era il posto dei poveri bifolchi, i quali per portavano anch'essi mantelli dorati simili a piviali.
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Vennero i giorni dell'autunno, quando sul terreno umido e scuro si vedono le macchie gialle delle foglie ed al mattino veli di nebbia tardano a lacerarsi, attaccati alle file di gelsi. Non essendovi pi niente da spartire, i Bardissone non dovevano ritornare almeno per una settimana; finch, cominciandosi le semine, sarebbero venuti ad assicurarsi che non si rubasse la semente. Ma il podere, la casa, infreddoliti sotto il cielo grigio, erano ancora pi tristi. Giusto pensava all'invernata che s'avvicinava, alle notti lunghe in mezzo alla campagna sepolta sotto la neve.
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Una mattina Urbano con Uliva finiva di arare un vasto campo non lontano da casa. La ragazza tirava per la cordicella la coppia di enormi buoi, battendoli di tratto in tratto con un ramo di salice sul muso umido e fumante; portava sulle spalle una giacca da uomo ed in capo un fazzolettaccio della madre, dava sguardi di rabbia a tutte le cose intorno. Avendo gi fatti molti solchi, era stanca, disattenta; il vecchio doveva continuamente gettarle aspri comandi e rimproveri, mentre egli guidava l'aratro, pungeva gli animali, si teneva in equilibrio con le grosse scarpe sopra le zolle voluminose formate dal vomero davanti ai suoi passi. Anch'egli era stanco, ma voleva terminare il lavoro. Ad un certo punto, poich Uliva non si curava pi d'andar diritto, le grid di fermarsi, le indic la casa col pungolo, a braccio teso, terribilmente: - Vattene! Lo fai apposta. Serpe! Non ti voglio mai pi a lavorare con me. - Ella se ne and via adagio, sporgendo il labbro di sotto e battendosi le gambe col ramo di salice.
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Non era ancora in cima al campo quando Urbano, che al termine d'un solco stava voltando i bovi, si sent dentro il capo come un vortice: anche l'orizzonte girava e tutte le cose si perdevano in una mezza oscurit. Si rizz, lasciando la stiva ed appoggiandosi al pungolo. Infine la vertigine pass, ma egli non avrebbe saputo dire quanto fosse durata. Uliva non c'era pi. Ancora tre solchi bisognava fare. Il bifolco diede la voce ai buoi, li punse; di nuovo il ferro lucente entr nella terra, che era abbastanza morbida e non troppo umida; gli animali ripresero ad avanzare piano, ondeggiando, facendo stridere il vimine del giogo, e di nuovo le grandi zolle cadevano ai due lati del vomero come onde rotte. Il vecchio, per, s'accorgeva di stare ancora molto male; sulla terra si sarebbe voluto stendere a dormire; il capo era di piombo e dentro vi era troppo sangue, che premeva alle tempia, negli orecchi; davanti alle cose sempre un velo oscuro. Un'ansiet, una paura tenevano l'animo dell'aratore, che si mise a pregar forte. Certamente il solco veniva storto. Invece di guidare l'aratro, egli si faceva reggere, ma non poteva pi far forza, non poteva pi. Alle parole delle preghiere mescolava le voci ai buoi: - E tira, Rosso! A subitanea et improvisa morte libera me, Domine. - Ripeteva "Domine, Domine!" come se chiamasse. Il campo era tanto grande! E l'aratro andava sempre pi adagio, la terra non si voleva pi aprire.
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Prima che tutto quel solco fosse inciso, gli enormi buoi, il rosso ed il bianco, sentirono cessare ad un tratto la presa - quella durezza della terra ch'essi dovevano vincere con la loro mole - e l'aratro era divenuto un peso sciocco, sobbalzante. Non udivano pi la voce dell'uomo; punture nelle cosce o sul dorso non ne arrivavano; si fermarono. Il bove di sinistra, il bianco, guard dalla sua parte e vide sul margine del campo piante selvatiche che avevano grosse foglie buone da mangiare; vi pens un poco e poi si mosse a quella volta, accompagnato docilmente dall'altro; d'accordo incominciarono a strappare e masticare adagio il fogliame. Ma infine, dal fatto che nessuno veniva a punirli comprendendo d'esser soli, gli animali furono presi da timore; lasciarono del tutto di mangiare per mandar lunghi muggiti, prima il rosso e dopo il bianco oppure insieme, col muso alzato verso casa. Comparve lass Donato e subito si gett per il pendio a gran salti. Aveva creduto che presso i buoi non fosse rimasto nessuno; come vide che nel campo stava lungo e disteso lo zio, si ferm, lo chiam. Le bestie avevano cessato di muggire, c'era un gran silenzio. Ripreso coraggio, il ragazzo scese fino a due passi dal vecchio. Non era possibile non capire che era morto: stava nell'ultimo tratto del solco non finito, col viso nello scavo, con le braccia larghe e col pungolo ancora stretto nella destra; il cappello era a breve distanza dalla testa calva, che era bianca perch egli la teneva sempre coperta; da un piede gli s'era sfilata la grossa scarpa, come se si fosse fatto trascinare un momento aggrappato alla stiva. Per la strada principale del podere arrivava Giusto ed ai richiami violenti del fratello s'avvicin in fretta. Mand subito il ragazzo a casa a chiamar tutti. Mentre li aspettava, Giusto si chin sul morto cercando di vedergli il viso, ma nemmeno lui lo tocc.
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Vennero correndo Marta e Camilla, insieme, seguite da Cleto che correre non poteva e che si sentiva mancare il cuore a misura che s'avvicinava a quel corpo; arriv Uliva, la quale mangiava una mela cotta e ad un certo punto butt via quel che ne avanzava. Camilla portava le coperte dei buoi e Donato trascinava da solo la barella di cui si servivano a levar lo strame dalla stalla. - Oh! - faceva Cleto guardando fisso il fratello disteso nel solco. - Oh! - Marta singhiozzava, Camilla perdeva grosse lacrime ma col fiato affannato soltanto dalla corsa; ora piangeva anche Uliva, corrugando la fronte. Poich li ebbe tutti vicini, Giusto tolse il pungolo dalla mano del morto e lo diede alla moglie perch lo tenesse. Quando egli e Donato ebbero voltato il corpo per posarlo sulla barella, dove Marta aveva distese le coperte, si vide che il vecchio aveva la bocca piena di terra. Gli occhi erano tranquilli, sebbene cos immobili; la barba mostrava i soliti nodi dei giorni di lavoro.
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Per portarlo a casa si form un piccolo corteo. Uliva camminava innanzi a testa bassa, pensando ad un vecchio che la sgridava e col quale bisognava per ore andar su e gi a fare i solchi; Donato era il primo portatore della barella, Giusto il secondo; dietro venivano Marta, che aveva gi tirato fuori di tasca il rosario ma continuava solamente a singhiozzare, e Camilla imbarazzata dal pungolo che non sapeva come tenere; Cleto, portando il cappello e la scarpa del morto, seguiva a qualche passo di distanza e camminava come se avesse fatto moltissimo cammino. Incontro a tutti accorse il cane di casa allegramente; veduta la barella con quel che vi stava, abbass la coda ed usc in fretta dalla strada. Dopo aver posato, con l'aiuto del fratello, il corpo sul saccone della cella, Giusto lo compose con cura mentre le donne, fuori, cercavano candelieri, si chiamavano, senza far rumore. Giusto non entrava mai nello stanzino di Urbano; sopra l'asse dei libri vide un mezzo pane lasciatovi dal vecchio; allora cap veramente che era finita la vita dello zio, tutto quel lavorare e pregare, e che un vero amico, quell'uomo severo e coraggioso, era uscito per sempre dall'esistenza della famiglia.
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Si ricord dei buoi rimasti nel campo; senza dire niente and per prenderli. Ma laggi si accorse che restava soltanto da fare un paio di solchi; allora rimise gli animali nella direzione giusta, piant l'aratro dove la traccia finiva, fece sentire la voce. E le bestie ripresero a tirare finch il lavoro fu terminato.
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Tra le pareti bianche, lungo le quali lucevano i mobili di cristallo e di ferro verniciato di bianco, l'aria era tepida, ferma. Di l Sisto sentiva il suo grande istituto, coi molti corpi di fabbrica dov'erano di piano in piano le corsie e le stanze dei malati, le sale operatorie, le gallerie vetrate, i laboratori, la cappella, gli atrii, gli ascensori, i sotterranei delle macchine. Tutto era silenzioso e netto. Dentro gli alti edifizi eguali ogni giorno arrivavano gli infermi per essere ricoverati; si eseguivano le operazioni, gli assistenti facevano le analisi chimiche, gli esami col microscopio, coi raggi; gli infermieri prendevano le temperature, le suore passavano senza toccar terra dalle corsie alla cappella; gli ammalati avevano gli accessi di febbre, gli sbocchi di sangue, si aggravavano o miglioravano, guarivano o morivano; e tutto andava come un orologio.
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Sulla scrivania Sisto aveva innanzi a s fotografie di preparati microscopici e cartelle di appunti. Da qualche tempo s'era dato a studiare nella tubercolosi il problema dell'eredit. Ma ora non riusciva a tener la mente in quei pensieri; era in un'attesa affannosa. Se ne erano accorti, nella clinica, del suo turbamento; la superiora delle monache gli aveva domandato: "Professore, non state bene?".
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Perch l'agente non telefonava? La riunione pomeridiana della Borsa doveva esser terminata. Non potendo pi rimanere seduto, il professor Farra si avvicin all'ampio finestrone dello studio. Si vedeva dall'alto, sulla riva opposta del Po, l'intera citt, che sembrava stendersi nella pianura fino alle Alpi, sotto un grigio cielo d'inverno: cupole, cime di palazzi, un mare di tetti, tagli di vie, campanili, officine innumerevoli coperte di uno strato di fumo. Ascoltando si udiva un rumorio confuso. L succedeva quella rovina. Sisto guardava dove, press'a poco, stava la Borsa, come per comprendere a quale punto era il disastro. Nella mattina i titoli erano ancora calati spaventosamente; tutta la citt aveva la febbre, faceva vendere vendere, quelle azioni delle fabbriche d'automobili che prima la folla si strappava di mano, quando salivano vertiginosamente e davano guadagni a chi ne voleva. Squill sulla scrivania il telefono; Sisto vi accorse, ma parlava l'amministrazione della clinica ed egli rispose con impazienza poi torn ad aspettare davanti al finestrone. Perch si tardava tanto ad informarlo? Non distante dal fiume, dietro la lunga macchia rossiccia del Valentino, vi era la sua casa, nascosta; la sua famiglia viveva come sempre, del disastro incominciato non sapeva niente. Di nuovo risuon il campanello del telefono; parlava un medico della citt, per un malato. Rispondendo, Sisto alz gli occhi alla pendola appesa, ad una parete: le due e quarantacinque. Quali notizie gravi aveva da dargli l'agente, che ritardava a quel modo? Se in Borsa vi fosse stata una ripresa, certamente lo avrebbe avvertito prima. Ma come poteva esservi una ripresa? L'apparecchio chiam ancora quasi subito, e adesso parlava l'agente: i titoli avevano perduti molti altri punti, molto altro denaro era andato in polvere in quelle poche ore, e bisognava continuare a vendere.
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La voce, nel telefono, parve a Sisto quella di un persecutore, quasi di un carnefice. Posato il ricevitore, ebbe una certezza terribile, che la discesa dei valori non si sarebbe pi fermata e che in fondo al pendo sul quale egli andava scivolando c'era la distruzione di tutto quanto possedeva, la rovina. Si mise a camminare intorno alla stanza e guardava le cose come se non le avesse mai viste. Dov'era il ritratto di Antonio Sparvieri, si ferm, sotto lo sguardo chiaro del maestro. Ecco, aveva tradito se stesso, il proprio passato, abbandonandosi alla passione del guadagno; non era nemmeno pi capace di studiare, fingeva; ed il risultato doveva esser questo, la perdita di quanto possedeva. Era un castigo ben meritato.
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Colpi leggeri furono battuti all'uscio. In fretta Sisto si rimise alla scrivania, dinanzi alle carte. - Avanti. - Col passo feltrato entr la superiora e disse che desiderava parlare al professore una donna anziana. -  una dei poveri: la madre di quel giovine che si chiama Reano - precis la monaca, che conosceva e ricordava la vita dell'ospedale in ogni particolare. Avendo il direttore fatto cenno che fosse introdotta, si present di l a poco una gran donna vestita umilmente di scuro, che pareva anche pi grande e pi scura nella bianchezza della stanza, una madre di famiglia come se ne vedevano nelle case operaie, robusta, provata dalla miseria e dalle avversit ma fortissima.
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- Professore, scusatemi. Mio figlio adesso sta bene. Perfettamente! Lavora da meccanico come prima. Nessuno direbbe che avesse quel male.
Nemmeno la donna, pensava Sisto, sembrava la madre di un tisico; ramment che di tubercolosi era morto il padre del giovine. La donna continuava: - Ma io avevo proprio necessit di parlarvi. Volevo vedervi, professore. Voi lo avete visitato, lo avete operato. Mio figlio  stato tenuto qui tre mesi, gli hanno dati i rimedi, lo han fatto tornare per le visite, e non abbiamo pagato niente. Non avremmo potuto pagare. Mio figlio mi ha detto chi siete voi, come lo trattavate.  vero,  vero. Si vede anche dal vostro viso, dalla vostra persona!
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La visitatrice lo considerava cogli occhi larghi, umidi di lacrime, piegando un poco verso di lui, che stava sempre seduto alla scrivania, la gagliarda statura; e Sisto aveva la sensazione meravigliosa d'esser visto come un uomo diverso dagli altri, un uomo pi potente e pi buono degli altri. La donna guard intorno, se proprio fossero soli: - Professore, sono venuta qui apposta, sono venuta da sola apposta; se vi fosse qualcuno, non oserei: lasciatemi inginocchiare davanti a voi. - Si appoggi con ambe le mani alla tavola, come avrebbe fatto, faticosamente, per mettersi a pregare dinanzi ad un altare.
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Per un istante Sisto sent soltanto che cosa era la scienza, com'erano alti questo lavoro, questa meditazione, questa pazienza, questo sacrificio che si risolvevano in aiuto a tanta gente che soffriva; ma pens subito chi egli era veramente, che altro aveva fatto, immischiato negli "affari", preso dalla passione del gioco, del denaro; e un brivido di vergogna gli corse da cima a fondo. Non era degno del posto che occupava, del bene che poteva fare. Si pieg prestamente in avanti, verso la donna, tocc quelle mani posate sul piano di cristallo; le disse, prima che i duri ginocchi si fossero posati sul pavimento: - No, no! Non fate questo. Mi bastano le parole di ringraziamento, che mi sono molto care. - Mostrava un poco di agitazione e di confusione; tosto riprese, per, le maniere del medico, del direttore: - La clinica esiste a questo scopo, per curare, per guarire quando si pu. E tutti vi sono trattati alla stessa maniera. - Prem il bottone d'un campanello; la suora riapparve immediatamente.
- Badate che vostro figlio non lavori troppo - disse ancora Sisto alla visitatrice, mentre con uno sguardo ordinava alla suora di riaccompagnarla. - Si nutrisca bene e conduca una vita regolata.
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La donna sembrava scontenta di non aver potuto compiere l'atto che voleva, ma si riprese; a testa alta si lasci sospingere fuori dalla monaca, e nell'uscire dalla porta non si volse pi indietro. Sisto tolse da un attaccapanni il suo cmice bianco e lo infil per fare un giro nella clinica. Poteva pur sempre sollevarsi al disopra dei vili "affari", non pensar al denaro, stare nel suo vero mondo, ritrovare se stesso. Certamente, ma l'indomani il tracollo delle azioni sarebbe continuato, e poi nei giorni seguenti; non bastava non pensarvi. Non bastava nemmeno lasciare che questa ricchezza diventasse cenere: bisognava sapere, occuparsi per forza di quelle cose, vivere la catastrofe giorno per giorno, ora per ora. Intanto era necessario informar la famiglia. Come avrebbe parlato? Cos tardi! Adagio riuniva sulla scrivania le fotografie, le note, le richiudeva in un cassetto, e ad un tratto si trov deciso a dir tutto a Claudia la sera stessa.
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A casa cenava sempre dopo gli altri e Claudia gli teneva compagnia discorrendo. Quella sera egli non pot nemmeno provarsi a mangiare; le disse subito: - Vieni di sopra -; sal con lei nel proprio studio. Ella aveva capito di dover apprendere cose assai gravi. Gi l'angoscia della crisi pesava su tutta la citt; anche le signore non parlavano che di questo, e si diceva di gente ormai sull'orlo dell'abisso, si temeva un gran crollo. Sisto non le aveva nascosto d'aver contribuito con una somma importante a creare una nuova industria, una fonderia che produceva metalli per le automobili ed i velivoli; ella sapeva che quelle azioni erano andate cadendo come tante altre, ma Sisto le aveva lasciato sperare che potessero ancora risalire. Ora le disse che quel denaro bisognava considerarlo perduto. - Erano duecentomila lire. - S'era fermato in mezzo alla stanza e parlava a voce bassa, in tono aspro, rimanendo in piedi. Andata in visita, Claudia indossava ancora un vestito nero, attillato e ricamato di giaietto che sotto il lampadario scintillava; guardava il marito senza aprir bocca n fare un gesto, perch sentiva che doveva udire di peggio. Infatti egli continu, affrettando le parole: - Ma possiedo anche molte altre azioni, di queste che precipitano. Molte! E sono anche impegnato nel gioco a riporto. Sai che cos': cifre sui fogli di carta degli agenti, le differenze alla fine del mese. Perdo molto e non posso ritirarmi; non servirebbe pi a nulla.
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Claudia aveva un'impressione di smarrimento, come se attorno a lei il mondo stesse per disfarsi. Guardava sempre il marito, diritta, immobile, senza dire niente. Fatto qualche passo per scostarsi, Sisto si volt, si piant bruscamente, incrociando le braccia con uno dei suoi moti severi, come giudicando un altro. Disse: - Era denaro vostro! - Il suo viso appariva alterato da una sofferenza profonda e la voce gli tremava, sembrava doversi rompere in pianto: - Anche se l'avevo guadagnato io, col lavoro e con gli affari, era vostro, l'avevo voluto per voi. Era l'avvenire dei figli.
Nel volto di Claudia, pi bianco del consueto, gli occhi avevano l'ardore dei suoi momenti di febbre. - Credi che il ribasso non si fermer?
-  un panico, tutti vendono.  anche la fine di un gioco, di una frode.  qualchecosa che si sfascia, sono pezzi di carta che volano via.
- Allora perderemo tutto?
Sisto allarg un poco le braccia, le lasci ricadere. Ella sedette sulla sedia che aveva pi vicina, mettendosi a piangere; e non aveva fazzoletto per asciugarsi le lacrime: - Dammi il tuo fazzoletto - disse.
Intorno allo studio stavano ricchi scaffali scuri con libri bene in ordine, e sopra una tavola, nel vaso di vetro dove Claudia faceva ogni giorno metter fiori, brillavano delle rose rosse. Sisto riprese ad un tratto: - Io non ti avevo mai parlato! Non ti ho chiesto un consiglio! Quegli affari non erano degni di me ed io lo sapevo; mi sarei vergognato a parlarne.
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Claudia, che teneva il capo basso, lo rialz vivamente: - Ed io, perch non ho parlato? Perch non ho tentato di sapere? Finch si sentiva la prosperit, la fortuna, si andava innanzi senza cercar altro. Non hai avuto un ringraziamento, mai, da nessuno. La colpa di quello che succede,  anche mia. - Continuando a piangere, lo guard con un'attenzione diversa; e credette di accorgersi per la prima volta che il marito era gi sulla soglia della vecchiaia: aveva anche i corti baffi lucenti d'argento come le tempia, due pieghe stanche ai lati della bocca; in tutta la sua persona si accentuava la somiglianza col padre, come se l'invecchiamento dovesse ripetersi preciso, punto per punto. Ella lo chiam a s tendendogli una mano. E Sisto ebbe per un attimo il desiderio di baciare questa mano; invece la strinse appena, calda, vibrante, poi s'and a sedere alla scrivania dove aveva passate tante ore lavorando nel silenzio delle notti; vi accese la lampada per abitudine.
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Perdere tutto quanto si possedeva - pensava Claudia: - poteva succedere questo e non vi era niente da fare. All'improvviso le venne in mente, e le mise addosso un freddo di paura, il destino degli Andosio. Aveva sperato sottrarsi a quel destino di decadenza, di distruzione. Doveva invece subirlo come gli altri? La ricchezza per i figli sfumava, il loro avvenire non era pi sicuro. Anche in loro doveva continuar la sfortuna? Aleramo ed Ortensia, dopo aver litigato per causa di affari bizzarri tentati assieme e mal riusciti, si erano gi divisi; Aleramo era deluso della libert, scriveva: "Non sono che un galeotto a spasso". Voleva espatriare, andare a Parigi; forse giocava di nuovo. Ma perch tutta la famiglia doveva portare la stessa maledizione ed arrivare sempre a qualche rovina?
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Claudia and ad una finestra, scost una delle tende leggere; il giardino loro e gli altri accanto, i fanali della via, gli alberi lontani del parco stavano immersi in una nebbia rada, e la notte invernale pareva piena di pericoli; subito ella si rivolse verso la stanza. Sisto s'era messi i grandi occhiali ma non leggeva n scriveva, guardava vagamente innanzi a s nell'aria. Con le pupille febbrili nel viso pallido, col busto di giaietto che scintillava, Claudia gli venne vicina, si pieg ad abbracciarlo; vide, cos da presso, una delle sue tempia incanutite e vi pos le labbra. - Che importa ci che perderemo? - gli disse. - Ci restano tante cose belle!
Poich ebbe incarico di avvertire gli altri, l'indomani ella parl separatamente ai figli e ad Ascanio. Provarono tutti lo stesso stupore e quel dolore di vedere una tale ricchezza distruggersi ad un tratto senza che si potesse fare niente; per si mostrarono coraggiosi, non vollero apparire al capo di casa troppo diversi da prima. Gabriella portava ancora la bruna capigliatura sparsa sulle spalle sebbene fosse allo sboccio di una rigogliosa pubert; era alta, soda, pesante; leggeva con passione, sonava bene il pianoforte, amava molto la musica e poco gli altri studi; le piaceva parlare di argomenti seri, poi la ripigliavano momenti di svagatezza infantile. - Non saremo mica proprio poveri? - disse alla madre. Il nonno pens che dovesse finire l'esistenza alla quale si era gradevolmente abituato: andare a passeggio, scrivere tranquillamente i suoi ricordi del Risorgimento. In Graziano durava una meraviglia che il padre si fosse lasciato prendere da quegli affari, da quel gioco. Ma il seguito della crisi fu cos rapido ed inesorabile da non dar tempo a riflessioni.
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Ogni riunione della Borsa era per la citt un avvenimento nefasto; uscivano da quel luogo ventate di rovina, le azioni ne erano portate come foglie secche; non soltanto la caduta dei valori non aveva soste, ma le quote facevano da un giorno all'altro salti sempre pi paurosi verso il precipizio. Non si udiva che questo discorso; la gente aspettava con ansia le edizioni dei giornali, si addensava dinanzi alle vetrine delle banche a leggere l'ultimo bollettino, ripeteva quelle cifre; nel gioco erano rimasti presi anche i piccoli possidenti, gli speculatori di corto fiato, ed eran loro che si agitavano di pi, lagnandosi pi altamente; le giornate, le ore eran sentite passare con affanno, come se portassero la sventura di tutti, anche da coloro che non sapevano bene che cosa fosse la Borsa n avevano mai comprato un titolo. Accadevano gli stessi fatti nelle altre citt, e da quelle Borse giungevano cifre egualmente disastrose, talvolta peggiori, previsioni fosche. Le officine e le macchine, gli operai ed il loro lavoro, non parevano pi niente, cose devastate; molte fabbriche s'erano veramente chiuse; d'altra parte, alcune delle officine di cui si trafficavano le azioni, non avevano mai neppure incominciato a lavorare. Il gioco era di carta e di voci, di telegrammi, di annotazioni sui taccuini, di parole urlate nelle Borse, di parole gettate per telefono. Vendere, vendere! Quanti possedevano azioni compromesse, erano in preda alla smania di disfarsene, a quella febbre. Per salvarsi, certuni si davano disperatamente a comprar titoli d'altro genere, a rivenderli, roteati in un vortice di nomi strani e di cifre che talora facevano brevi balzi all'ins per riprendere poi a cadere anch'esse, a fare i salti verso il precipizio. Sisto si sforzava ogni giorno di comprendere per sommi capi quale fosse la propria situazione. In casa nessuno gli domandava nulla. Tra la gente della quale si sapeva che gi aveva subite perdite gravi, erano conoscenti dei Farra; una delle vecchie cugine nobili di Claudia era ridotta alla miseria; chi se ne lagnava e chi sopportava tacendo. Per la citt si faceva un gran gridare d'essere derubati; nomi di banchieri e di capitani delle nuove industrie, sospettati di aver congegnato l'inganno e d'insaccare ci che tanti altri perdevano, venivano pronunziati con odio. Altri orditori d'affari erano per travolti dalla frana, in tutta l'Italia.
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Nelle mani di Sisto molti dei titoli, prima che si potesse tentar di venderli, divennero veramente cartaccia; altri furono venduti a prezzi dieci o venti volte inferiori al costo, ed il ricavato lo ingoiarono le perdite nel gioco al riporto. Alla resa dei conti risult che le differenze divoravano tutto il danaro di cui egli ancora disponeva, e che rimaneva un debito ingente. Bisognava vendere la casa di citt. Subito Sisto provvide a far cercare un compratore. Tutto il male era previsto; pure, quando fu accaduto interamente, la famiglia si trov in un dolore nuovo, pi crudele, ed in un avvilimento come se ciascuno si sentisse cambiato e privo di forze. Poco conforto davano le circostanze del disastro che era quasi una calamit pubblica. Con Sisto ne parlava soltanto Claudia la sera quando egli rincasava. La sua parte di propriet della clinica ed i larghi guadagni di consulente assicuravano sempre un'esistenza signorile; ma la catastrofe aveva messa in tutti una passione di vivere diversamente e di far qualchecosa; Gabriella disse alla madre che voleva continuare al Conservatorio lo studio del pianoforte per farsi una carriera; Ascanio fece trovare al figlio, sulla scrivania dello studio, una lettera nella quale diceva che avrebbe potuto guadagnarsi seriamente uno stipendio lavorando nell'amministrazione della clinica; e Sisto rispose, pure per iscritto, che non vi era affatto questa necessit e che egli aveva gi lavorato abbastanza, ma mise la lettera del vecchio tra le sue carte pi preziose. In quei giorni Claudia si domandava, studiandosi il viso nello specchio, se non fosse troppo tardi per ricostruire almeno in parte ci ch'era stato distrutto. In segreto temeva di non poter conservare la villa della pineta: in pochi anni la casa e la collina avevano presa una bell'aria familiare, ma bisognava sempre spendervi molto. Presto ella mostr tuttavia, col suo brio nervoso, che aveva ritrovate le speranze.
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Nel disastro Graziano aveva soprattutto avuta una impressione violenta del mondo, della folla che si aveva intorno e della maniera come si viveva. La crisi della Borsa gli aveva fatto sentire una specie di guerra nella quale il denaro veniva rubato, si disfacevano le ricchezze, si spargevano rovine, mentre le solite leggi e regole sembravano rispettate e le cose conservavano l'apparenza solita. Tutto ci era ammesso; si sapeva bene che la vita era una lotta, combattuta con metodi complicati, con fredda intelligenza, con ferocia nascosta. Ciascuno lavorava, intrigava, faceva i suoi calcoli, combatteva, e soltanto in questo modo credeva di vivere. Egli solo non faceva niente. In disparte guardava appena ci che accadeva. Non era niente. Dopo l'insuccesso del dramma non aveva pi avuta volont di niente. Un insuccesso? No, un avvenimento finito subito nel silenzio. Il famoso attore aveva rappresentate "Le notti" a Milano e poi in altre citt importanti; c'erano stati applausi, nei giornali giudizi favorevoli e giudizi contrarii, in ogni luogo qualche replica; e tutto era rimasto come prima.
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Ormai erano passati quattro anni, ma egli ricordava le ore vissute a Milano, passeggiando da solo mentre aspettava di tornare a teatro per la seconda recita: la citt, al termine d'una giornata di lavoro, era animata e festosa, e non si curava affatto de "Le notti", non se n'era accorta. Egli aveva sentito che l'opera era mancata. Dopo, non aveva scritto e pubblicato che qualche racconto. Era rimasto fuori dell'universit, frequentando soltanto il vecchio palazzo per fare lunghe letture in biblioteca. Abbozzate altre opere di teatro, le aveva lasciate subito. Non sapeva che far di s ed aveva addosso una gran noia. Pi che mai lo scrivere gli pareva fatica inutile; del resto, pensava di nuovo che fossero inutili tutte le cose e che non valesse la pena di occuparsi di nulla. Suo padre si era un'altra volta allontanato da lui, certamente deluso dall'esito del dramma; nella madre la delusione non si vedeva, ma forse ella aspettava per lui un avvenire ancora molto distante. Quegli anni erano passati cos. Anni! A riguardarli non erano che ozio e noia, tempo vuoto.
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Per la casa si trov il compratore. Frattanto erano stati venduti i cavalli e le carrozze, anche un grande cavallo irlandese, ottimo saltatore, che aveva sostituito Ilisso. La famiglia and ad occupare un appartamento preso a pigione in una delle tante case nuove di ferro e cemento, enorme, dove ancora duravano gli odori del lavoro appena finito. Era stata ridotta la servit. Sisto pareva essersi imposta una disciplina ancor pi severa. Il figlio decise che non si sarebbe pi lasciato mantenere come prima. Le passeggiate doveva adesso farle a piedi, tuttavia continuava ad uscire nella campagna; lo agitava un bisogno di vivere come gli altri, di entrare in quella lotta, e cercava una via. Gli pareva d'essere rimasto molto tempo sdraiato in terra e d'aver ripreso a moversi.
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Una sera batt alla porta del nuovo studio del padre. Sebbene Claudia avesse disposta ogni cosa in maniera che Sisto potesse credersi sempre nella solita stanza, e vi fossero delle rose sulla tavola, si sentiva bene di essere in una casa sconosciuta, piena di gente estranea. Sisto stava alla scrivania curvo sulle sue carte nella luce raccolta della lampada come se niente fosse cambiato. In quelle ore non andava a disturbarlo nessuno.
- Scusa, - disse Graziano - ho una notizia da darti.
Il padre si tolse gli occhiali, guard meglio il giovine, lo fece sedere accanto alla scrivania. La notizia era che Graziano era stato accettato nella redazione del pi importante giornale della citt.
- Ah, sono contento - disse Sisto. - Credo sia una buona prova quella che vuoi fare. - Osservava il figlio. Questi aveva sempre una figura slanciata ed elegante ma, facendosi uomo, s'era rinvigorito. In viso a Sisto spunt un sorriso: - Tuo nonno pubblicava un giornale; Metello  anch'egli giornalista; si pu dire che segui una tradizione di famiglia.
-  vero - riconobbe Graziano. - Non ci avevo pensato. Mi pare di mettermi cos in una corrente, di entrare nella vita. Non so spiegarmi. Voglio lavorare come tutti gli altri.
- Ti capisco.
- Non so neanche bene che cosa mi faranno fare, ma non m'importerebbe d'incominciare col lavoro pi materiale. Penso un po' agli ingegneri che si mettono a lavorare al tornio, da operai. Non  vero?
- Certo. L'importante  di fare, di mettersi, come dici, nella vita, con gli altri. Non c' lavoro materiale che possa far danno all'intelligenza, se lo spirito vi partecipa.
Sisto si alz, venne presso il figlio; messagli una mano sopra una spalla, pos nei suoi occhi lo sguardo dei momenti migliori, quando saliva alla superficie tutta la bont che stava nel profondo dell'animo suo. - La notizia che mi hai data,  molto buona. Te ne ringrazio.
Torn al suo posto ma senza sedersi; tocc le carte sparse, ne alz qualcuna lasciandola tosto ricadere; di nuovo ferm lo sguardo in faccia a Graziano, poi disse piano: - Ho ripreso a studiare. Riguardo alla trasmissione ereditaria della tubercolosi non si sa niente, o ben poco. Anche per me il problema  ancora quasi del tutto oscuro. Ma ho fede. Forse la chiave del segreto, cos prezioso,  negli elementi del sangue. Non posso ancora dirti nulla: mi sembra d'avere gi in mente la soluzione del problema, ancora ignota anche a me, come qualcosa che si chiarir adagio, a forza di pazienza. Oppure, chiss, all'improvviso. E adesso va, caro, lasciami lavorare.
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Nel vasto letto antico la donna sembrava ancora pi giovine; il suo corpo sottile non aveva peso. Era nella stanza una mezza oscurit. Fuori si sentiva, appena un poco pi in basso, la piazza dove una matrona di marmo stava sempre sola in mezzo ad un quadrato di tigli; ma attraverso le tende e le imposte socchiuse si vedeva soltanto il disegno delle inferriate, sul verde degli alberi. Nella stanza scorreva un tempo diverso da quello di ogni altro luogo; ogni istante vi era denso e lungo, mentre le ore si consumavano con rapidit; presto la luce declinava, la specchiera le porte i muri coperti d'un vecchio damasco diventavano vaghi come semplici apparenze, ed i rumori radi della piazza si facevano sempre pi lontani.
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Guardato ad un tratto il piccolo orologio che una striscia di velluto le stringeva al polso, Fenice si riprendeva, balzava dal letto, ed il suo corpo era sveglio ed elastico come quando ella era giunta. Pareva obbedire allora ad un comando. Non molto alta, bianca di pelle con piccoli seni ben fatti, aveva capelli biondi pieni di vita, occhi azzurri, labbra un poco ansiose che non si chiudevano mai completamente sui denti nitidi. A rivestirsi faceva in fretta; quei capelli, appena toccati dal pettine, erano in ordine. Graziano la vedeva ridiventare quella che era tra la gente; la sentiva allontanarsi da lui prima che uscisse. Poi, subito ella se ne andava con piglio deciso.
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Viveva due esistenze, l'una libera e l'altra obbligata. Di questa parlava poco ma non nascondeva di subirla come una condanna terribile ed ingiusta. I suoi genitori l'avevano data giovanissima ad un uomo che aveva vent'anni pi di lei; e quest'uomo era pallido, di aspetto gracile; aveva un carattere freddo e meschino; avvocato, non esercitava la professione, occupandosi con rigore meticoloso di terre che possedeva e di opere pie delle quali era amministratore; amava i titoli cavallereschi, le cariche onorarie; la sua passione era di mostrarsi sopra il palco delle autorit nelle cerimonie. Pur evitando quanto poteva di parlarne, Fenice rivelava per lui un odio implacabile. Nutriva anche un profondo rancore contro la propria madre, che aveva voluta quell'unione sacrificando un'innocente; anche se doveva soltanto nominarla, faceva sentire il modo in cui la giudicava: una donna massiccia, dura, mossa da un egoismo che aveva sopraffatto ogni sentimento di maternit. Dal matrimonio era nato un bambino; aveva ora cinque anni e Fenice ne mostrava compassione come se non fosse suo, come se fosse un bambino senza mamma.
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Quando Graziano l'aveva veduta le prime volte nella biblioteca dell'universit, nelle immense sale dove gli scaffali alti fino al soffitto, le muraglie di libri, i busti ingialliti dentro le nicchie mandavano un alito di vecchiezza, ella consultava i cataloghi, prendeva appunti, copiava dei testi come le ragazze delle facolt di lettere e di legge, ma non era possibile crederla una studentessa. Cercava di confondersi con le studentesse e vivere come loro; frequentava corsi di letteratura e di storia, si faceva assegnare dei temi dai professori, usciva con gli studenti. Graziano e lei avevano scambiata qualche parola aspettando i libri dai distributori; poi avevano cominciato a passeggiare insieme, soli. A quel tempo Fenice pareva andar cercando intorno a s, nella vita, qualchecosa: senza saper che cosa, ma con un ardore di speranza. Quasi subito si era stretta al giovine, lo voleva vedere sempre pi spesso e gli lasciava comprendere la propria condizione. Gli aveva portata un giorno una fotografia di quando era fidanzata; vi si vedeva una giovinetta lieve come i veli che le avvolgevano le spalle, con l'aria felice delle fanciulle ricche e belle. Poi aveva fatte altre confidenze. Il marito, senza mai discutere, parlando sempre in tono dolciastro, aveva accettata una separazione definitiva, a patto di restare in una finta vita coniugale che evitasse scandali, salvasse il decoro. Egli si allontanava spesso per andare nei suoi possedimenti; aveva forse, con le sue fredde cautele, qualche relazione amorosa.
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- Se non ci fosse il bambino... - diceva Fenice. Il tormento pi grave era per lei di non poter amare il figlio, perch nato da quella unione, somigliante a quell'uomo, pallido come lui. Ma tutto ci ch'ella confidava, non era bastante a spiegare l'inesorabile odio, rivolto anche contro sua madre; vi era certamente un'altra causa che non voleva svelare. Graziano sospettava che prima del matrimonio la madre fosse stata l'amante di costui e che Fenice lo avesse capito troppo tardi.
Dall'amicizia che diveniva amore, il giovine era stato preso facilmente nel tempo in cui era sfiduciato ed inerte; aveva sentiti in Fenice una coraggiosa volont di raddrizzare il proprio destino ed un entusiasmo che si riaccendeva. Da quando si ritrovavano nel luogo segreto, la ricordava sempre con desiderio e credeva di amarla veramente. Fenice guardava le inferriate delle finestre, gli spessi muri, col sentimento di essere in un rifugio; ma di rado le accadeva di obliarsi interamente come in un sogno; qualcosa in lei rimaneva sempre vigile. Seguitava intanto la vita universitaria, ed a casa studiava molto, traduceva poeti inglesi e tedeschi. La sua ossessione erano gli orologi, dai quali le venivano ingrati comandi; si capiva dal modo come vi gettava lo sguardo. I convegni non erano troppo frequenti. - Non voglio infastidirti - diceva a Graziano. - E voglio che tu lavori. - Ma sovente il giovine, uscendo di casa, vedeva apparire sul suo cammino quella figura sottile ed agile, vestita finemente; ella gli veniva incontro senza curarsi di nessuno, con lo sguardo animoso, colla bocca un poco anelante che sorrideva e con qualche libro sotto braccio. S'interessava del lavoro ch'egli faceva ora per il giornale: - Ma non basta. Devi dirmi che hai cominciato a scrivere altre cose.
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Il giornale occupava un edifizio d'aspetto trasandato; nell'interno l'ingresso ove stavano rozzi uscieri, gli uffici dell'amministrazione, le file di stanze in cui i redattori scrivevano sopra tavolini zoppi o sopra lunghe tavole macchiate d'inchiostro, tutto pareva messo su da qualcuno che non potesse far meglio e non vi badasse. Il direttore era anche il proprietario: un uomo ancor giovine, pieno d'energia, che non scriveva mai una riga ma era assai abile nel far lavorare gli altri, governando dispoticamente dal suo studio, dove manovrava una logora tastiera di campanelli ed un vecchio telefono. Si fingeva sempre nei guai ed arricchiva. In puliti sotterranei splendevano colossali rotative nuove.
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Graziano ebbe un giorno la visita di Bruto Corese. Nello stanzino chiamato salotto trov un pezzo d'uomo sbarbato di fresco, con un abito color d'albicocca e con una spilla di brillanti in una cravatta sfarzosa, il quale gli diede una grandiosa stretta di mano e gli batt sulla spalla: un vero attore. Il compagno faceva parti di terzo ordine in una buona compagnia che ora recitava in citt.
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- Dunque, mi rallegro - disse. - Pubblichi articoli tra firme illustri. Il giornale  la vera potenza del nostro tempo!
Parlava in tono ironico e nelle sue pupille era un piccolo lume cattivo. O forse Graziano non aveva mai osservati cos bene quegli occhi d'acciaio? Il compagno pass subito ad esporre il motivo per cui era venuto; voleva essere raccomandato al critico teatrale, che facesse il suo nome: "Degno di nota Bruto Corese nella breve ma non facile parte di...". Graziano era andato una sera a vederlo recitare ed ora lo ricordava, vestito da guerriero del Trecento, che declamava i pochi versi sonoramente esagerando i moti della sua faccia risentita: ricordava anche il liceo, e non sentiva alcun legame tra quel periodo della loro vita e ci ch'era venuto dopo. Prima d'andarsene Bruto gli batt di nuovo sulla spalla, dicendo con certa ostentazione di franchezza; - Per, bisogna tener la mira in alto. Sta' attento a non perderti. Puoi fare di meglio.
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Queste parole gli diedero un leggero malessere e gli rimasero nell'animo per un poco; s'era visto nel giudizio del compagno come in uno specchio. Ma la sera, nel solito lavoro affrettato della redazione, se ne dimentic. In tutta l'Italia il popolo era sempre pi irrequieto, accadevano tumulti, sommosse; in una regione di latifondi disordini gravi erano stati repressi ancor una volta a fucilate; si temeva uno sciopero generale. E questa fu la materia della quale dovette occuparsi rivedendo i telegrammi e fonogrammi, tra un va e vieni di fattorini, mentre squillavano i telefoni e dalla tipografia le macchine da comporre mandavano un rumore fitto come di grandinata. Le ore fuggivano. Venne il tempo in cui gli impaginatori si radunavano intorno ai banconi come a tavole operatorie; per le finestre aperte si sentiva fuori la quiete notturna e nei sotterranei risonavano i colpi degli operai che preparavano i piombi. Ad un tratto, sorprendente come sempre, si ud nelle fondamenta dell'edifizio scatenarsi una forza paurosa, scorrere in onde meccaniche con un'esatta rapidit; ed erano le rotative che giravano, divorando i giganteschi rotoli bianchi, moltiplicando migliaia migliaia migliaia di volte, le pagine, le notizie, le firme. Tosto venne il capomacchina con le copie umide d'inchiostro, e tutti guardarono quella cosa sempre nuova, il giornale, come fosse riuscito.
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Graziano se ne and, solo, con la sua copia in tasca. Lo accompagn per un tratto il rumore delle rotative, sempre pi sordo, poi il suo passo echeggi in un pieno silenzio tra facciate dormenti. La citt era bella come ogni notte, distesa in prospettive interminabili e vuote; non vi esistevano che cose, - globi elettrici, monumenti, insegne, rotaie dei tram incise nel lastrico - cose immobili in uno spazio incantato. Graziano vi camminava con un senso di facilit, godendo le vie e le piazze come luoghi appartenenti a lui solo; ed anche la notte gli pareva solamente sua. Giunto ad un viale, fu avvolto da un soffio leggero che odorava di campagna, di fieno; pens alla collina dei pini come se quel soffio venisse di l. Sua madre aveva voluto andarvi pi presto degli altri anni ed anche il nonno era l, insieme a Gabriella. Qualche giorno innanzi la sorella gli aveva scritto raccontando con dolore la morte di Fiocco. Gi vecchio, il cane era stato mandato lass quando avevano cambiata casa; ma la buona bestia, quasi cieca, lontana dai padroni s'era immalinconita e non voleva mangiare; al loro arrivo sembrava tornata di buon umore, per una mattina era scomparsa; l'avevano cercata, chiamata inutilmente, finch il ragazzo dei contadini l'aveva vista sulla strada trascinarsi per tornar alla villa; dopo pochi altri passi s'era coricata ed era morta. Gabriella descriveva anche la sepoltura.
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Ora Graziano pensava alla madre. Si ritrovava sempre in alto pensando a lei, come in un'altra esistenza. Certamente egli le rassomigliava, aveva lo stesso istinto di guardare in alto, di respirare aria pura: non avrebbe tradita la sua fiducia. Assai vaghi, questi pensieri lo avvolgevano con dolcezza; ed egli aveva pure in mente l'Amist, quelle lontane vacanze, quel tempo tanto facile della sua vita, i Crivelli ed i cambiamenti che anch'essi avevano fatti. Vide all'improvviso un libro che avrebbe potuto scrivere e che sarebbe piaciuto a sua madre, col semplice racconto di quanto era accaduto ai Crivelli: come vivessero per una terra ed un giorno fossero costretti a lasciarla, per darsi ad un'altra che nemmeno essa non apparteneva a loro, e cos altre volte, fino alla fine, contadini senza terra. Si disse a mezza voce il titolo "Senza terra", con gioia, nella citt vuota che odorava di campagna. Ma gi il cielo si alzava, s'ingrandiva, furtivamente invaso da un'alba fredda che alle cose dava un'apparenza spettrale; scendevano ai mercati file di carri sovraccarichi sotto i quali dondolavano ancora lanterne accese; avvicinandosi finalmente a casa, Graziano ud giungere da un crocicchio uno scalpitio ordinato di molti cavalli, e presto si trov sul passaggio di uno squadrone con le lance che andava a prender servizio in qualche sobborgo. Che cosa poteva succedere in quel giorno che incominciava?
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A casa il giovine s'addorment subito d'un sonno calmo e profondo. Era quasi mezzogiorno quando si svegli. And a guardare attraverso le persiane se in un edifizio in costruzione vi fossero degli operai: nella gran luce di sole il cantiere era deserto. La donna rimasta a servire lui ed il padre aveva un viso spaventato; disse che non andavano i tram e nemmeno i treni, che gli scioperanti avevano assalita una fabbrica dove si lavorava ed i soldati avevano sparato ed allora la folla aveva fatte le barricate; disse che nel palazzo della Camera del Lavoro vi era gente asserragliata come in una fortezza e che si parlava di combattimenti in tutte le citt. Graziano pens che aveva dormito cos tranquillo. Si domand ove fosse e che facesse lo zio Metello.
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Dopo colazione and subito al giornale. Nella penisola i morti ed i feriti erano gi molti; in un paese del sud un carabiniere era caduto nelle mani dei rivoltosi, che l'avevan legato ad un albero e torturato; in una regione del nord era stato incendiato nei campi il grano maturo; nelle grandi citt il lavoro era quasi interamente cessato, le centrali elettriche, le officine del gas venivano assalite; un treno aveva potuto fermarsi a pochi metri da un tratto di binario distrutto con la dinamite. Dappertutto la forza pubblica sparava. Ci che aveva detto la donna, delle barricate in citt, era vero: bande armate le avevano fatte per impedire ai soldati d'entrare nei sobborghi e le avevano difese ostinatamente. Da altri quartieri popolari colonne di rivoltosi avevano tentato di scendere al centro. Tra gli uccisi vi era pure un soldato. Lo spargimento di sangue aveva infiammata la folla; anche la truppa, di fronte a quel furore ed al pericolo, si eccitava, sparava nei mucchi senza aspettare ordini. Per telefono e per telegrafo, intanto, continuavano ad arrivar notizie fosche da molte province.
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Dall'edifizio del giornale la Camera del Lavoro non era lontana; sebbene piena di quella gente armata, nessun combattimento vi era scoppiato, perch la parte avversa non si mostrava. Le rotative avevano incominciato a stampare l'edizione della sera e dal cortile erano uscite le prime vetture con le copie, quando un fattorino in bicicletta giunse affannato ad avvertire che gli scioperanti avevano rovesciate quelle vetture, incendiate le copie, e che una grossa colonna, partita dalla fortezza, avanzava minacciosa alla volta del giornale. Se ne intese il rumore. Era un calpestio, un brontolio confuso su cui si alzavano grida; ma in una parte della colonna le voci erano invece ordinate e compatte, cantavano. Quando furono pi vicine, si sent la marcia cambiarsi all'improvviso in una corsa veemente e la moltitudine intera gridare. Gli ingressi dell'edifizio - che era alto, nudo, tutto finestre, e da un lato aveva tettoie circondate da un muro - erano stati chiusi; in ogni reparto il direttore mand l'ordine di non mostrarsi alle finestre; dal fabbricato non usciva altro rumore che quello delle rotative nei sotterranei. Davanti alla facciata scoppi un clamore violento tra il quale ogni tanto si potevano distinguere grida imperiose: - Fermate le macchine! - Tosto le porte ed i portoni rimbombarono dei colpi che vi erano dati dalla folla, forse con pali adoperati come arieti; di dentro si lavor a rafforzarsi con ogni mezzo; alcuni degli assalitori tentarono di scalare i muri dei cortili, senza riuscirvi; arrivavano sassate, andavano in frantumi dei vetri. Il direttore, con le sue maniere brusche e con gli occhi sfavillanti di volont, imped che si telefonasse a chiamar la forza e che le macchine fossero fermate. La moltitudine, le grida, i colpi nelle porte sembravano crescere continuamente. Sopra un muro pass a volo un rottame di ferro e cadde su un vecchio che con un altro operaio trasportava un rotolo di carta alla stamperia, gli fracass una spalla. Da una finestra del giornale partirono colpi di revolver; allora la folla si sollev come se vi fosse piovuto olio bollente, gesti e grida divennero feroci, ed i proiettili si schiacciavano contro la facciata o per le vetrate aperte entravano nelle stanze. Contro le porte vennero ammucchiati stracci, carta, vi fu appiccato il fuoco; tra le inferiate dei sotterranei si allungavano braccia che sparavano, ma le rotative erano nella parte interna e continuavano ad andare.
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Fuori era la luce d'un crepuscolo rannuvolato, falsa. Per una finestra spalancata, stando nascosto dietro lo spigolo della parete, Graziano poteva per vedere abbastanza bene la gente che si agitava in quel tratto della via. Essa gli faceva paura. Scorgeva facce alterate dall'ira; altre, pi calme, avevano un'espressione di terribile severit; quanti si movevano, urlando e cambiandosi incessantemente nel poco spazio ove giungeva il suo sguardo, si comportavano come se nell'edifizio vi fossero nemici mortali. - Assassini! Assassini! - gridava acutamente una donna. Ci che lo turbava maggiormente era veder uomini d'ogni et, ragazzi, giovani donne, nei quali credeva di riconoscere coloro che ogni giorno gli eran passati accanto, coloro che tante volte aveva visti entrare od uscire dagli opifici, guidare i carri per le strade, lavorare sui ponti di fabbrica. La struttura della citt s'era scomposta. Ragazzi, donne, uomini, avevano portato con s rumore d'ingranaggi, strepito di telai, odor di fucine, di acidi, l'aria delle loro case, visioni di strumenti massicci, di vita povera; ma sembravano decisamente usciti da tutte quelle cose. Graziano si stupiva che fino a quel giorno fossero andati sempre al loro lavoro fossero rimasti nei loro quartieri, ai posti dov'erano messi. Ormai quasi nel buio, la gente seguitava a mareggiare gridando; sulla facciata d'una casa di fronte si movevano i riflessi dei fuochi accesi alle porte del giornale. Perch non si illuminava ancora la via? Graziano pens un'altra volta dove si trovasse e che potesse fare Metello. Presso il portone principale un gridio pi frenetico parve annunziare che il varco fosse per aprirsi. Nella stanza, in cui prima Graziano era solo, entr un altro redattore, un giovine lungo, dinoccolato, che portava spessi occhiali di miope; si avvicin a lui ma, invece di tenersi nascosto, si mostr alla finestra per fare atto di bravura; subito, mentre gi nella via di nuovo risonava qualche sparo, questo giovine fu gettato all'indietro come da una spinta; si tocc con una mano una mascella, sent e vide sangue, cadde svenuto. Gli occhiali non si staccarono dal suo grosso naso. Nel poco tempo occorso perch, ai richiami di Graziano, venisse qualcuno e lo aiutasse a portar il ferito al pianterreno, nella stanza dei soccorsi d'urgenza, si ud finalmente uno scalpitio di cavalli circondare l'edifizio mettendo in fuga la folla. S'eran anche accesi i globi elettrici della strada. Nel silenzio che presto si fece, Graziano si accorse che le rotative erano ferme.
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Fu chiamato al telefono. La voce di Fenice. - Graziano, sei tu? - Non gli era mai parsa cos bella, questa voce, cos amica. Voleva all'istante saper tutto: se non gli era accaduto niente di male; a che punto erano adesso le cose. - Parlami, parlami.
- Cara,  tutto finito. Non  successo niente. Un po' di rumore.
- Non mi dici la verit.
- S, puoi credermi. Soltanto,  proibito uscire.
- Meglio. Non uscire ancora!
- Tu dove sei?
- Non darti pensiero di me.
L'edifizio era circondato da truppa a piedi, mentre la cavalleria sgombrava vie e piazze attigue. Al direttore era venuto l'ordine di non far uscire nemmeno i feriti. A prendere il redattore che aveva la mascella spezzata e l'operaio che, per la sua spalla rotta, mandava dalla stanza dei soccorsi alti e continui lamenti, fu inviato un carro dell'ambulanza militare con una scorta. Le barelle spuntavano dal portone principale, mezzo bruciato, quando vi arriv una donna giovine e sottile la quale non portava cappello ma aveva una sciarpa nera avvolta intorno al capo ed al viso: Fenice, riuscita a passar tra i soldati malgrado la consegna. Appena fu avvertito, Graziano la fece entrare nel misero salotto. Ella aveva la bocca e quegli occhi azzurri un poco pi ansiosi del consueto; pos una mano sulla spalla del giovine e, alzando il volto, lo baci. Si raccontarono la giornata. Quando aveva inteso parlare di un assalto al giornale, Fenice era accorsa; giunta nelle vicinanze, non aveva trovato il coraggio di accostarsi maggiormente, perch udiva sparare molto e vedeva le fiamme.
- Disordini dappertutto. Gente uccisa. Ho provato subito a telefonare, qui non rispondeva nessuno. Stavo in gran pena e non sapevo che cosa fare. Si diceva, dov'ero, che gli assalitori erano entrati. Anch'io, guardando, temevo questo.
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Uscita dal giornale con Graziano, gli disse che potevano rimanere insieme, quando egli fosse libero, tutta la notte. Volle accompagnarlo all'ospedale dove il giovine desiderava prender notizie di quei due feriti. Pesava sulla citt un caldo torpido; molte vie erano deserte, in altre si sentiva il passo delle pattuglie; erano chiusi i caff, gli alberghi; dei portoni si apriva soltanto uno spiraglio e di dentro qualcuno spiava con prudenza; a zone illuminate ne succedevano alcune completamente immerse nell'oscurit. Si pensava ad una sera di guerra. In una piazza dei soldati avevan fatti i fasci dei fucili e mangiavano pane e carne in scatola sui marciapiedi di un palazzo in fronte al quale luceva d'oro il nome di una banca: tra loro si discorreva dei fatti della giornata, dei morti e feriti con cert'aria di indifferenza. Assai rare le finestre illuminate; il silenzio dava l'idea che la popolazione fosse fuggita. Un gran rumore fece, passando al trotto, una delle ambulanze militari con le croci rosse e le tende sventolanti. Graziano e Fenice incontrarono un piccolo uomo il quale pareva un impiegato che per forza fosse rimasto fino a quell'ora chiuso in un ufficio; poi un ragazzetto che domand: - Dove potrei comprare delle candele? - Le facce di costoro erano spaurite, ma gente sospetta in giro non ve n'era, non succedeva pi nulla. Graziano e la compagna camminavano di buon passo. Sebbene la citt avesse quel tetro aspetto e l'aria sembrasse piena di ci ch'era accaduto, Fenice aveva ora nell'animo una gioia profonda, quasi un senso di felicit; mascherata con la sua sciarpa, si teneva stretta al braccio del giovine, parlando animatamente e guardandolo spesso; ed anche Graziano era contento di attraversar la citt a quel modo, insieme a lei. Pensavano confusamente di essere rimasti al mondo essi due soli, e pensavano alla notte che potevano vivere insieme nel luogo che apparteneva soltanto a loro.
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Presso l'ospedale una squadra della polizia, a molti passi di distanza, intim di fermarsi; dopo che Graziano ebbe mostrato qualche documento, poterono passare. L'antico edifizio, enorme, aveva intorno il suo odore di acido fenico. Nell'atrio, mal rischiarato da una lampadina elettrica dentro una grossa lanterna, dei carabinieri stavano in silenzio sopra panche, lungo le pareti coperte di lapidi polverose. Un corpulento custode dichiar che assolutamente non si poteva vedere alcun ferito: notizie si poteva averne all'Accettazione, dov'erano stati medicati. Graziano e Fenice entrarono allora da un altro portone; in una stanza bianca attigua alla sala operatoria pass una monaca, infermieri aspettavano in crocchio, con le maniche dei cmici rimboccate; uno di loro diede di malavoglia notizie di quei feriti, che non erano troppo cattive. Si spalanc ad un tratto la grande vetrata della sala operatoria e venne innanzi un carrello. Con moto istintivo Fenice si strinse al compagno. Sul carrello, sotto una coperta che lasciava vedere due robuste spalle nude, giaceva un uomo il cui capo era tutto strettamente bendato; le bende, giranti sotto il mento ed intorno alla gola, parevano un'armatura leggera e candida. Del viso si scorgevano gli occhi, chiusi, un naso diritto; una bocca suggellata: il viso d'un dormente, ma bianco come le bende e segnato da un riposo, da un oblio pi perfetto che il sonno. Vivo? Nella immobilit di quel viso era un'espressione di purit e d'innocenza. Il carrello pass, scomparve per un corridoio.
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- Trapanazione del cranio - si degn di rispondere ancora a Graziano l'infermiere di prima. - Stava su un tetto a sparare ai soldati, ne ha ucciso uno, s' presa una pallottola nel capo. Cinquantasei minuti di cloroformio.
Graziano e Fenice avevano nella mente il viso bianco, gli occhi chiusi, quel sonno cos puro nel quale l'uomo era immerso. Egli veniva dalla giornata di lotta, aveva ucciso. Ora non sapeva pi niente di ci che aveva fatto, della sorte a cui apparteneva, del mondo, pi niente.
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Capitolo 8. Anno 1911.
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Altro tempo era passato. Gabriella coi larghi occhi scuri nel bel viso sereno, era adesso un'alta e forte ragazza che tuttavia non dimostrava pi dei suoi diciotto anni. Era tra s molto orgogliosa di somigliare al padre. Amava sempre la musica, sonava bene; ma non aveva pi pensato a studiare il piano al Conservatorio, le era uscita di mente da un pezzo l'idea che potesse aver bisogno di guadagnarsi la vita con la musica. Non aveva amiche intime, non amava il ballo; usciva con la madre oppure stava in casa a ricamare ed a leggere; diceva di aver una passione per la storia, cercava soprattutto le vite delle regine e delle eroine, tra le quali preferiva Giovanna d'Arco. Contenta dell'esistenza familiare, forse non si perdeva mai in sogni; aspettando con fiducia e senza impazienza, compiacendosi anzi che fosse ancora lontana, una vita diversa, la sua vita di donna.
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Un giorno d'aprile, essendo alla finestra con la madre a guardar nel viale sottostante, la osserv in piena luce e non si pot trattenere: - Ma tu non stai ancora bene, mammina! - Quel viso era infatti cambiato: il pallore sano diveniva uno strano colore, offuscato d'ombre grigie.
Le parole della ragazza penetrarono profondamente nell'animo di Claudia. Ella non si sentiva meglio davvero; le cresceva un peso nel ventre, era sempre affaticata, e si aggravava in lei il sentimento d'essere malata. Gabriella ignorava la circostanza pi inquietante: le perdite di sangue. Sisto l'aveva fatta visitare da parecchi medici, anche da un famoso chirurgo, e nessuno di loro aveva detto niente di chiaro, almeno davanti a lei, per rimanevano molto seri. In Sisto ella scorgeva una preoccupazione mal celata. Quando era incominciato tutto questo? Non se ne ricordava neppure: in principio di quell'anno, forse.
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Pi volte ripet a se stessa le parole di Gabriella, ed una decisione si matur subito in lei. Il giorno seguente, senza dir nulla, da sola, vestita di scuro, and a farsi visitare da un ginecologo che sapeva molto stimato e dal quale non era conosciuta; diede un nome qualunque, disse al medico che era mandata dal professore Farra e che questi lo pregava di consegnarle, in busta chiusa, la sua diagnosi. Dopo l'esame questo medico rimase serio e riservato quanto gli altri; scrisse rapidamente la diagnosi, la mise in una busta che suggell, scrivendovi il nome del collega. Claudia pensava di andar a leggerla in un giardino pubblico. Appena discesa in istrada, invece, lacer la busta. "Ritengo indubbio trattarsi di neoplasma tipico, in una fase piuttosto accentuata di sviluppo. Oltre il viscere principale, le neoformazioni interessano gli annessi, sul lato destro. A causa della sede e del modo di propagarsi escludo la possibilit dell'intervento chirurgico, come devo escludere l'utilit di ogni altro mezzo di cura". Cogliendo rapidamente le parole su cui i suoi occhi cadevano, Claudia ebbe una violenta scossa al cuore ed in tutte le membra, in tutte le fibre, poi si sent addosso un gelo. Sent la morte, a cui era condannata. Sul biglietto la scrittura era arruffata; la diagnosi era espressa sommariamente, in termini per lei un poco oscuri; ma fin dal primo istante il significato fu alla sua mente chiarissimo, fu un lampo sinistro. Si trovava in un quartiere di vie diritte e vecchie, tra palazzotti silenziosi, in un'ora pomeridiana alquanto insonnita: avrebbe voluto veder gente, cercar gente, come per riceverne aiuto. No, non vi era nessuno che la potesse aiutare, nessuno al mondo! Era condannata e nessuno poteva salvarla. Volle rileggere il biglietto ma non vi riusciva pi; accorgendosi che anche delle lacrime le impedivano di vedere, le asciug subito, non volle piangere. E adesso dove andare?
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Ci che le parve assolutamente impossibile, fu di tornare a casa. Affrett il passo, cambi strada. Aveva l'idea vaga che servisse a qualcosa allontanarsi dalla casa del medico: lo ricordava mentre l'aveva interrogata, mentre scriveva; ancora soffriva un poco del male ch'egli le aveva fatto esaminandola. Sempre le tornavano in mente quelle parole - esatte e odiose - della sua sentenza di morte. Camminava con decisione come se sapesse dove voleva andare, ma non aveva altro proposito che di raggiungere qualche luogo del tutto deserto, od almeno remoto, in margine alla citt. Morire; era condannata a morire. Ecco che cosa era incominciata qualche mese prima, la sua fine. Ed aveva quarantanove anni, soltanto quarantanove anni. Tutto finito, non c'era pi avvenire, non c'era pi vita. Morire. In un viale lunghissimo, abitato da gente di modesta condizione, due ragazzi, uscendo di corsa da un portone, la urtarono con violenza poi ripresero a correre ridendo in modo sguaiato e cattivo; ed ella si sentiva una povera cosa che non meritasse ormai alcun rispetto. C'era in fondo a quel viale un magro prato e vi stavano alcune baracche da fiera, ma chiuse; fanciulli scamiciati, a sciami, ne alzavano le tele per veder dentro; era aperto solamente un tiro al bersaglio e dietro il banco una vecchia, che pareva un omaccio, strepitava per allontanare alcuni di quei fanciulli. Sull'ultima panca del viale Claudia sedette.
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Il biglietto del medico lo aveva rimesso nella busta e lo teneva sempre tra mani, insieme ai guanti. Pensava ch'era un pezzo di carta qualunque con poche righe di scrittura, ma che non si poteva far niente contro ci che vi era detto. Nemmeno fuggendo ella non si sarebbe liberata. Non rilesse la diagnosi; senza ritogliere il cartoncino dalla busta, lo stracci; si alz un momento per chinarsi a ficcare i frammenti tra i ferri d'un pozzetto, badando che non ne rimanesse fuori uno. Torn a sedersi, e la disperazione di dover morire le lacerava l'animo, la empiva di un'amarezza insopportabile. Tre o quattro soldati s'erano accostati al tiro a segno; si misero a sparare, attirando gli sciami dei fanciulli. Ecco - pensava Claudia - ella stava sulla panca d'un brutto viale, lontana da casa, e non sapeva pi che fare, perch aveva quella orribile malattia mortale. Un'altra volta le velarono la vista grosse lacrime. "Posso anche piangere - si disse. - Che m'importa se mi vedono?". Si copr gli occhi con una mano che teneva il fazzoletto, pianse silenziosamente, commiserando se stessa che aveva creduta la vita ancor tanto lunga ed invece doveva gi andarsene. Andarsene; lasciare tutte le cose del mondo, lasciare i figli, Sisto, tutti. E prima soffrire atrocemente, subire la miserabile decadenza. I fucili del tiro a segno continuavano a sparare, ma i colpi le sembravano in un altro mondo.
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Ad un tratto, vicino a s, ud una voce. Diceva - Signora, vi  caduto un guanto. - Una donnetta del popolo, anziana, la guardava con la facile e curiosa compassione che ha la gente minuta. Claudia la ringrazi con un cenno del capo, raccolse il guanto, lo pul con cura, ma senza guardare pi la donna, la quale si decise ad allontanarsi. Infine guard l'ora e pens che a casa doveva ritornare. Dai suoi si sentiva gi separata, poich essi non erano dei condannati a morte. Invece doveva tornar tra loro; questo le pareva uno sforzo superiore alle sue forze. S'incammin adagio. Pi chiaramente le venne un pensiero che prima era confuso: la sua condanna significava sventura, dolore anche per loro, per Sisto, per Gabriella, per Graziano che adesso era lontano, per il vecchio Ascanio, per Aleramo ed Ortensia, anche. Se ella non era capace di rassegnarsi, di accettare tutto ci che doveva venire, di sopportare fortemente tutto ci che aveva da soffrire, senza dar segno di conoscere la verit, la sventura era per i suoi ancora pi terribile, il dolore pi tormentoso. Bisognava non dire niente, farsi coraggio, fingere,... e rassegnarsi! Poco dopo ella chiam una vettura di piazza, diede l'indirizzo di casa.
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Da quel giorno si ritir in se stessa. Di uscire e veder gente non aveva pi voglia; le era penoso anche il trovarsi in compagnia di Gabriella o del vecchio Ascanio; perci, essendo sempre stata grande lettrice, fingeva d'immergersi maggiormente nei libri. Qualche volta si sforzava a fare le solite passeggiate e compere, perch la figlia non voleva andare senza lei. Da sola, Claudia meditava. L'idea era sempre la medesima, che bisognava morire. Quando? Tra quanti mesi? Mesi, non altro. E sempre questa verit s'avvolgeva nella sua mente d'uno stupore profondo. La necessit terribile ella avrebbe voluto che non fosse, ma il volere non serviva a niente; non esisteva nessun mezzo per fermarsi sulla strada dove camminava. Il suo tempo di stare al mondo era ormai consumato. Bisognava abituarsi all'idea ed abbandonarsi alla sorte. Ma che senso aveva la sua vita, tanto breve e senza conclusione, tagliata a quel modo? Cos era il suo destino. Ciascuno ha il suo destino. Ella pensava al fratello da lei non conosciuto, che un colpo di sole aveva ucciso nell'adolescenza e del quale rimaneva soltanto il piccolo violino su cui imparava a sonare. Guardava le stanze. La casa nuova, quella casa di tanta gente, non le aveva portata fortuna. Presto sarebbe uscita per sempre di tra le sottili pareti di cemento, avrebbe lasciate le cose familiari amate, e sarebbe uscita dalla vita dei suoi. Finito di stare a fianco di Sisto, di avviare ed aiutare i figli. Finito tutto. Gli ultimi anni erano stati abbastanza buoni; si era gi potuto metter da parte altro denaro; il tempo ch'ella aveva creduto di avere per veder rifatto ci ch'era andato perduto, non c'era pi.
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Sempre, anche stando in compagnia e discorrendo, Claudia sentiva dinanzi a s il termine della vita, quella cosa terribile e vuota, la morte. Sentiva e vedeva un immenso muro, il limite, ma fatto di niente, di sola tenebra. E provava l'amarezza insopportabile, il dolore profondissimo, che era un sentirsi l'animo avvelenato mortalmente. Pensava che tutti se ne dovessero accorgere; invece i suoi non le vedevano che un aspetto di stanchezza e di malinconia.
- S, cara, - rispondeva a Gabriella - mi prende un po' di malinconia. Dicono che sia l'et.
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Le era venuto fin dai primi giorni il pensiero di dar marito alla figlia, per lasciarla accasata ed anche perch fosse in condizione di sopportare meglio la prova che l'aspettava, povera Gabriella! Sapeva chi darle in sposo. D'estate veniva qualche volta alla villa dei pini un giovine che apparteneva ad una delle antiche famiglie di Rebbia ora ridotte a modesta fortuna; quando egli aveva ventiquattro anni ed era appena uscito dall'universit con la laurea d'ingegnere meccanico, s'era innamorato di Gabriella quattordicenne, ma vergognandosene molto e cercando di non farsene accorgere, come se fosse cosa da averne rimorso, sebbene la ragazza fosse cos sviluppata e robusta. Da principio era parso rustico e bizzarro, troppo portato alle matematiche, alle idee pratiche, e troppo appassionato delle montagne, dove faceva difficili ascensioni ogni volta che potesse avere un po' di tempo; sempre mal vestito, con una barbetta selvatica e la pipa in bocca, mostrava un'avversione per i libri "di amena lettura", come diceva ironicamente; ma era vigoroso, asciutto di membra, con viso scarno, bruciato e pupille chiare, e nel carattere aveva un fondo di semplicit quasi infantile. Occupava ora un posto appena discreto in un grande stabilimento che fabbricava orologi a sveglia, e volentieri ci scherzava su; certamente, per, avrebbe saputo farsi strada. Gabriella gli si era affezionata tranquillamente. Un sorriso spuntava sul volto cinereo di Claudia se ripensava alle visite che Aurelio aveva fatte in quegli anni alla pineta, sempre con l'aria impacciata di un uomo onesto innamorato d'una bambina. Ella era sicura che l'unione sarebbe riuscita ottima; la dote che si poteva dare a Gabriella era sufficiente; ma bisognava affrettarsi, fare le nozze prima che venisse il tempo nel quale sarebbero diventate impossibili.
E quante volte al giorno la mente di Claudia si volgeva a Graziano? Era in America, negli Stati Uniti. Una gran pena le stringeva il cuore se pensava che non l'avrebbe avuto accanto negli ultimi mesi in cui rimaneva al mondo; ma il figlio era l per il suo giornale, ed avevano ottenuto molto successo le corrispondenze che mandava studiando quel vastissimo paese, nuovo ricco fiorente strepitoso, ancora mal conosciuto dall'Europa. E che dirgli per richiamarlo? Tra questi dubbi ella non sapeva come risolversi; pensava che lo avrebbe riveduto soltanto negli ultimi suoi giorni.
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La malattia si comportava stranamente. Dolori ella non ne aveva; molte volte, se non moveva, non sentiva nemmeno la pesantezza malvagia del ventre, ed allora si abbandonava alla speranza di poter guarire, immaginando che quel medico della sentenza si fosse sbagliato; poi, ad un tratto, come un avviso segreto ed inesorabile, ritornavano le perdite di sangue. Ogni tanto veniva a visitarla il medico curante, piccolo e timido, il quale si studiava di dirle parole ambigue, inventando spiegazioni che non spiegavano nulla. Sebbene in faccia a Sisto fosse la consueta espressione di forza ed egli volesse parere tranquillo, in fondo ai suoi occhi Claudia leggeva la triste certezza. Del resto se lo sentiva bene nell'animo d'essere malata a morte: qualche volta la prendeva un orrore di s, per il male che aveva dentro, il cui solo nome faceva rabbrividire; ricordava il cugino Casimiro rosicchiato nello stomaco; temeva d'aver messo un simile germe nei figli, quantunque nessuno dei suoi genitori e dei nonni fosse morto di tale malattia. Sopra di s e sopra tutti sentiva una potenza oscura contro la quale non valeva la volont, non valevano le speranze n i sogni.
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A richiamar Graziano aveva pensato il padre. Nella lettera non gli aveva precisata la natura del male n detto che si trattasse di cosa disperata, gli aveva per fatto capire esser conveniente che la mamma lo avesse vicino. Graziano arriv. Si era fatto molto robusto ed aveva preso del paese dove era vissuto, di quel mondo diverso, della lingua straniera che aveva parlata. Rivedendo la madre, prov una stretta d'angoscia: non era pi quella che aveva lasciata, quella che sembrava ancor giovine anche a fianco di Gabriella, pi vibrante di lei; la tinta sinistra diffusa sul suo volto dava subito un'idea di malattia grave, dallo sguardo era scomparso il brillio, la persona appariva sformata.
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- Parliamo di te, parliamo di te! - gli disse Claudia. - Che bell'aria! Mi racconterai tante cose.
Si agitava come se non volesse esser guardata dal figlio. Qualche giorno dopo l'arrivo, il giovine and alla clinica, chiamato da Sisto. - Bisogna prepararsi, caro Graziano - disse il professore in certo tono deciso e rude. - Non c' speranza che la mamma guarisca. - Spieg quale era il male. Seduto alla scrivania, col cmice bianco indosso, fissava il figlio, con la sua profonda ruga in mezzo ai sopraccigli. La chiamata alla clinica aveva tosto aggravati i sospetti del giovine; tuttavia sent con sorpresa la sventura che gli era annunziata; la figura del padre, gli oggetti dello studio ben noto, il silenzio dell'ospedale divennero per lui terribili come le parole udite, tutto esprimeva la condanna ch'egli non voleva credere e che doveva pur credere e che lo empiva d'un dolore straziante. Ora - continuava Sisto - bisognava lasciare che la madre potesse illudersi di guarire, e pi avanti alleviarne le sofferenze: non vi era altro da fare.
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Infine lo abbracci, stringendolo forte. Ma, nell'uscire dalla clinica, il giovine aveva una sensazione di essere stato trattato molto duramente, quasi con brutalit. Comprese poi subito che il padre aveva voluto tagliare e bruciare, col fuoco stesso della verit ridurre a cicatrice la piaga che non gli poteva risparmiare. E cercava anche aiuto, il padre, a sopportare ci che doveva succedere; aveva bisogno che qualcuno accanto a lui sapesse, senza dir parole che ammollissero l'animo. A Gabriella non aveva parlato e nemmeno ad Ascanio. Da allora, ogni volta che si presentava alla madre, Graziano prov un grave imbarazzo. Stando solo, pensava: la creatura dalla quale veniva, la sua fonte, egli doveva gi perderla. Fanciullo, quando lo prendeva l'idea della morte, si domandava se sarebbe morta anche la mamma. In America non aveva mai avuto ansiet, mai presentimenti, mentre qui si preparava un tal dolore. Avrebbe ancora dovuto vivere molti anni, sua madre: questa condanna era un tradimento, era contraria alla legge della natura. E tutto accadeva cos semplicemente! "Ella mi capiva, aveva fiducia in me; ma ora non c' pi tempo perch veda che cosa posso fare. Ne ho perduto troppo, del tempo. Non me lo perdoner mai". La storia dei Senza terra, di cui ella aveva letto ogni capitolo appena scritto e che amava tanto, non era finita; il romanzo era stato trascurato per i viaggi, per il soggiorno a Londra e negli Stati Uniti; le corrispondenze al giornale erano riuscite bene ed avevano dato un valore alla sua firma, ma di questo non gliene importava niente. Al romanzo aveva lavorato soprattutto quando era andato sulla collina dei pini per brevi riposi. Ora lo voleva finire. Dal giornale si fece dare un congedo, si rimise subito a quel lavoro: cos stava lunghe ore in casa, non lontano dalla madre, e scrivendo sentiva di vivere degnamente quel tempo terribile.
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Aspettando il seguito del romanzo, Claudia volle rileggere la parte gi fatta. Era sempre informata delle vicende dei Crivelli. L'anno avanti era morta Camilla, la moglie di Giusto, quella forte contadina senza parole e senza idee; l'aveva presa un gran mal di gola, una gran febbre, la gola s'era gonfiata in maniera che non potevano pi darle da bere; non aveva pi parlato affatto e senza un lamento la sera del quarto giorno era spirata; senza lasciare figli, se n'era andata com'era venuta. Allora i Bardissone, che avevano gi brontolato alla morte di Urbano, avevano licenziati i coloni perch la famiglia non era pi abbastanza numerosa, ostinati a non volere che prendessero lavoratori avventizi. La fatica di migliorar "i Cavalieri" era andata perduta. I Crivelli stavano ora in un podere molto piccolo e rovinato, ancora pi lontano da Luvo, sul ciglio di un'antica frana che continuava a mangiarsi quella terra. Del cambiamento aveva approfittato Uliva, la "serpe", che aveva fatto valere la sua et maggiore per venir anche lei a Torino, magari a fare la serva. Il padre, Cleto, non contata pi nulla, un invalido; Marta invece badava da sola alla casa, seppure svogliatamente; Giusto lavorava quella terraccia insieme al fratello Donato, riprendendo da capo la solita fatica. Nel romanzo essi avevano una bellissima e forte vita, e Claudia era impaziente di vedere come si movessero nel seguito, soprattutto Giusto, consapevole "servo della terra". Ella si confortava molto pensando che il libro sarebbe presto finito; questo era un pensiero di vita, di avvenire.
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Non trascur intanto la cosa che doveva condurre a buon esito ella stessa, il matrimonio della figlia. Ne parl a Sisto ed ebbe il suo consenso. Gabriella, quando la madre le tenne la prima volta il discorso, si turb; disse che era troppo giovine per sposarsi e che voleva ancora stare in casa; poi comprese che la madre doveva avere una ragione grave, cio essere malata molto gravemente, ed il suo turbamento fu pi profondo; ma pens che bisognava obbedire. Sforzandosi di non piangere, si nascose tra le braccia di Claudia; poich la madre voleva essere certa che sposava Aurelio di buon grado, la rassicur baciandola e carezzandola. Quel giovine, sentendo ci che poi gli disse il professore Farra, ebbe dapprima soltanto l'impressione d'essere meravigliosamente favorito dalla fortuna e chiamato alla felicit; ma, dopo, dai suoi occhi chiari venne fuori qualche lacrima ch'egli asciug con la mano sul viso bruciato; non voleva credere che la signora dovesse veramente morire. Il professore non trascur di ricordargli che generalmente si riteneva quel male trasmissibile agli eredi. - Se si pensasse a queste cose, - rispose Aurelio - non si farebbero pi matrimoni.
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Fenice era informata del ritorno di Graziano, e si rividero; per, soltanto all'aperto, passeggiando. Ella era sempre la stessa, fine, elegante, con aspetto di ragazza pi che di signora; malgrado i lunghi periodi di separazione, in quegli anni era rimasta legata a lui, fedele a lui, con un rispetto quasi superstizioso dell'unione che aveva liberamente cercata e che bastava, anche cos a darle uno scopo di vivere o l'illusione di averlo. Continuava sempre la doppia esistenza, ma si era avvicinata di pi al figlio, che ormai aveva nove anni e le era molto affezionato: nel carattere somigliava a lei. Graziano aveva viaggiato, vedute gi molte cose, incontrate molte donne; non dava pi importanza all'amore; tuttavia gli piaceva sentire, anche da lontano, quella unione con Fenice e credere alla sua fedelt. Della disgrazia che lo aveva colpito, della sorte di sua madre, ella soffriva vivamente; si vestiva con semplicit anche maggiore del consueto; quando era col giovine, non badava nemmeno pi agli orologi; lo ascoltava oppure cercava di distrarlo col suo discorrere sempre rapido; soprattutto gli faceva capire, nel guardarlo di sotto in su con occhi adoranti, nello stringergli la mano, che sempre rimaneva vicina a lui. Ma s'accontentava di vederlo ogni tanto; sapeva che lavorava al romanzo e ne era felice. Passava per sovente per il viale dove egli abitava ed anche sotto le sue finestre, immaginando di poter salire in casa dei Farra, di essere accettata da Claudia, di entrare veramente nel loro dolore e nella loro vita, pur sapendo che non era possibile. Qualche volta pass insieme al figlio.
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Ascanio non aveva pi cambiata la propria esistenza; la mattina usciva di buon'ora, poi rientrava e stava in camera a lavorare; la sera, fatto un breve giro, si coricava molto presto; qualche volta, se il tempo era bellissimo, se ne andava nei dintorni della citt, ritornando a notte. Una volta chiam il nipote. - Guarda, - gli disse tenendo sospeso per il margine un fogliuzzo ingiallito - mi  venuto sotto mano per caso. - Un giornale del 1837, una di quelle piccole puerili gazzette. La camera del vecchio era ampia, circondata interamente di scaffali ed armadi; aveva preso un aspetto antico; vi erano le annate del "Pensiero liberale" e le armi del '59 come nella casa del Valentino; filze di documenti, pile di libri ingombravano una gran tavola, poich egli seguitava a frugare nella roba che aveva portata da Rebbia in quelle casse.
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- Ed il tuo libro - domand Graziano - quando ti decidi a pubblicarlo?
Nei ricordi del nonno il Risorgimento era rappresentato al vivo, con una piacevole naturalezza: la Torino d'allora, la campagna del '59, i personaggi da lui conosciuti, gli avvenimenti a cui aveva assistito. Il vecchio si raddrizz bene sulla persona, facendo il suo atto di mandar le spalle indietro: - I miei ricordi! E chi sono, io? Li ho scritti per passatempo.
Dal balcone aperto entrava col sole un'aria blanda, leggermente profumata e gi un poco calda; gi nel viale si scorgevano gli alberi, che avevan messe tutte le loro foglie. Ad un tratto Ascanio venne vicino al nipote, gli tenne fermo in viso lo sguardo affettuoso ma sempre alquanto focoso ed altero; poi gli batt sulla guancia, scosse il capo, rivolse gli occhi altrove, sospirando, senza dire nulla. Il giovine cap che la gazzetta era stato un pretesto e che il nonno aveva voluto fargli sapere che anch'egli conosceva la sorte di Claudia, mostrargli come il dolore li univa. Frattanto Ascanio s'era portato sul balcone; con le mani appoggiate alla ringhiera guardava nel viale, movendo da un lato e dall'altro il capo fiero, mostrando a volte il profilo energico allungato dal pappafico bianco. Graziano lo osservava. Il nonno era adesso molto avanzato negli anni ma la sua salute era perfetta: soltanto la ferita di San Martino gli ridoleva ancora qualche volta se il tempo doveva cambiare. Pareva un uomo che sapesse di non aver mai da morire. Sempre forte e calmo, sentiva il dolore degli altri, soffriva per gli altri, ma senza turbarsi, senza mostrare mai l'ombra di quella incertezza che prende l'animo nella sventura o dinanzi allo spettacolo del dolore: "Perch succede questo?" Certamente egli viveva ora in un accordo stabile e completo con la vita. Si sapeva che continuava ad andare in chiesa, per non in modo regolare, di tanto in tanto. Graziano si domandava quale fosse il segreto della calma che aveva acquistata.
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Le nozze di Gabriella si fecero nel giugno. Per il cielo movevano adagio immense nuvole bianche. Le cerimonie furono semplici e brevi; non vi era stato invitato alcun estraneo. In casa, nelle sale e stanze lucidissime, Claudia aveva fatto disporre solamente delle rose, non troppe; ma sulla mensa splendeva la roba pi bella, tovaglie, cristalli, argenteria, che ella non voleva mai adoperare. Lei sola, per non affaticarsi, si era servita di vettura, e quelle scosse l'avevano stancata; sotto i suoi occhi le ombre grige erano molto grandi. Alla festa non vi era Metello, trattenuto a Roma da sedute della Camera; per era giunto un suo telegramma. Mancava anche Aleramo. Questi, che nei primi tempi della sua liberazione, ormai lontani, era stato preso come da una smania di ricercare i pi lontani parenti ed i conoscenti di prima, come per riannodare quei fili della propria esistenza, avendo talvolta trovate accoglienze fredde o cattive, si era poi messo ad evitare ostinatamente tutti quanti. "Mi scuserete: - aveva scritto a Claudia - voi siete persone per bene ed io guasterei". Vi era tra i convitati la madre di Aurelio, alta, con larghe spalle virili; vi erano il fratello e la sorella, anch'essi aitanti e di maniere franche.
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-  matto.  sempre stato matto - disse Ortensia a Claudia quando seppe della lettera di Aleramo. Per le nozze ella s'era fatto fare un vestito da una buona sarta, ma il cappello se lo era raffazzonato a suo gusto anche questa volta, un cappelluccio di paglia ornato di nastri vecchi, e non se lo volle a nessun costo levare in tutta la giornata. Alla sposa aveva portato in regalo un ricordo di famiglia, uno di quei monili che in s non varrebbero molto; era una collana a tre giri fatta di turchesi tenute insieme da catenine d'oro, con un grosso fermaglio, e stava in un astuccio di cuoio spellato dal quale era quasi svanito lo stemma reale d'Inghilterra: l'aveva donata la regina Vittoria alla "zia Onorata", alla contessa Blanchi di Cortenuova, quando a Londra aveva salvati i figli dall'incendio. Un regalo magnifico Gabriella l'aveva ricevuto dal nonno: i diamanti che portava agli orecchi la nonna Severa e ch'egli aveva conservati nascostamente senza voler mai pensare che valessero denaro.
Gabriella non riusciva a vincer lo stupore di essere gi una sposa; si guardava l'anello nuziale, quel cerchietto; era colorita in volto come sempre ma sorrideva poco. Alla sfuggita osservava la madre, col cuore stretto. Pregato da lei di dirle la verit, il babbo non aveva data una risposta netta. "Pu ancora guarire. Speriamo che guarisca". Pensando che ora doveva allontanarsi per qualche tempo, Gabriella ne aveva rimorso. Lo sposo stava piuttosto tranquillo, ma sul suo viso sfaccettato e nei suoi occhi chiari era un'espressione animata, gioiosa; portava un abito non nuovo, tagliato senza pretese; nuova era la cravatta ma annodata male, la sua corta barba era come sempre selvatica, soldatesca. Tra s egli ricordava quando sulla collina dei pini aveva vista le prime volte una stupenda ragazza di quattordici anni, e non gli pareva vero che poc'anzi fosse stato celebrato il loro matrimonio; si sentiva straordinariamente fortunato senza suo merito. Pure, se attraverso i fiori della mensa guardava Claudia, se guardava una sua mano ferma per un istante sulla tovaglia, sentiva anche quel che vi era di strano e di tetro nell'aria; per ci evitava di volgere lo sguardo da quella parte. Ad un certo punto, prima Aurelio poi Gabriella si alzarono, insieme fecero il giro della tavola a salutare, e se ne andarono com'era stabilito.
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Quasi subito usc anche Sisto per recarsi alla clinica. Si ud un rumoreggiar di tuono non molto distante. - Un temporale! - disse Ortensia con vivacit. - Io l'avevo previsto, stamattina. Faceva troppo caldo. - La madre di Aurelio, insieme agli altri figli, si accomiat prima che cascasse quell'acqua. Partiti loro, Ortensia, che passeggiava continuamente fumando sigarette, si accost alla finestra a contemplare il cielo brutto. Era di buon umore; ignorava quale fosse veramente la malattia della sorella e si era formata l'opinione che si trattasse d'una cosa da niente, anzi, che Claudia non potesse neanche dirsi ammalata: perch in ogni cosa si affidava all'impressione, e andava sempre ai pareri estremi, vedendo nero nero o bianco bianco. Con lei era venuto alle nozze suo marito, Marchino. Basso di statura, magro e sano, con una cravattina nera sotto un colletto che gli lasciava libero il collo rugoso, aveva l'aspetto di quel che era, cio di un contadino divenuto maestro di campagna e poi preso da quell'estro di madamigella Andosio, tratto nel romanzesco, trasformato dalla convivenza con la bizzarra donna. Dopo il suo matrimonio non aveva fatto che occuparsi di cose delle quali non s'intendeva, sempre carico di crucci, sempre agitato dal bisogno di denaro sebbene per s non gli importasse d'averne. In ogni gesto, come nel modo di comportarsi nella vita, mostrava i riflessi del carattere della moglie.
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- Il carro del diavolo - disse Marchino dei tuoni che s'avvicinavano. Poco dopo, avendo pensato anche al cannone, soggiunse: - Ora si dovr fare una nuova guerra in Africa.
Ortensia gli diede sulla voce immediatamente: - Tu credi a tutto ci che senti dire.
- I preparativi sono gi avanzati: uniformi, munizioni. Presto sar chiamata qualche classe. Me lo ha assicurato, non ricordo pi chi, uno che lo pu sapere.
- In ogni modo, di guerre se ne sono fatte tante altre, mi sembra.
- Io parlo perch abbiamo tre figli abili alle armi. Parlo per questo.
- Sei sempre il medesimo. Piangi prima che i guai succedano.
Ortensia si rivolse di nuovo a guardare il cielo, pensando gi a tutt'altre cose. Il suo piccolo cappello era posato sui ricci abbrucciacchiati, n grigi n bianchi n biondi; sul petto le luccicava la corona comitale di bronzo. Claudia fece chiudere i vetri ed accender qualche lampada perch le nubi avevano annerita l'aria. Guizz livido un fulmine; la sorella ritorse vivamente la faccia, tirandosi per indietro solamente d'un passo. Poco dopo il temporale si ruppe con violenza, ed ella, con le braccia conserte, rimaneva presso la finestra, ammirando la furia della pioggia, aspettando fulmini e tuoni con visibile paura ma come se la paura le piacesse. Anche questa volta raccont che a Luvo, quando era piccina, la famiglia stava radunata in un salotto durante un temporale ed all'improvviso vi era entrata, non si sapeva di dove, una palla di fuoco che aveva girato per tutto il palazzo senza far danno e poi era scoppiata in giardino spezzando l'albero pi alto.
Marchino usava quasi sempre venir fuori con argomenti che non seguivano affatto il filo della conversazione. Ora disse: - Pare che Aleramo, con la sua equitazione, sia in cattive acque.
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Nuovamente Ortensia gli diede subito sulla voce - Che favola! Se la cava benissimo. Di' questo, piuttosto: un Andosio fare l'affittacavalli!
Dopo gli affari tentati in unione a loro, Aleramo era rimasto con qualche migliaio di lire; allora era andato a Montecarlo a giocar "gli ultimi" ed aveva fatta una discreta vincita; con questo denaro aveva rilevata, a Milano, una scuola di equitazione un tempo famosa ed ora piuttosto decaduta, con l'idea di ridarle splendore, ma soprattutto per possedere di nuovo dei cavalli, stare tra cavalli e gente amante dell'equitazione, comandare a cavallerizzi e stallieri. Marchino sapeva bene che ogni frase detta in presenza della moglie gli era interrotta e ribattuta, ci durava ormai da tanti anni, ed egli parlava egualmente. Osserv: - Non  meno decoroso che cercar di rivendere dei tappeti.
- Tappeti persiani! Ed era un affare d'occasione, non un commercio stabile. Adesso compra e vende cavalli.
- E lo imbrogliano.
- Oh, di cavalli se ne intende. Il povero pap li faceva comprare da lui che non aveva ancora vent'anni.
I fulmini continuavano ad accendersi, i tuoni a scoppiare, la pioggia a scrosciare; Ortensia e Marchino per scambiarsi botte e risposte dovevan forzare la voce, diventavano rossi in viso; la moglie, sempre in piedi, ad ogni lampo si portava le mani agli orecchi, per in modo da udire gli scoppi egualmente. Claudia ascoltava i tuoni e badava poco alle parole, sebbene avesse sulle labbra un accenno di sorriso. A poco a poco il temporale si allontan come per riprendere il medesimo lavoro altrove. Ortensia ed il marito dovevano ripartire, e tutto ad un tratto ella fu presa dall'inquietudine di perdere il treno: uscirono in fretta. Subito dopo, Ascanio si ritir nella sua camera, Claudia mand Graziano a lavorare.
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Quando fu sola, sent il peso di quella giornata, si trov immensamente stanca. Anche lei si chiuse in camera; non vi accese lampade. Sebbene nel cielo si rivedesse qualche spazio azzurro, l'aria rimaneva oscura perch le nuvole si erano ammassate a ponente nascondendo il calar del sole. Claudia si adagi in un seggiolone presso una finestra aperta, dalla quale veniva un fresco odore di terra bagnata. Sola, con la sua condanna a morte.
Non seguiva pensieri ben formati; provava quella tristezza pesante, quell'amarezza, e forse l'assaporava con una vaga compassione di s. Tutto finito e tutto vano. Potersi almeno addormentare senza soffrire! Ma piano piano, in quel lieve vaporar di pensieri, ella cominci a ricordare Graziano, poco distante da lei, e Gabriella che quella sera sarebbe giunta con lo sposo alla pineta. "I miei figli" ella si diceva. Poi non li vide pi come poc'anzi li aveva visti veramente e uditi parlare. Avevano la bellezza leggera che si conosce in sogno. Stavano nell'avvenire, ed ella viveva in loro e l'avvenire pareva senza fine.
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Clemenza Breme e Claudia non s'erano pi vedute da anni. La signorina comparve all'improvviso in un caldo pomeriggio, subito dopo l'ora di colazione. Sempre la stessa, con quel naso affilato un poco fremente nelle pinne, coi pallidi capelli biondi, con quell'aria tra timida e fantastica; ma non era pi troppo magra, portava un bel vestito di crespo chiaro, un cappello grande con fiori viola, mezzi guanti di seta bianca, scarpine di vernice con la fibbia d'argento, teneva tra mani un parasole viola. Tuttavia, anche senza la giacchetta e la cintura di cuoio che una volta erano la sua uniforme, dava l'idea d'una istitutrice: una istitutrice in giorno di vacanza. Claudia, appena entrata nel salotto, si pos in un seggiolone col suo ventre ingrossato. Della sua salute non buona la Breme aveva sentito parlare a Luvo; accett senza insistere la spiegazione che forse erano disturbi dell'et e che sarebbero passati col tempo. A paragone col sole di fuori, il salotto era buio: Clemenza non aveva veduto bene l'aspetto dell'amica.
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- Io ho appena un paio d'anni meno di voi. - disse col suo sorriso arguto - ma non ho mica messo giudizio.
Parlava con un fervore nervoso, come sempre, ed aveva in s qualcosa di contento, di amoroso, che la rendeva abbastanza giovine: Claudia se n'era subito accorta dalla maniera in cui era stata abbracciata e baciata. La visitatrice si tolse il cappello; la sua pettinatura era quella semplice d'una volta. Cose da raccontare ne aveva moltissime. Suo padre, morto da cinque anni, aveva lasciato finito il vocabolario, ma nessun editore lo voleva, giudicandolo tutti gi invecchiato; ella non era tornata alla Stellata finch continuava a regnarvi la vedova di Mercurino, servita devotamente dal suocero, rimpiccolito, tutto baffi bianchi, il quale s'era illuso di raggiungere almeno l'et di sua madre, ed invece nello scorso inverno era stato portato anch'egli nella cappelletta dipinta a stelle.
- Io ho insegnato in un collegio - continu Clemenza alzando ironicamente le sopracciglia. - Alle piccole. Non so bene che cosa.
Ma dopo la scomparsa dello zio Costante erano successe grandi novit. La nuora, per andar via e prendersi un marito giovine, aveva venduta la sua parte della Stellata a Barbara, e Barbara era tornata ad abitarvi e finalmente la regina del luogo era lei, circondata dalla sua famiglia.
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- Certi figli! Troppo grossi. Anch'io adesso vivo l. Credo di dar poco fastidio; leggo sempre molto; ho messe le mani nella libreria; si potrebbe venderla ma non voglio. Passo delle ore nel giardino della nonna, prendo il sole sulla spianata, faccio il bagno come il povero Paoletto, nella peschiera. L intorno dicono che non ho la testa a posto nemmeno io. Ci resister? Ogni tanto scappo, torno qui. Anche ora, per esempio, sono venuta... per miei motivi. Cara signora, non tutti i romanzi, nella vita, cominciano al punto giusto. I miei si erano sempre interrotti come se qualcuno strappasse via le altre pagine. Questa volta... Ma non voglio pensare come potr finire.
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Claudia l'ascoltava tranquilla, sorridendo con indulgenza. Di tratto in tratto, sul seggiolone, cambiava posizione cautamente, ed allora il suo sorriso spariva per qualche istante. Ma Clemenza seguitava a parlare. Diceva della Stellata, che voleva sempre cadere e non cadeva mai e in sostanza era sempre tale e quale. Ella cercava d'indurre la sorella a far qualche restauro, ma la sua avarizia non si smoveva. - Chi sa, del resto, se la casaccia non sia meglio cos? - Vi erano ancora nel teatrino gli scenari a pezzi, le ortiche nei cortili, la cappella coi calcinacci sull'altare, i nidi di rondini sotto il portico, e si ritrovavano qua e l i seggioloni della nonna. Nella conversazione comparvero, tornati vivi, la vecchia che girava dappertutto sulle pantofole di velluto facendo udire la voce di pappagallo; Mercurino, con la sua barbetta rada, quando piangeva perch non imparava; il professor Gregorio, che tirava boccatine dalla pipa profetizzando al mondo terribili catastrofi.
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- Quanti morti! - disse Clemenza. - Mi aveva presa una stanchezza di portar il lutto. - Domand a Claudia se ricordasse gli ingegneri venuti un anno per l'acquedotto. Era morto il loro capo, il conte Serazzi, che sonava il vecchio cmbalo; caduto dall'alto di una diga il giorno stesso che era finito questo lavoro. L'ingegnere bruno viveva alla capitale, ammogliato, si arricchiva; del pi giovine, del "muratore" che cantava le canzonette, non sapeva pi niente.
- Come  vicino tutto questo! - mormor Claudia. - Tutto fugge in un soffio, par che vada chiss dove, ed invece resta vicino. Il tempo che abbiamo visto passare, non  niente.
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La visitatrice, dopo che s'era avvezzata alla penombra del salotto, aveva osservate le ombre grige sul volto dell'amica, quel che vi era di stanco e di sfatto nella sua persona, il grosso ventre, e l'improvvisa seriet che ogni tanto il suo volto assumeva; ma soltanto queste parole le fecero pensare che fosse ammalata gravemente. Temette di darle fastidio, volle lasciarla. Con passione Claudia la preg di trattenersi ancora; riprese: - Mi pare ieri che ero bambina, quando stavo attorno a Mariolina nella cucina di casa.
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Clemenza si ricord d'un'altra novit che non aveva ancora raccontata. Il marito della compagna del Lanciarossa, quel tale che coltivava i fiori nel principato di Monaco, anch'egli era morto, lasciando soltanto debiti; cos l'unione illegittima era divenuta legittimo matrimonio benedetto dal prete freddo e fanatico che sempre governava Luvo. E ci non era ignoto a Claudia. Ma da qualche mese era venuto a vivere coi Lanciarossa il figlio di prime nozze della donna. Era un uomo sui quarant'anni robusto, grossolano, che parlava francese; andava all'osteria coi contadini del paese, tra i quali sdottorava, spadroneggiava; faceva il padrone anche in casa e nei poderi del Lanciarossa, chiamandolo per "mon pre" con ostentazione; sovente la sera era ubbriaco, sovente scendeva a Rebbia a far bagordi; cacciatore, portava a casa i cacciatori di mestiere sparsi per la campagna. Dalla madre era considerato un altro grave castigo del suo passato; il Lanciarossa non aveva mai avuti a Luvo confidenti n amici e non parlava nemmeno ora, ma pareva avvilito, impaurito di questo strano figlio arrivato nella sua esistenza.
- Avr anche lui il castigo che merita - disse Clemenza.
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Ma del male che poteva accadere a quella gente, Claudia non sent alcuna compiacenza; si diceva che la sorte punisce anche chi non ha colpe; e che, forse, la casa degli Andosio sarebbe finita nelle mani di un tal bruto. Pensava pure che presto ella non sarebbe pi stata nel mondo ove tutte le cose avrebbero avuto il loro seguito. L'amica continu a chiacchierare, raccontando le vicende della gente di Luvo, descrivendo Barbara, maestosa come se avesse un'invisibile corona sul capo, con quel viso sodo che ancora arrossiva; raccontando le proprie avventure nel collegio, sempre in maniera bizzarra, divertente. Spesso aveva sete ma non beveva che acqua fresca. Ad un certo punto Claudia fece aprire un poco le persiane dalla cameriera, ed allora Clemenza si accorse che erano passate delle ore, balz in piedi: - Che visita! Scusatemi. - Invitata a rimanere a pranzo, assolutamente non volle. Cerc il cappello, come impaziente di riacquistare la propria libert. - Verremo a trovarvi alla pineta - disse prendendo una mano di Claudia.
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-  cos bella, la pineta... - mormor la signora. - Ma quest'anno  difficile che io ci vada.
Si alz a fatica. La visitatrice, in piedi davanti ad uno specchio, si metteva il cappello, aggiustandosi la capigliatura fine e guardandosi come una donna che vuol piacere a qualcuno. Interrogata, disse senza voltarsi che sarebbe rimasta in citt ancora qualche giorno: - Ho le mie faccende... - torn a dire con l'arguto sorriso. - Sono rose con molte spine! - Si vedeva bene ch'era felice di aver quei tormenti. Chiese in prestito uno dei libri veduti sopra un tavolino; di nuovo abbracci e baci l'amica ma con riguardo; andandosene, dimenticava il parasole e si rivolse a cercarlo. Claudia l'accompagn fino alla porta di scala: sent che Clemenza rientrava nella vita mentre lei rimaneva nel misterioso luogo dov'era sola, in quel cerchio oscuro al quale si avvicinava inesorabilmente la morte; ma le parve meschina e senza vera importanza, come se la vedesse dall'alto, la vita a cui l'altra donna andava.
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Gabriella ed il suo sposo erano tornati dal colle dei pini; abitavano un piccolo appartamento, non molto lontano, e Claudia volle andarli a trovare. Fu la sua ultima uscita. Rincasando in carrozza venne presa da dolori ben pi forti di quelli che da qualche tempo la mordevano brevemente; erano adesso dolori laceranti, malvagi, e parevano non dover mai cessare. Gabriella, al suo ritorno, aveva visto che la madre era peggiorata. Gli assalti del male, sempre pi strazianti, si ripeterono ogni giorno pi volte, come crisi, costringendola a rimaner coricata sul letto per ore. Un mattino ella non trov il coraggio di alzarsi: mentalmente segn la data, pensando che non si sarebbe alzata pi. Continuavano le visite dei medici, i consulti; si provavano rimedi nuovi, si ricorreva a sieri fatti venire da lontano; sempre intorno a lei si parlava in modo vago, come se il suo male fosse ancora indefinito e si sperasse veramente che potesse guarire. Claudia non aveva detto ad alcuno ci che sapeva; talvolta, malgrado il peggioramento, voleva credere che davvero il suo caso fosse ancora incerto, riprendere un filo di speranza. Con tutti cercava di fingere com'era possibile.
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La famiglia non viveva che in questa malattia, nella sventura che giorno per giorno accadeva; ogni altra cosa era lontana ed estranea. Ora anche Gabriella sapeva. Il padre non parlava pi affatto dei suoi studi n della clinica; del resto, taceva quasi sempre e, se non era nella camera dell'inferma, stava da s. Intensamente Graziano lavorava al romanzo; sebbene vi riuscisse soltanto per forza di volont e non dimenticasse l'altro pensiero nemmeno un momento, ci che gli veniva fatto non tradiva il penoso sforzo, continuava il libro ottimamente. Egli usciva poco, fuor di casa si trovava a disagio, gli davano fastidio la citt, la gente, questa vita che si moveva come sempre. Passeggiando con Fenice, sentiva beneficamente la vicinanza e l'amicizia di lei, ma la casa lo richiamava quasi subito. Ella cercava sempre di dividere il peso del suo dolore, tuttavia aveva compreso che le tristi circostanze, invece di darle un posto pi intimo, la respingevano in margine all'esistenza del giovine.
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Un mattino di domenica, salito sopra un tram per andar da solo dove si cominciasse a vedere campagna, Graziano si trov accanto un operaio vestito decentemente ma non da festa, con grosse scarpe e con una camicia nera come portavano i meccanici: riconobbe la faccia schiacciata, lo sguardo penetrante, i duri capelli ricci di Nego. Il compagno lo salut col suo piglio severo e come se soltanto da pochi giorni non si vedessero. Ancora pi robusto, tutto muscoli, disse tranquillamente che la loro officina era fallita, che i fratelli s'erano trovate altre occupazioni e che lui faceva il tornitore in un grande stabilimento.
- Nessuno sa che io non sia un operaio come gli altri. Infatti sono come gli altri diecimila. E mi trovo meglio di prima. Anche i giornali li leggo di rado, ma so che hai avuto successo e che vai per il mondo.
- Un lavoro manuale come il tuo - rispose Graziano.
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Valente Mazz voleva egli pure veder campi e prati e stare all'aria libera; camminarono insieme. Graziano raccont in che maniera aveva vissuto negli anni scorsi, per quel bisogno che provava sempre di fronte al compagno, di confessarsi con piena sincerit. S'eran tolta la giacca ed andavano attraverso la pianura assolata. Nego mostr la propria condizione tra i compagni di lavoro, dei quali poco s'interessava, senza condividere affatto i loro piaceri n i loro ideali. - Le mie opinioni - afferm - diventano sempre pi semplici. - Poich egli non rientrava ancora in citt, dopo qualche tempo si salutarono: soltanto allora Graziano accenn alla malattia mortale di sua madre. Il compagno si stup, lo compianse, compianse lei che se ne andava cos presto; gli prese la mano nella sua mano grossa e piatta. - Ti potrei dire, come penso, che il morire non  niente perch non  niente il vivere; ma tanto soffriresti lo stesso. Fatti coraggio. Che si deve dire?
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Per Claudia era incominciata un'esistenza strana, ogni giorno eguale, regolata come da un tetro metodo. Quasi ad ore fisse tornavano i dolori; riprendevano in maniera subdola, leggeri, talvolta cambiando un poco luogo; poi riacquistavano tutta la loro malvagia potenza, erano cento strazi in uno, un tormento che pareva sapientemente disposto e che le impediva di pensare ogni altra cosa. Nella sofferenza atroce l'idea della morte le diveniva indifferente. Tutto passava con le punture di morfina, ma doveva attenderle, sospirarle: le erano misurate inflessibilmente. Il ventre continuava a crescere. Le notti scorrevano adagio nell'insonnia vigilate da una infermiera. Ormai ella si sentiva diversa del tutto dagli altri che erano sani. Ma nei momenti migliori leggeva quanto il figlio veniva scrivendo e ne era contenta. Sotto l'azione del narcotico stava immobile a pensare, o piuttosto a sognare un vago e lento sogno: vedeva se stessa nel passato, la buona compagna di Sisto, la buona ispiratrice dei figli; sentiva una vita misteriosa nell'immenso spazio che circonda la vita umana, e morire era tornare l, in una perfetta purezza, tornare in Dio. Questo era per lei un modo di pregare.
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La guerra che si preparava nella Libia era prossima: tutti lo sapevano dai movimenti di navi, di truppe, e ne parlavano; i Farra se ne accorgevano appena. Scoppiarono agitazioni per impedire che si facesse, ma sparse ed effimere. Giunse la notizia che Metello era stato arrestato, a Torino, mentre presso una caserma incitava dei soldati a non partire, dopo aver gi capeggiata una sommossa mandando squadre a tagliar linee telegrafiche, distogliendo ferrovieri dal loro lavoro. E questo avvenimento colp la famiglia con pi forza: al rammarico si univa nell'animo di ognuno un senso di avversione, d'istintiva ripugnanza, come se Metello avesse presa, per la prima volta, una posizione di nemico della patria. Poich era nelle carceri della citt, Graziano and tuttavia a visitarlo appena si pot avere il permesso.
Di fuori le mura di cinta ed i corpi dell'edifizio, di mattoni rossi, avevano un aspetto di prigione modello e sembravano ancor nuovi; passato il corpo di guardia ed i primi cancelli, il giovine fu condotto attraverso un cortile circondato di alberetti, in un angolo del quale un mucchio di povera gente aspettava in silenzio di poter parlare con i carcerati, ed una bambina, chinata al piede di uno di quegli alberi, ingannava l'attesa facendo buchi nella terra con un dito. Graziano aveva un permesso speciale; il capo custode, aprendo e riserrando quasi ad ogni passo cancelli massicci, lo accompagn per un grande corridoio nudo e pulito, imbiancato con la calce, ai lati del quale si vedevano attraverso alte inferriate uomini al lavoro, tipografi, falegnami, legatori di libri, tutti vestiti di tela grigia con un berrettino troppo stretto in capo. Graziano non ricordava gi pi di trovarsi nella rossa fortezza che si vedeva dal viale, tanto era nell'interno modesta e tranquilla; da certe finestre si scorgevano le fronde di un orto. Ma sempre incontrava sbarramenti di ferro, presso i quali vigilavano custodi che sembravano essi medesimi dei carcerati; appena passato, udiva i cancelli richiudersi col rumore delle grosse serrature e dei mazzi di chiavi. In fondo ad un andito assai alto che aveva come gli altri una bianca e rustica semplicit di convento, era la rotonda del cellulare, un vuoto di l dal quale, dietro cancelli altissimi, s'allungavano i bracci con tre piani di celle: davano l'impressione di un casellario ed erano silenziosi come se non vi fosse nessuno. Graziano sperava di arrivarvi, per vedere; colui che lo accompagnava, invece, si ferm presso la porta di una stanza e ve lo fece entrare.
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Non vi era che una panca infissa nella parete. Questo capo carceriere, vestito d'una divisa meschina che pareva di un'altra epoca, aveva un testone onesto coi capelli grigi. Non parlava. Infine si udirono dei passi venir avanti per il corridoio; nella cornice della porta apparve Metello, seguito da un custode piccolo e bruno, il quale non entr. Metello aveva indosso uno dei suoi soliti abiti piuttosto sformati, non portava colletto n cravatta; entrando, si attorcigliava uno di quei baffi rossicci pendenti come corde.
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- Siedi - disse al nipote indicandogli la panca, ma egli non sedette. Chiese subito notizie di Claudia; ascoltandole, scoteva la testa senza dir niente, stringendo le mascelle. Poi disse da quanti giorni era l dentro, come se Graziano non lo sapesse, ed aggiunse che sarebbe stato processato tra poco tempo. Si moveva continuamente, riunendo le mani dietro la schiena o ficcandole nelle tasche della giacca, facendo qualche passo avanti e indietro, tastando col piede un mattone del pavimento, che non era fisso. Per disposizione del regolamento il colloquio doveva essere molto breve ed avvenire in presenza del capo carceriere; costui, per, si era messo davanti alla finestra e teneva lo sguardo al disopra di una tramoggia di legno che la chiudeva dall'esterno, sebbene non si potesse vedere che un tratto del muro di cinta.
- Dunque - seguit Metello - la guerra  cominciata. Sul mare, se  vero. Ce ne sar per un pezzo. E poi, non esistono guerre piccole: tutte sono la guerra. La massa del popolo non la vuole; ma quando  l'ora d'impedirla, non si move nessuno.
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Parlava con irritazione, come un uomo che pensa a faccende di cui  sovraccarico e delle quali non gli  possibile occuparsi; le pareti, la porta, la finestra, i carcerieri, non dava segno di vederli. L'altro custode stava fermo sulla soglia della stanza col suo mazzo di chiavi.
-  bene che Gabriella sia sposata - disse poi Metello. - Claudia ci ha pensato. Povera donna, meritava tanto di rimanere lungamente con voi; la sua vita aveva un bel fine. Gran peccato anche per voi che dobbiate perderla; ma sarete sempre degni di lei. Mi rincresce molto che non la vedr pi. Eh, no; chiss quando esco. Dille che mi sono tanto cari i suoi saluti. Dille che sto benissimo. Infatti sto benissimo, lo vedi.
La sua persona vigorosa era sempre agitata da una impazienza e da una rabbia che faceva sentire una forza priva di sfogo; nel suo affanno si sentiva anche una sofferenza fisica, un mancar d'aria, un orrore dell'essere rinchiuso. Egli alz il mento testardo, soffi tra le grosse labbra, sotto i baffi di corda: - Al carcere ci sono abituato!
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Lo sguardo di Graziano si ferm un istante sulla sua fronte rigata di sbieco dalla cicatrice sempre netta, ma subito se ne distolse. Dalla finestra avvicinandosi alla porta senza fare parola, il capo custode lasci intendere che il colloquio doveva terminare, ed anche l'altro carceriere si mosse. Senza mostrar nemmeno ora d'accorgersi di loro, come se agisse di propria volont, Metello tese la mano al giovine, ed insieme uscirono nel corridoio. - Ah, senti - si ramment lo zio, - la mia compagna, sai, la buona Sabina, non potr venirmi a trovare perch non  mia moglie. Va' da lei, ti prego, falle sapere come mi hai visto.
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Si allontan per l'andito, verso la rotonda silenziosa, col suo solito passo un poco pesante ma deciso, camminando com'era prescritto accanto al carceriere. Non si rivolse indietro. Graziano, allontanandosi nella direzione opposta a fianco del capo custode, ud presto aprire e chiudere alle proprie spalle l'inferriata di quella enorme gabbia, e nemmeno lui si volt. Percorrendo di nuovo i corridoi, ripassando uno dopo l'altro i cancelli, rivedendo nei laboratori i detenuti, scendendo le scale tutte chiuse da ferri, riattraversando il cortile dove ancora era gente che aspettava, aveva gi nell'animo la vita che lo attendeva fuori e dove era sua madre con la malattia che la portava alla morte. Tutto gli dava una strana impressione, Metello carcerato, quella vita che facevano i carcerieri, i soldati nel posto di guardia, la citt con i veicoli e la gente che ritrov nel viale uscendo dal portone di ferro. Gli pareva che nessuno sapesse che al mondo vi era la morte.
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Ogni notte Graziano lavorava al romanzo fino ad ora molto avanzata. Una volta l'infermiera venne piano a vedere se fosse ancora alzato; gli domand se poteva venire dalla signora, che desiderava parlargli. Da un pezzo Ascanio e Sisto riposavano; un grande silenzio era nell'appartamento, nella casa, tutt'intorno.
- Come sta? - chiese Graziano, inquieto.
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- Le ho fatta adesso la puntura, solamente mezza fiala.  tranquilla.
Claudia stava infatti immobile sotto le coperte leggere, con le spalle ed il capo abbandonati sugli alti guanciali, con le mani ferme sul lenzuolo, una delle quali teneva un ventaglio: aveva l'espressione quasi felice che le dava la cessazione dei dolori. Nella camera era accesa soltanto una debole luce velata; il letto non era lontano dalla finestra, aperta, nella quale si vedeva molto cielo; la serena notte di ottobre rinfrescava gi assai, ma Claudia voleva sempre aria aria. Disse al figlio: - Non hai sonno? Sta un poco con me. - Mand l'infermiera in un'altra stanza; rimasero soli, e pareva che su tutta la terra fossero essi soli a vegliare.
- Graziano, vi sono gi segni che Gabriella si prepara ad avere un bambino. O una bambina. Chiss? Me l'ha detto oggi.  tanto contenta. Ho voluto che anche tu lo sapessi subito.
Poi ella gli chiese del romanzo: a che punto era arrivato, che cosa aveva scritto quella notte, che cosa sarebbe venuto dopo. Di nuovo gli lod quanto aveva gi letto. - Sono sicura del risultato. Ed anche del successo.  un libro che mostra davvero chi sei. Sar compreso da tutti.  vita.
Nel salotto vicino, una vecchia pendola fece sentire il suo campanellino acuto. Graziano sedeva accanto al letto. L'inferma rimaneva sempre abbandonata e tranquilla e lo guardava; ma ad un certo momento alz verso lui il ventaglio, in un breve gesto di autorit. - Figlio mio, - disse - io ti sento di nuovo lontano dal babbo. Sento che tutt'e due volete tenervi distanti a questo modo. Anche ora. Perch? Non capisco.
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- Io non me ne accorgo, mamma. Non  vero. Il babbo ha il suo lavoro, io il mio. Non ci parliamo molto, ma non  necessario. - Egli pensava che non si parlavano per non sentir troppo il dolore. E pensava pure che nel dolore ciascuno  solo, non pu essere che solo, come ella era sola nel suo destino.
- Tra un padre ed un figlio come voi siete, - continuava Claudia - dev'esservi ben altra unione. Non soltanto un vincolo ma un continuo scambio d'ispirazione, di forza. Desidero e spero tanto che vi diate questo aiuto: me lo devi promettere.
Riprese a parlare di Gabriella, del suo sposo che era buono e meritava ogni fiducia, della loro piccola casa, dell'avvenire ch'essi avrebbero avuto. Di Gabriella, diceva, anche Graziano doveva prendersi cura. - Mi vuole troppo bene, troppo bene. - Del resto, la famiglia era sempre vissuta in un accordo, in un amore, in un sentimento di reciproca stima, che certamente non sarebbero cessati mai.
- Non hai freddo? - domand Graziano indicando la finestra.
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- Oh, lasciala ancora aperta! - L'ammalata mand lo sguardo attraverso quell'aria notturna, morbida ed un poco turchina, lo pos di stella in stella, un momento. Al figlio, che le porgeva da bere, domand se non fosse stanco; ma aggiunse subito: - Rimani ancora un tantino. Vedi che ora tranquilla? - Sembrava volergli dire che un'altra ora come questa non sarebbe venuta mai pi. Discorreva senza dare indizio di alcuna fatica, piano, con una voce che aveva sempre uno stesso tono grave; e Graziano credeva che questa voce empisse tutto il silenzio quanto era largo, come empiva l'animo suo. Essa parlava della pineta, di quando era stata creata la villa, della gente che viveva su quella terra, di quei ragazzi che un giorno le avevano portati i fiori dell'orto e adesso erano gi tanto cresciuti. Poi torn a parlare di lui, del suo caro figlio.
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- Esprimersi in qualche bel libro  una grande fortuna. Tu sei nato per questo: devi sempre ricordartene. Il resto  vita che passa, sono cose d'ogni giorno. E per scrivere degnamente bisogna stare con l'animo in alto, tener limpida quella fonte pura che  in noi. Ma tu sai gi scrivere degnamente.
Graziano sentiva bene che quanto accadeva era un commiato della madre da lui; non gliene veniva, per, alcuna sofferenza; si sentiva, come era la madre, al disopra del dolore, della malattia, della morte; ogni suo pensiero era vita, avvenire.
- Io sono cos calma - diceva Claudia. - Voglio che tu lo sappia, che lo sappiate tutti. Sono contenta di tutti, del babbo, dei figli nostri, anche della sorte che ho avuta. Non  bella la mia vita, non  bello questo mondo che ho attraversato? Qualunque cosa mi dovesse succedere, rimarrei tranquilla. Ho voluto sempre il bene, e mi pare che anche adesso sia una forza benefica quella che mi porta. Mi sento in alto, sollevata sempre pi in alto. E tutto  giusto, non c' niente al mondo di cui non si possa esser contenti.
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Tacque un momento e dopo mand il figlio a riposare. Aveva detto ci che voleva, ci che poteva dire. Era stanca, adesso. E il dolore, il morso atroce nelle profonde viscere ricominciava gi, subito cattivo come un serpente che si sveglia. Uscito Graziano, apparve immediatamente nella cornice della porta l'infermiera, alta, vestita di bianco. Ella rappresentava la malattia, il destino. Su quel viso impassibile Claudia lesse che non le sarebbe stata fatta un'altra puntura prima che l'ora stabilita venisse, a nessun patto. Pazienza. Volse di nuovo il capo alla finestra, guard ancora il cielo. Non ricordava quasi pi dove ella fosse. Che importavano i luoghi? Fiss l'attenzione sopra una costellazione che spiccava, da una parte, in quello spazio dolce e profondo profondo: stelle che parevano legate tra loro da fili invisibili, un poco pi grandi delle altre e pi moventi con la luce, messe a formare un disegno che non si capiva, a dire qualcosa che non si sarebbe potuto ripetere con parole. Quale costellazione era? Ma che importavano i nomi delle costellazioni? Claudia la vedeva, alta ma non lontana. Pensava che ella sarebbe poi salita in quella immensit, e che di l avrebbe sempre conosciuta la vita degli altri, dei suoi cari, sopra la terra.
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Capitolo 9. Anno 1912.
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"Quel paese  fuori del mondo!" pensava Aleramo. Il viaggio era scomodo; aveva dovuto cambiar treno pi volte. Adesso non era lontano da Rebbia e riconosceva ogni tratto della linea, con le piccole stazioni dove muggivano buoi nei carri bestiame, sotto un pulito sole d'inverno. Pensava a Claudia che non vi sarebbe pi passata: la sorella pi giovine era morta per la prima. Egli andava a Luvo; in dieci anni di libert non s'era mai deciso; andava a dargli un addio. A Milano la vecchia baracca della cavallerizza era in malora, i creditori l'avevan fatto fallire; i cavalli, il fabbricato col maneggio che pareva un circo da fiera, tutto era stato venduto all'asta. Uno dei maestri d'equitazione, in un diverbio per ragioni di denaro, gli aveva detto "Con voi  meglio non far questioni. Si sa donde venite".
Nello scompartimento, non essendovi rimasto alcuno, Aleramo si moveva da un finestrino all'altro, con uno stupore di ritrovar quella campagna e quelle colline lontane che conosceva. I suoi pochi capelli, divenuti bianchi affatto, erano ben ravviati; il suo viso mostrava d'aver preso luce ed aria; egli portava un buon cappotto ed un buon abito, nel suo aspetto vi era del cavallerizzo ma anche del signore che ha goduta la vita; le mani, per, eran rimaste quelle del reclusorio, sformate dal lavoro. Anche alla libert dava l'addio. Non sapeva pi che farsene. Volentieri sarebbe tornato nei penitenziari, a ripetere ogni giorno lo stesso lavoro e la stessa vita senza essere pi un uomo. Non possedeva niente, non sapeva fare niente. Voleva entrare in un ospizio; era difficile farsi accettare, ma contava sull'aiuto di Sisto per riuscirvi; poco altro aiuto avrebbe chiesto, qualche soldo ogni tanto. Da Claudia non gli era spiaciuto ricevere denaro, poich ella dava di buon grado; ma da altri non ne voleva.
Rivedere Luvo una volta prima di rinchiudersi, ma anche vendicarsi del Lanciarossa. A parole, nient'altro. "Ecco, ti godi ci che era mio, e me l'hai preso da strozzino offrendomi i prestiti mentre perdevo e poi facendo scadere le cambiali quando non avevo mezzo di difendermi. Non ti vergogni di stare in questa casa di signori e di galantuomini, tu, biscazziere figlio di biscazziere? Tu con la degna compagna. Ricordi quando la sua bottega di fioraia era piena d'adoratori e la bella aveva sempre qualche gioiello nuovo da mostrare"?
Ma questo camino di fornace e questo giardino pubblico erano Rebbia. Aleramo non aveva valigia, nessun impiccio; discese lesto dal treno, gett alla stazione appena un'occhiata, usc e prese il viale di circonvallazione. Vide qualche casa nuova, di brutta e meschina apparenza, ma la citt era sempre la stessa e pareva stranamente addormentata. Senza entrarvi, incontrando solamente qualche ragazzetto, arriv dove ricordava una rimessa di affittacavalli: la trov ancora. Vi era gente nuova che non poteva conoscerlo. Mentre aspettava si attaccasse un carrozzino per portarlo al paese, cominciava a sentire intorno a s il tempo lontano come se fosse nell'aria, ed il ricordo della gente di quel tempo era diverso da prima, pi vero, anche il ricordo di sua moglie. Poco dopo, il carrozzino prendeva la strada di Luvo, guidato da un uomo rozzo che aveva voglia di discorrere e tirato da un cavallaccio il quale, appena frustato, passava dal trotto al galoppo scotendo villanamente il veicolo a due ruote.
La strada saliva con infiniti rigiri. Da una delle svolte si rivedeva Rebbia con le sue torri, rossa, sempre eguale. A misura che andava innanzi, Aleramo ritrovava cose che aveva dimenticate; molti poderi eran rimasti come allora, mostravano vecchie case, vecchi alberi; presso un cancello vi era sempre una vasca di pietra per abbeverare le bestie; sembravano quelli di quarant'anni prima i canneti, le siepi, i pali del telegrafo; tutto stava felicemente sotto il sole tepido. Anche il cielo era quello che egli aveva visto l tante volte in belle giornate d'inverno. Si ritrovava nella memoria la vita d'allora, dove si movevano il padre, la madre, le sorelle, amici di famiglia, servitori, contadini, e si moveva l'Aleramo d'allora; ma erano figure vaghe ch'egli non guardava ad una ad una. In altra maniera vedeva sua moglie, anzi la sentiva. Per questa strada era passato in carrozza con Fulvia quando erano venuti a Luvo dopo il viaggio di nozze e poi ogni anno, quando ella si decideva a tornar per qualche giorno in questo paese che l'annoiava. Grandi occhi scuri, imperiosi, in un viso forte che aveva spesso una strana immobilit; capelli chiarissimi, mani lunghe e carnose. Il suo giovine corpo era sempre vestito di seta, ornato di frange e nastri, e la scollatura lasciava scorgere il principio dei seni alti. Ella aveva una volta una cuffia da estate, bianca, con un bordo di roselline attorno al viso. Una cuffia di Parigi. Non voleva che vesti e profumi di Parigi.
Nei tratti dove la salita era dura, il cavallaccio andava al passo, il carrozzino aveva movimenti meno sgarbati; il vetturale, imbronciato perch il passeggero non voleva discorrere, guardava la strada di sotto il cappello che s'era tirato sul naso. Rammentando il carattere di Fulvia, ci che aveva di bizzarro e di malvagio, Aleramo si domandava che cosa ella volesse, che cercasse. Di non avere figli era contenta. Vi era stato un tempo nel quale pareva innamorata di lui, sebbene bizzarra ed impaziente anche allora; poi era stata presa da una smania di brillare, d'essere corteggiata, di passare da un divertimento all'altro, di festa in festa. Chi avrebbe potuto tenerla legata a s? Che fare, quali parole dire per riprenderla? Forse era una donna nata per viver libera e correre il mondo da sola. Ma il suo destino era invece d'andare alla rovina trascinandovi un altro. Aleramo non aveva mai pi voluto pensare queste cose: i pensieri non erano stati che ricordi sprofondati nella coscienza come in fondo ad un'acqua. Ora li cercava, mentre continuava a guardare ci che stava ai lati della strada. Decisamente pens anche a quanto era accaduto alla fine: quella Fulvia innamorata d'un uomo a lui ignoto, presa da una passione o da un capriccio; il pretesto col quale aveva voluto partire, l'ostinazione a partire; le ore ch'egli aveva passate in treno, nascosto, col revolver in tasca; la stazione d'arrivo, dove Fulvia si accostava impetuosa e ridente al bel giovine che l'aspettava; i colpi di revolver, la donna che accasciandosi lasciava sfuggire il manicotto, lo scompiglio tra la gente, un mucchio di uomini addosso a lui. I giorni precedenti erano stati una terribile tortura: il fatto ne era la conseguenza. In quel momento si era impadronita di lui una forza estranea alla sua volont. Dopo, egli aveva sempre sentito che s'era trovato nella necessit di compiere quell'atto. Che altro avrebbe dovuto fare? Come non ucciderla? Ella si comportava come se volesse andare a quella fine, essere uccisa.
Finora il carrozzino non aveva incontrato che qualche carro di campagna con gente giovine, sconosciuta. Arriv ad una grande curva disegnata tra prati e vigne, dov'era un fascio di cipressi all'imbocco d'una piccola strada. Aleramo ramment che a quel punto doveva cercare la pineta dei Farra. Voltandosi indietro trov infatti una collina coperta di pini, ch'egli non aveva nella memoria, e vi biancheggiava al sole una villa nuova con le persiane chiuse. Collina e casa stavano in un oblio tranquillo: non sapevano che Claudia era morta. Ma ora lo stradale andava quasi in piano, il vetturale frust, il cavallo riprese a correre con le sue mossacce e la pineta non tard a nascondersi. Subito dopo lo spazio si dilat grandiosamente; apparve l'ampia valle dominata dalla collina di Luvo, sulla cresta della quale si vedeva il campanile del paese, messo come uno stendardo nella processione delle case. Anche in questo orizzonte cos vasto Aleramo sentiva che l'aria non era cambiata. Aveva un po' di affanno, adesso che stava per arrivare; teneva le braccia strette al petto studiando Luvo con viso severo. Un cantoniere che lavorava a ripulire un fosso, guard la vettura che passava, ma anch'egli era giovine, non poteva conoscerlo. Con un'ultima svolta lo stradale celava il paese prima di giungervi; Aleramo ritrov l'alto muraglione che suo padre aveva donato al comune per sostenere un terreno; le grosse pietre erano invecchiate ma vi era ancora la lapide su cui era incisa la scritta: "Emanuele Andosio - per il pubblico bene - 1851". Al paese paterno egli ritornava sopra un carrozzino d'affitto; la casa degli Andosio non apparteneva pi alla famiglia; ed egli era quell'Aleramo che aveva uccisa la moglie e passati ventisette anni nei penitenziari. L'uomo che aveva fatto questo era lui, non altri, non un Aleramo svanito chiss dove. Lui.
Arrivata la vettura sotto il paese, si videro le case delle antiche famiglie borghesi, mangiate dalla lebbra di vecchiezza e miseria; non erano cambiati molto i mucchi di case rustiche intorno alla chiesa: in cima alla strada quella facciata grigia di palazzo Andosio. Qualche casa nuova in piazza vi era, ma si notava appena. Aleramo guardava sempre impettito e serio; ed il paese, sebbene cos poco cambiato, gli sembrava stranamente diverso da quello che ricordava: era un luogo qualunque, meschino, al quale non valeva nemmeno la pena di pensare; e pareva che non vi fosse mai accaduto niente, che non dovesse mai succedervi niente. Il carrozzino si ferm davanti ad un piccolo albergo. Egli smont, disse al vetturale: - Stacca ed aspettami qua.
Sopra una panca fuori dell'osteria sedeva al sole un vecchio contadino robusto, con baffi spessi, spesse sopracciglia, vestito bene di fustagno; gli erano vicini un ragazzetto che batteva un chiodo nella panca con un sasso, ed un cane che s'era alzato da terra all'arrivo della vettura. Il contadino aveva occhi acuti sotto quelle sopracciglia: osservava il forestiero come uno sconosciuto di passaggio, ma tosto la sua attenzione si fece pi intensa, il suo sguardo misur l'uomo quanto era alto, gli studi il viso, la persona, di nuovo il viso, con una crescente avidit. Infine disse, come a se medesimo: - Aleramo. - Poich il forestiero si volse a guardarlo, il vecchio si alz lasciando appoggiato alla panca un bastone che aveva.
- Chi siete? - domand Aleramo..
- Ti ho aspettato tanto! Non credevo pi di vederti arrivare.
- Non ti riconosco.
- Sono Daniele del Tessitore.
Aleramo alz un poco le braccia, lo consider ancora, con piacere, gli strinse forte la mano; poi ebbe un impulso improvviso e lo abbracci. L'altro si port con lui verso il mezzo della piazza deserta, perch il ragazzo non li udisse. Raccont che aveva saputo quando era venuta la grazia e che prima aveva sempre cercato di aver sue notizie dalla sua povera sorella, dal nipote. In questo vecchio alto, un poco irrigidito dall'et ma di aspetto autorevole, Aleramo ritrovava indizi vaghi, parvenze incerte di colui che era stato uno dei suoi amici di Luvo, dall'infanzia. In giovent era assai bello; pi anziano di lui, lo salvava da pazzie troppo arrischiate; era figlio di brava gente onoratissima.
- Avrei voluto venire a trovarti, - disse piano Daniele - ma eri sempre lontano, nelle isole.
- Meglio cos. Ti ricordi quando mi prestavi il fucile? E quando venivo a mangiare a casa tua? Che minestre!
S'intese un rumore di ruote e di cavalli: sulla porta di una macelleria comparve un uomo grasso in camiciotto a righe rosse; subito arriv la vettura della posta, che veniva da lontani paesi per scendere a Rebbia; qualche altra persona si mostr allora sulle soglie delle botteghe e dell'osteria; appena la vettura fu ripartita, tutto ritorn come prima, nella piazza non rimase che il cane.
- E tu, che hai fatto? - domand Aleramo al contadino. Questi disse in poche parole che aveva divise coi fratelli le terre paterne e poi quelle ereditate da uno zio, e le aveva lavorate. Aggiunse: - Adesso non ho pi molto da fare. Lavorano i figli ed i nipoti.
Aleramo immaginava quella vita tutta vissuta in libert, in mezzo alla famiglia, lavorando la campagna, da re della propria terra. Si misero a camminare innanzi e indietro. - E l dentro? - chiese. Aleramo indicando con un cenno del capo il palazzo. Daniele vi gett uno sguardo duro; poi accenn al matrimonio del Lanciarossa ed al figliastro venuto a comandare. Ci era noto al reduce perch glielo aveva ancora scritto Claudia. Ma il contadino seguitava dicendo che nel palazzo doveva succedere qualche cosa di fosco. Il figliastro era un demonio; ubbriaco, inveiva pubblicamente contro la madre, ed il Lanciarossa, mandava loro maledizioni perch l'avevano rovinato fin da fanciullo; aveva venduti i cavalli di lusso del patrigno; faceva cos per abbreviar l'esistenza ai due ed entrare pi presto in possesso del patrimonio. Sua madre piangeva continuamente, a quanto si sapeva; usciva soltanto alla festa per andar alla prima messa. Il Lanciarossa non era pi lui, sembrava ammalato ed anch'egli si teneva nascosto. Forse il figliastro gli dava un veleno, a poco a poco. In paese c'era chi vi credeva, a questo, e chi no. - Io dico - conchiuse Daniele - che l dentro non sta pi molto tempo.
Il palazzo, col portone chiuso in cima alla gradinata, con le grosse inferriate del pianterreno, coi muri grigi dai quali erano caduti pezzi d'intonaco, aveva quell'espressione taciturna, impenetrabile. Ora Aleramo non aveva pi voglia d'entrarvi; per si scosse, tese la mano all'amico, mostrandogli con un cenno del capo che vi doveva andare.
- Resto qui - disse l'altro - finch ritorni.
Ad aprire il portone venne un servitorello. Aleramo chiese di parlare col signor Lanciarossa, senza dare il proprio nome. Fu lasciato nell'atrio. Poi comparve un vecchio magro, con una giacchettina stretta alla vita, il quale aveva ancora i capelli pettinati all'indietro ed il pizzetto acuto del Lanciarossa di tanti anni prima, ma bianchi, ed aveva appena un ricordo del portamento di allora. Guardava il visitatore con aria interrogativa ed anche inquieta, senza riconoscerlo. - Aleramo Andosio! - ripet con stupore quando l'altro si fu nominato. Non era contento n spiacente: stupito, immensamente stupito. Lo condusse subito, parlando piano, nella propria camera; lo fece sedere accanto al caminetto, dove ardeva un po' di fuoco, e torn ad accomodarsi nella poltrona ove stava prima, tirandosi sui ginocchi un vecchio scialle che alzandosi, aveva lasciato cadere sul pavimento.
- Credevo che saresti venuto subito,.. appena potevi - disse. - Oggi non ti aspettavo certamente.
Ripensava il giorno in cui s'era saputo che Aleramo aveva uccisa la moglie, e poi il processo e la pena da lui scontata. Fece uno dei suoi gesti abituali passandosi pi volte la destra sui capelli, in fretta, ma la mano era incerta ed aveva un forte tremito; il viso era scarnito e la pelle cadeva in grosse pieghe, rimasta vuota; il suo sguardo non cessava di moversi inquieto, ed in tutta la sua persona, nel suo contegno, era l'espressione, di un uomo che non si sente sicuro in casa propria. La camera guardava il giardino; era ampia, col soffitto ornato di vecchi fregi in stucco; Aleramo vi aveva riconosciuta quella da lui occupata quando veniva a Luvo con Fulvia. Allora vi stava in un angolo una toletta coperta di velo bianco con nodi di nastro azzurro, davanti alla quale Fulvia si faceva pettinare guardandosi in uno specchio incorniciato d'argento. Vi erano altri mobili, adesso, e sopra un cassettone stavano molte boccette di medicinali. Nel giardino si udirono dei passi, delle voci. Una di queste si alz subito di tono, sopraffece le altre, imprecando, ingiuriando; voce grossa e prepotente che arrotava l'erre e strascicava le parole. - Il padrone. Un tas d'histoires! Qui est-ce qui commande ici? Ve lo faccio vedere. Vi metto fuori a calci. Cochons de fainants! A calci!
Il Lanciarossa fingeva di non sentire ma s'era come rimpicciolito nel seggiolone e si accomodava lo scialle con quelle mani tremanti. Cominci a raccontare piano, o piuttosto ad accennare con brevi frasi sovente lasciate a mezzo, che era venuto a stabilirsi a Luvo con la donna quasi tre anni dopo che s'erano visti, Aleramo e lui, l'ultima volta. Questa era una maniera per indicare, press'a poco, il tempo della disgrazia di Aleramo.
- Sai che paese . Ci sono venuto per Sofia. Tu puoi capire... Per averla tutta per me. Se in giovent si sapesse ci che viene dopo, si potesse vedere il seguito delle cose! Del resto, Sofia  stata molto buona.
Continu parlando della figlia che avevano perduta, Jenny; senza alzarsi prese dal piano del camino una fotografia di lei, gliela mostr: ed Aleramo osserv ancora quel tremito che le sue mani avevano, forte, molto rapido. Poi il Lanciarossa lasci intendere com'era vissuto in quel paese morto, fuori del mondo, quasi chiuso nella casa come in una fortezza, senza amici, sempre come un forestiero. S'interruppe, con un debole sorriso: - Ma non  inutile parlare di quello che  stato? - Parl invece del figliastro, asciuttamente, dicendo che si occupava lui della campagna, dei servitori. Consider Aleramo come se soltanto allora gli venisse in mente di osservarlo. - Tu stai bene - disse. - Io sono malato: te ne sarai accorto. I medici dicono che  una malattia di nervi; non grave, dicono. Ho sempre freddo. E guarda. - Tese gli avambracci innanzi a s, mostr come facevano le sue mani. Di nuovo si aggiust la coperta, ed i suoi occhi inquieti si volsero alle boccette che erano sul cassettone, quindi fecero il giro della stanza come se fosse piena di pericoli.
Quasi senz'avvedersene, Aleramo cominci anch'egli a raccontare, sottovoce, con mezze frasi. Ma parl soltanto del tempo in cui aveva nuovamente avuta la libert; disse che il mondo era troppo cambiato; disse che aveva comprata la scuola di equitazione per il gusto di stare in mezzo ai cavalli, ma che l'equitazione era passata di moda. Poi parlarono della morte di Claudia.
- La casa dei tuoi l'ho lasciata tale quale - afferm all'improvviso il Lanciarossa, liberandosi maldestramente dello scialle ed accennando ad alzarsi. - Vuoi vederla?
Aleramo non volle. Si limit ad avvicinarsi alla finestra per guardare nel giardino. Se ne scorgeva un angolo con un pergolato, di l dal quale scendeva un prato. Ed il reduce rivide Fulvia, vestita di bianco, col suo petto alto e con dei fiori infilati nella scollatura. Risent come ella respirava la buona aria con una gioia carnale. Ricord che un giorno aveva voluto travestirsi da contadina, e cos mascherata s'era fatta portare da lui al mercato di Rebbia, sopra un carrozzino del fattore. Egli capiva adesso che cosa voleva dire averla uccisa: come se fosse ritornato al tempo nel quale sua moglie era viva. Sentiva l'esistenza che aveva troncata. Capiva adesso veramente ci che aveva fatto. Rimase un pezzo; il sole se n'era andato ed il Lanciarossa non aveva pi legna da mettere sul fuoco; stavano anche senza parlare. Al visitatore l'altro aveva chiesto se voleva del caff o del vino, ma con imbarazzo, senza insistere perch accettasse. Aleramo sentiva intorno a s la casa, il giardino, la vita remota; sentiva il padre e la madre, Ortensia che imparava il pianoforte, Claudia bambina che trottava per i corridoi, il fattore ossequioso ed allegro, il land con le sonagliere che rientrava dalle passeggiate. Non voleva andare nelle altre stanze, nel giardino, per non vedere che quella vita non c'era.
Infine si risolse ad uscire. Il Lanciarossa si scus di non farlo parlare con la moglie, di non presentargli il figliastro, senza star a dire per quali motivi. Si scus anche di non accompagnarlo fino in piazza. - Esco di rado, adesso. - Venne per egli medesimo ad aprirgli il portone. Qui si salutarono quasi senza parole, perch non sapevano che dirsi, sebbene pensassero entrambi molte cose e fossero certi che non si sarebbero pi veduti. Quando Aleramo ebbe discesi i gradini, il portone si richiuse senza rumore.
Quasi buia era la piazza. Il campanile chiamava per qualche piccola funzione della sera; alcune donne si avviavano col velo nero in testa. Nelle botteghe erano lumi scarsi e deboli. Aleramo vide venirgli incontro Daniele, dietro il quale camminavano una donna ed un uomo, pi vecchi di lui. La donna (lo disse Daniele) era Mariolina. I suoi occhietti lucidi questa volta piangevano davvero; ella afferr una mano di Aleramo e la voleva baciare, singhiozzando. Dell'altro uomo, pi anziano di tutti, magro, con una barbuccia, il reduce non ritrov che ricordi sbiaditi, quantunque essi cercassero di ravvivargli la memoria dicendo che era il padrone delle case attigue al palazzo e che "l'avvocato Emanuele" passeggiava sovente con lui. Che importava ad Aleramo di non ricordarsi? Anche questo vecchio era uno d'allora, era il tempo lontano, era il paese.
Mariolina era venuta a comprare il lievito per fare il pane, e Daniele l'aveva segretamente avvisata; segretamente egli era anche andato a chiamar l'altro, il pi vecchio. E i tre, arrivati in mezzo alla piazza con Aleramo, si fermarono, gli si misero intorno. Ora spirava un'aria fredda ma essi non vi badavano.
- Sono contento che siate tornato su questa piazza - disse il contadino pi anziano. - Mi sembra che vostro padre lo debba sapere.
- Povero Aleramo! - disse Mariolina come pot, tra i singhiozzi. - Ha patito per tanti anni!
E Daniele alla sua volta: -  stato disgraziato. Non lo meritava.
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Volevano fargli sapere che non aveva pi nessuna colpa, che tutto era cancellato. Aleramo udiva con piacere le loro parole e li ricompensava con strette di mano; ma ora sapeva invece che cosa significava troncare una vita, che cosa aveva fatto uccidendo Fulvia. Non era vero che si potesse perdonarlo. Ci che era successo, non sarebbe mai stato in alcun modo cancellato: nemmeno gli anni passati nei reclusori non cambiavano niente. Cerc il vetturale, che dormiva col capo sopra una tavola dell'osteria; gli ordin d'attaccare. Appena il carrozzino venne fuori dal cortile, baci Mariolina, abbracci i due uomini, e sal.
Il vetturale doveva aver bevuto, era imbronciato pi di prima, litigava a frustate col cavallaccio. Mentre il veicolo andava forte per lo stradale gi buio, dove i fanali gettavano l'ombra enorme della bestia, Aleramo si compiaceva di pensare ad un ospizio dove sarebbe entrato, uno qualunque, molto grande, con innumerevoli finestre. Gli piaceva anche pensare che avrebbe portato un'uniforme, un berrettino con un numero.
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I Farra abitavano ora in una via del centro, piena di rumore. L'appartamento nuovo era molto diverso dall'altro, come aveva desiderato Sisto. Gi erano passati l'autunno, l'inverno, una parte della primavera, e Graziano non si allontanava, per non lasciare il padre. Se svanivano i ricordi della malattia di Claudia, dei giorni funebri nei quali i superstiti non avevan respirato che morte; se era finito il tempo in cui cercavano soltanto l'aria immobile del camposanto, nella vita familiare rimaneva sempre visibile il posto vuoto.
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Del dolore sofferto Graziano provava ancora una grande stanchezza. Sentiva in tutto l'essere suo la perdita subita; sentiva ch'era stato reciso in lui un legame misterioso. Era morto l'albero del quale era il frutto. O era stata tagliata la radice per la quale egli era cresciuto sopra la terra? Soffriva sempre del tremendo distacco dalla propria origine. E la madre perduta era quella donna nobile e pura che tanto lo amava, quella che lo comprendeva in una maniera cos intima e gli stava sempre vicina, anche quando erano separati o quando ella si teneva in disparte per lasciarlo a se stesso. Il giovine aveva assurde e confuse idee che talvolta all'improvviso si precisavano: credeva di dover scrivere a lei raccontando ci che accadeva, o pensava che la madre dovesse tornare da un viaggio. Stando a lavorare in camera, s'aspettava che ad un tratto entrasse e gli venisse accanto, come faceva, per dar uno sguardo a ci ch'egli scriveva, lasciandogli poi un'ombra del suo profumo di violetta. Ma queste cose non potevano pi succedere: Graziano vedeva come d'or innanzi doveva vivere da s, con le proprie forze.
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In una notte di febbraio, mentre cadeva una nevicata festosa, Gabriella aveva messa al mondo una bambina, che aveva chiamata Claudia; ed il vecchio Ascanio, il quale si recava al camposanto pi spesso di tutti, era tosto andato a darne avviso a quella ch'era l. Con la perfetta salute il nonno conservava sempre il calmo vigore di spirito che pareva l'effetto di una certezza segreta ed incrollabile. Quando Gabriella veniva a trovare il vecchio ed il fratello, oppure essi andavano insieme a veder la bambina, colei che avevano perduta era tra loro come viva; ma non ne parlavano, non potevano ancora.
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Graziano non aveva ripreso un posto nella redazione del giornale; scriveva a casa qualche articolo, spesso con grande sforzo. Il romanzo dei Senza terra era da poco tempo apparso: aveva un successo impetuoso, sorprendente, che cresceva sempre. Si erano subito mossi a segnalarlo come una rivelazione tutti i critici maggiori; li avevano imitati in fretta quanti si occupavano di libri nei giornali, nelle riviste; s'interessavano del romanzo critici stranieri autorevoli; gi se ne preparavano traduzioni. Anche ai lettori piaceva il mondo che vi era fatto vivere, semplice e sinceramente umano. Il giovine n'era contento come di una prova che non si era sbagliato giudicando se stesso; ora vedeva meglio di avere una statura alta; ma non gli andava al capo nessun fumo. Sovente era scontento di ci che diventava la sua opera in possesso degli altri: non mancavano giudizi sfavorevoli, ed in alcuni traspariva l'invidia; ma i pi accorrevano in aiuto del vincitore, e molte lodi erano sciocche, noiose. Riceveva lettere di sconosciuti, di donne, quasi sempre irritanti. E del pubblico anonimo egli pensava che soprattutto si volgeva al rumore, a quel po' di fortuna. Aveva una strana impressione della folla in mezzo alla quale bisognava vivere: per chi si scrivevano i libri? Era cercato da editori, da giornali e riviste; riceveva anche inviti mondani, che non accettava; non si curava affatto di essere uno scrittore come lo volevano vedere gli altri.
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I Senza terra erano soprattutto una cosa dedicata a sua madre; egli aveva questo pensiero anche quando nelle vetrine dei librai ritrovava il volume. Vi era la buona gente di campagna ch'ella aveva amata; ed il libro, scritto per sua ispirazione, terminato poco prima che morisse, era stato letto da lei fino all'ultima parola. Non pensava a scriverne un altro. Nell'animo gli rimaneva ci che vi aveva messo quella morte: un bisogno di tenersi fuori della vita, il desiderio di una realt misteriosa nella quale il dolore da lui sofferto e il dolore di tutti trovassero una ragione. Non era triste; pensava volentieri che aveva soltanto ventinove anni. Nell'adolescenza, quando riceveva l'ostia nella Comunione, si sentiva divenuto prezioso egli stesso; cos ora aveva in s quella cosa santa che era la memoria materna. La citt che ritrovava uscendo di casa, sempre eguale, gli sembrava troppo solida e netta, ingombra di pesante materia. Spesso rivedeva Fenice, sempre ansiosa, obbediente, ed ora esaltata dal successo del romanzo; nell'inverno erano andati insieme a qualche concerto, adesso uscivano in campagna a goder la primavera; ma soltanto in questo modo si erano ritrovati. All'altro amore che tra loro vi era stato, Graziano pensava come ad una storia finita.
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Come prima della malattia di Claudia, il padre non rientrava che la sera; Graziano ed Ascanio lo aspettavano per cenare; discorrevano poco, e mai nominavano quella che non c'era pi. Dopo cena Sisto si chiudeva nello studio od usciva di nuovo. Era molto invecchiato; anzi, stanco nello sguardo ed incerto nelle mosse come un uomo mal guarito d'una malattia grave. Sebbene stesse ancora dentro la tristezza del lutto, cercava uno scampo, guardava da un'altra parte. Con profonda pena i suoi figli ed Ascanio assistevano ad un avvenimento che nessuno si sarebbe mai atteso come conseguenza di quel lutto: un suo lento e continuo allontanarsi dalla vita familiare, dal passato comune, dalla religione della morta. Avevano saputo che gli era venuta intorno, come attratta dal suo dolore, la sorella di un assistente della clinica, non molto giovine n bella; capivano ch'egli aveva accettata quell'amicizia di donna e se ne lasciava prendere, non senza tormentarsi, provarne rimorso.
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Una sera chiam nel suo studio il figlio. Per la prima volta gli parl di quella donna, dicendo ch'ella veniva alla clinica e che aveva letto il suo romanzo; accenn all'amicizia, al conforto che vi trovava; disse infine che Vittoria (la chiam soltanto cos) provava molta simpatia per lui, come per Gabriella, ed avrebbe desiderato conoscerli. Il giovine rispose senza impegnarsi e con viso ostile, con un accento duro del quale subito si pent, poich il padre gli aveva parlato con umilt, quasi con sommessione. Lo guard alzarsi dalla scrivania, avvicinarsi ad uno scaffale, infilandosi gli occhiali, per cercare una delle solite custodie di cartone piene di documenti: pareva logorato da una grave fatica; anche nei suoi passi si vedeva un principio di esitazione, come se il piede non si fidasse del pavimento; il suo capo di robusta struttura s'era molto imbiancato ed i capelli erano inerti, senili; ma quel che si notava soprattutto nella sua persona, nel modo di guardare, di muoversi, di tener le spalle, era un'espressione dubbiosa ed umile, un'espressione di debolezza. Comunque Graziano lo ricercasse nel passato, non lo vedeva che forte, padrone di s. Per la famiglia, per i figli l'idea del padre e quella della forza erano sempre state unite; la sua forza era apparsa qualche volta severa ma sempre sicura, una forza da non potersi mai guastare. Adesso era cos. Graziano dubitava che in lui fosse incominciata una decadenza grave, per un male misterioso che lo insidiasse; e nell'avvenire sentiva qualcosa di oscuro, come se il malvagio lavoro del destino non fosse terminato.
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Ogni volta che era pi profondamente turbato, Graziano ricordava ancora Nego e desiderava parlargli, senza saper bene perch. Lo credeva superiore a tutti nel modo di pensare. And una domenica a cercarlo nella pianura; intorno alla casa dei Mazz il sobborgo era cresciuto ma questa casa conservava il suo aspetto rustico; il portone era chiuso e sull'arco era stata cancellata la scritta che indicava l'officina; venne ad aprire una serva la quale disse che poteva parlare con la signora, se voleva, perch non vi erano altri. Dal cortile, vuoto e silenzioso, era sparito anche lo scoiattolo. Di sopra, la madre di Valente accolse il visitatore con la sua solita vivacit, lo fece entrare nel salotto, dove si vedevano sempre i diplomi in cornice e l'arpa d'oro sotto il velo rosa. La signora, coi ricciolini pendenti intorno al viso grassoccio, tutta rotonda ed insaccata, col petto che pareva finto, non era cambiata affatto.
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- Valente! Noi non sappiamo pi dove sia. - Spieg che da parecchio tempo il figlio viveva indipendente; veniva talvolta alla domenica, poi non l'avevano pi veduto; erano andati a cercarlo dove abitava e dove lavorava, non c'era pi, non aveva lasciate tracce; probabilmente se n'era andato in qualche altra citt, forse all'estero. Ella raccontava questo nella sua maniera concitata, ma senza alcuna emozione.
- Noi siamo gente irrequieta, sapete. Valente avr voluto sentirsi pi libero. I miei figli vanno e vengono ma ritornano sempre, ritornano. Figuratevi ch' tornato quello che era andato nel Sud Africa tanti anni or sono e non aveva mai scritto.  meglio vedere un po' di mondo, vivere da s, alla ventura. Io ero andata da sola a dar concerti in Russia a ventidue anni.
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Disse poi che non voleva stare a parlargli di quanto era accaduto dall'ultima sua visita: cose gi lontane. Avevano salvata la casa; l'avrebbero venduta quando il valore del terreno fosse cresciuto abbastanza, e doveva crescere straordinariamente; suo marito e gli altri figli avevano trovati buoni impieghi, studiavano nuovi progetti, che certamente avrebbero dati risultati ottimi. Parl anche del romanzo di Graziano, con entusiasmo, discorrendo dei personaggi come di gente che conoscesse. Quando il visitatore si fu congedato, ella usc sul ballatoio per salutarlo ancora mentre attraversava il cortile, con molti cenni della mano e del capo a ricciolini.
Nego s'era fatto operaio, si era confuso con gli operai, e adesso si era allontanato senza dire niente alla famiglia, chiss dov'era andato: Graziano lo ammirava anche per questo. Ma di non sapere pi dove fosse, si rattrist. Allora scrisse a Metello. Un'amnistia lo aveva liberato, questa volta, dopo sei mesi di carcere; e di nuovo egli ne era uscito con una smania di moversi, con un proposito di riguadagnare il tempo perduto, e nuovamente era divenuto inafferrabile. Ma dalla reclusione aveva portate fuori idee che prima non aveva o che non erano mature. Credeva, prima, in una trasformazione graduale della societ; ora s'era convinto che la lentezza toglieva all'azione ogni efficacia; soltanto un colpo rapido e violento poteva cambiar le cose, una rivoluzione. E pensava necessario farla presto per una ragione precisa molto importante. La terra si veniva coprendo di macchine. Nella guerra che si combatteva in Africa avevano grande parte le mitragliatrici, i cannoni a tiro rapido, i carri automobili, le navi aeree, i velivoli armati. E nella vita detta di pace la meccanica prendeva un posto sempre pi ingente; le macchine per correre sulla terra o viaggiare nell'aria realizzavano progressi continui, impreveduti; si moltiplicavano dappertutto le officine che producevano altre macchine di ogni specie per arare, per caricare e scaricar le navi, per sostituire in ogni lavoro bracci di ferro e congegni d'acciaio alle braccia ed alle mani degli uomini; e le macchine uscivano dalle fabbriche in numero sempre pi grande, arrivavano ovunque, davano alla vita la propria rapidit e precisione metallica, imponevano anche agli uomini, ad un numero sempre maggiore di uomini, gesti di macchina. La legge dei motori e degli ingranaggi, della corrente elettrica e dei congegni automatici avrebbe cresciuto il suo potere con una progressione molto rapida, sarebbe divenuta sempre pi tirannica. Entro poche decine d'anni la vita poteva essere terribilmente meccanizzata. E le macchine erano uno strumento di dominio del denaro sui poveri. Bisognava impadronirsene prima che fosse troppo tardi: prima che la folla immensa dei lavoratori fosse completamente soggiogata dal metallo, dai congegni, e divenisse soltanto una misera parte accessoria dei telai, delle gru, delle dinamo. Comandare le macchine voleva dire avere il comando della vita sociale. Inoltre la potenza meccanica, che faceva la guerra sempre pi micidiale, preparava una guerra smisurata, perch tutte le macchine guerresche che si fabbricavano nel mondo, non potevano stare inoperose, un giorno avrebbero voluto funzionare. Bisognava far presto. La visione del mondo meccanizzato, panorama fumoso lucido pieno di strepiti, che Metello aveva avuta in carcere pensando pensando, era diventata per lui quasi un incubo. Egli cercava di agitar le sue idee innanzi agli occhi di tutti, parlando, scrivendo, andando avanti e indietro per l'Italia, sostenendo una fatica sempre pi improba.
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Poich Graziano aveva chiesto allo zio di potergli parlare, ricevette poi quattro righe che fissavano un convegno in casa di Gabriella. L'abitazione era quella d'una famiglia nuova e modesta: stanzette in cima ad una casa di cemento. Metello non si fece aspettare. Arriv con un viso preoccupato, ma si schiar appena nel salotto, dove gi stavano Ascanio e Graziano, entr la nipote portando la piccola Claudia. La bambina era al mondo appena da tre mesi; aveva un faccino ben fatto, occhi scuri, un'ombra di capelli neri; strizzava le palpebre per fastidio della luce ma senza inquietarsi, e teneva un poco alzati i pugni chiusi, grandi come due garofani. A paragone con la madre vestita di nero e con Ascanio e Graziano anch'essi in lutto, la piccola creatura avvolta in panni bianchi, ornata d'un giubbetto rosa, sembrava una cosa vivente in un'altra maniera, una cosa tutta lieta. Metello le baci una guancia con quanta delicatezza era possibile.
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- Che bella mamma! - disse a Gabriella. -  un piacere vederti, cos giovine, con la tua figliolina in braccio.
Gabriella volse lo sguardo a Graziano e rispose - Questo  il mio libro.
Aurelio era alla fabbrica. Quando Gabriella ebbe riportata la bambina in un'altra stanza e fu tornata, lo zio disse che bisognava parlare del babbo. Metello era forse ancora ingrassato ma dava sempre la medesima impressione di vigore e d'impazienza; nei suoi capelli rossicci, nei baffi non c'era pelo bianco; portava lo stesso abito che Graziano gli aveva visto in carcere, marrone, per aveva al braccio una larga fascia da lutto. S'era seduto all'estremit di un divano e gli era accanto Gabriella, accesa in volto dall'emozione. Graziano sedeva di fronte a loro. Il nonno, diritto, con le mani nelle tasche d'una gran giacca, con una cravatta nera, a fiocco sotto il pappafico, stava davanti alla finestra, dalla quale si vedevano i tetti del quartiere.
- Il babbo - cominci Metello - si lamenta di voi.
- La nostra  una situazione difficile - osserv Graziano. - Che fare? Io sono andato qualche volta alla clinica e non so se vi devo tornare: m' parso di dargli fastidio.
- A vedere la bambina viene tanto di rado - disse Gabriella. - Non si riesce ad interessarlo di nulla.  un altro.
- Ma voi dovete capire ci che succede in lui - Metello aveva alzate vivamente le mani e di peso le lasci ricadere sopra i ginocchi. Continu pi adagio: - Soffre, si tormenta. Certamente  cambiato, ma pu riaversi. La donna che voi sapete, Vittoria...
Piegando la testa ed abbassando lo sguardo, Gabriella lo interruppe: - Qualche volta lo ha accompagnato al camposanto!
Graziano aggiunse, con durezza: - Il fratello  assistente nella clinica: vi pu essere un calcolo in tutta quell'amicizia.
- La donna - ripigli Metello - io l'ho vista, le ho parlato. Voi non avete nemmeno voluto conoscerla. Non credo che i vostri sospetti abbiano fondamento. Per me,  una persona... Come posso dire? Degna.
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Il vecchio Ascanio aveva ascoltato senza battere ciglio. Ora si volt: - Dunque, si dovrebbe fare il matrimonio?
- Non cos presto; non subito. - Metello tacque un momento, guardando Gabriella e poi Graziano. Riprese: - Voi pensate ch'ella prenderebbe il posto di vostra madre. No. Vivrebbe accanto al babbo e indubbiamente gli sarebbe di conforto, di aiuto; ma il posto di Claudia  qualcosa che sta nel passato, e nessuno lo tocca.
- Anzi, - disse Graziano amaramente -  proprio il passato che si guasta.
Grosse lacrime spuntarono negli occhi di Gabriella. Lo zio si schiar la gola col breve ruggito che faceva sentire quando voleva nascondere d'esser commosso. Rimasero tutti in silenzio per un poco; quindi Metello disse, molto adagio ed a voce bassa: - Claudia era una creatura perfetta. La sua memoria  sacra per tutti. - E dopo un'altra pausa soggiunse: - Ma nessuna morte deve fermare quelli che restano. Bisogna che essi possano vivere.
Graziano scosse il capo: - Non l'hai visto il babbo? Non  possibile che cominci un'altra vita.
- Aveva mostrato di sopportare con tanta forza... - mormor Gabriella. - Poi l'ha perduta.
- Ma ora mi ha parlato dei suoi studi - disse Metello, tornando a parlar forte ed in fretta, come per rianimare s e gli altri. - Quelli sull'eredit della tubercolosi credo li abbia lasciati definitivamente; ma si occupa delle cure mineralizzanti, fa delle prove con risultati positivi. E forse  per lei, per Vittoria, incoraggiato da lei, che si  rimesso al lavoro.
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Ascanio, sempre in piedi, fece il suo atto di mandar le spalle indietro: - Noi pensiamo soltanto ad evitare a Sisto mali peggiori. Si poteva restare uniti a ricordare Claudia ed onorare la sua memoria. Se dovr succedere diversamente, ci adatteremo.
- Forse tu dubiti - disse Gabriella guardando negli occhi lo zio coi suoi grandi occhi scuri - che noi non amiamo il babbo abbastanza.
- Ci adatteremo, certamente - dichiar Graziano, a conchiudere. - E Dio voglia che tutto abbia buon fine.
Alzatosi, Metello gli and vicino per abbracciarlo; poi si accost a Gabriella e le pos i grossi baffi sulla guancia. - S, tutto avr buon fine! - Ad un tratto si accorse che ad una parete erano appese alcune sue pitture d'un tempo, di quelle che Claudia aveva sempre voluto conservare; erano tre paesaggi dipinti come con una spuma di colori freschi e gentili; dopo averli osservati un po' con cert'aria dispettosa, tir fuori il solito vecchio orologio d'argento e dichiar che doveva andare. Volle ancora dar un'occhiata alla piccola Claudia, la quale dormiva nella culla, d'un sonno tenero come la sua bocca socchiusa, ed era la pi leggera e fiduciosa vita che si potesse vedere. Infine scapp in fretta.
Rimasti soli tra loro, con quel nero indosso nel salotto chiaro e pieno di luce, Graziano, la sorella, il nonno stettero un poco senza nemmeno guardarsi; quindi parlarono di altre cose, senza importanza; di Sisto non dissero pi niente.
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Ogni sera Fenice aiutava il figlio a fare i cmpiti di scuola. Temeva sempre per la salute del ragazzo il quale crescendo rimaneva gracile e pallido, facilmente ricadeva in una leggera infermit: una tosse con un po' di febbre che lo teneva a letto per qualche giorno. Ora Ottavio studiava gi il latino. Sua madre rincasava presto: restavano insieme a tavolino un paio d'ore. - Non ti annoi, mamma? - egli le chiedeva; cessava di scrivere per guardarla da vicino e carezzarla. Fin da piccino era stato avido dell'amore materno come se sapesse di non poterlo avere; aveva poi fatto quanto gli era possibile per conquistarsi quell'amore, timidamente e con pazienza. Sempre aveva sentita nell'aria di casa l'indifferenza che i genitori si dimostravano a vicenda; adesso era in grado di comprendere com'essi erano separati, nemici inconciliabili e silenziosi: ma aveva imparato anche egli a tacere molto e non pensava di chiedere alcuna spiegazione nemmeno alla madre. Si sentiva tutto portato verso lei, credeva ch'ella dovesse aver ragione in confronto del babbo, per il quale non provava che un'affezione fredda come erano freddi il viso, i gesti paterni e la sua maniera di vivere.
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A poco a poco Fenice s'era stretta al ragazzo. Ottavio conservava nell'aspetto la rassomiglianza col padre, da cui aveva preso quel colore di malatino, lo sguardo un po' acquoso, le mani sempre gelide; ma nell'animo indubbiamente somigliava a lei, cos assetato d'affetto, cos bisognoso d'appassionarsi, cos pronto ad esaltarsi per qualche cosa che paresse bella; aveva un'intelligenza viva, ricordava con facilit, si divertiva ad inventare insieme a lei il racconto d'un viaggio favoloso che continuava, continuava sempre. Ora Fenice voleva renderlo interamente suo, farlo un'altra volta, nella mente e nell'animo, perch somigliasse soltanto a lei. Ogni volta che doveva sentire il legame naturale tra Ottavio ed il padre, ne soffriva acutamente; se accadeva che il marito volesse insegnare al ragazzo, prendesse tra mani uno dei suoi libri, a stento riusciva a frenarsi, a tacere. Bei giorni quelli in cui il marito andava a vedere i possedimenti. Fenice cercava anche di tener lontano Ottavio dai nonni; le spiaceva che andasse nella loro casa, lucida ed immutabile, ch'era ancora quella dove ella era vissuta fino alle disgraziate nozze. Sua madre, corazzata delle vesti solenni che portava, dura anche quando voleva essere affettuosa, trattava il ragazzo come se appartenesse principalmente a lei. - Che ne faremo di te? - gli ripeteva guardandolo dall'alto.
Una volta, per uscire con Graziano, Fenice prese con s il ragazzo. - Nell'espressione ti somiglia - le disse il giovane. - Ha la tua bocca, il tuo sorriso. - Ella ne fu molto contenta.
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Nella sua vita Graziano occupava sempre un gran posto; anzi, ella avrebbe potuto amarlo pi che in passato, ma non sperava che tornassero ore simili a quelle vissute insieme nella stanza avvolta di silenzio presso la piccola piazza deserta. Il sentimento che adesso provava per lui, aveva una tinta di rassegnazione ed anche di delusione. Quando si era deliberatamente unita al giovine, aveva pensato di fare un altro matrimonio, segreto, il suo vero matrimonio, senza che egli neppure lo sapesse. Poi, mentre Graziano era all'estero, la donna aveva creduto che al suo ritorno l'unione potesse ristabilirsi pienamente, e durare molti anni, forse una gran parte della vita. Invece non era che un ricordo dell'amore di prima. Con immensa pena, durante la malattia e dopo la morte di Claudia Farra, ella aveva sentito che veramente anche i dolori del giovine la respingevano fuori di quella esistenza alla quale aveva sognato di appartenere. E capiva bene che il legame non poteva avere per Graziano lo stesso valore che per lei. Pensava anche che era la pi anziana, di due anni: le sembravano molti.
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Del resto, chi era Graziano? Era bello, pareva forte, deciso; pareva un uomo migliore degli altri e non troppo diverso dagli altri; invece vi era in lui qualcosa d'indefinibile che lo faceva molto diverso. Di ogni cosa si mostrava subito sazio, annoiato. Destava interesse, incontrava simpatie, e non se ne curava affatto. Il suo romanzo era un bel libro, caldo di umanit, nuovo; ma egli non godeva del successo e non pensava pi a scrivere. "Anch'io ho sofferto. - si diceva Fenice - tuttavia credo in molte cose. Forse Graziano non ama niente perch non crede a niente.  superiore alla vita comune soltanto perch non la stima. Anche se vive e lavora, se cerca di essere simile agli altri, sembra aver sempre in fondo all'animo la certezza che tutto non vale niente". Una volta egli le aveva detto che bisognava almeno essere un genio perch valesse la pena di stare al mondo. Anche nelle ore pi belle vissute con lui, lo aveva sempre sentito inafferrabile, come uno che apposta sfuggisse per rimanere solo con se stesso.
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Fenice frequentava ancora l'universit, aveva amicizia con alcuni dei professori, avvicinava molti studenti, e ritrovava anche compagni degli anni passati, ormai entrati del tutto nella vita. Vedeva talvolta come i suoi occhi azzurri piacevano, com'era desiderata la sua persona fine di ragazza; desideri, pensieri estrosi, un impulso di riprendersi la libert per cercare altre esperienze, riavere l'amore, tentare un'altra sorte, non di rado la turbavano. Ma quella fedelt dedicata a Graziano voleva ancora rispettarla; voleva far durare, comunque, l'unione finch si potesse. Ed anche il pensiero del suo figliolo paziente che ogni sera ritrovava ad aspettarla, la teneva in una vita pura. Il marito aveva dovuto comprendere il suo legame con Graziano negli ultimi giorni di Claudia Farra e subito dopo la sua morte, perch ella aveva preso parte al dolore ed al lutto con pieno abbandono, senza curarsi d'altro. Allora, sebbene soltanto qualche parola fosse stata scambiata tra loro a quel proposito, l'odio era ricominciato come nuovo; finch nella casa era tornato a regnare il gelido silenzio. Nello sguardo del marito ella vedeva quell'idea, vedeva la gelosia, adesso che da anni viveva come una vergine casta.
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Le giunse una lettera di cui ebbe grande piacere. Annunziava l'arrivo imminente di un'amica austriaca. Augusta Weiss. Era vedova dell'archeologo Teodoro Weiss che aveva insegnato all'universit di Vienna, celebre per i suoi studi sull'Italia prima dei Romani. Veniva in Italia ogni anno, a rivedere i luoghi dove il marito aveva trascorso parecchio tempo studiando i monumenti della Sicilia e poi le necropoli etrusche lungo il litorale del Lazio; ed a riveder gli altri luoghi dov'era stata con lui, soprattutto Roma, che considerava veramente il centro del mondo. Poich l'archeologo, fin dalla giovent, era stato amicissimo del professore Vighi, che ora insegnava storia antica nell'universit di Torino, ella non trascurava mai di venirlo a trovare, in principio od alla fine del suo viaggio. In casa dei Vighi Fenice l'aveva conosciuta, e tra loro si era stabilita una calda intimit, tenuta viva da uno scambio di lettere frequente.
And a trovarla all'albergo la mattina stessa del suo arrivo. La straniera era alta, poderosa, con una corona di grosse trecce grige intorno al capo, con un viso di lineamenti semplici e nobili, nettamente tedeschi. La sua figura faceva tosto pensare quale stupenda giovinezza dovesse aver avuta. Stava in mezzo all'ampia ed alta camera, vestita con cura, tra molte valige aperte; insieme alla solita roba ne aveva tolto un gran numero di cose acquistate in Italia durante il suo giro, e sul caminetto, sopra un tavolino, sulle sedie si scorgevano fotografie di monumenti e di paesi, collane di rossi coralli, libri riguardanti le citt, una grande conchiglia marina, mucchi di merletti, lavori di paglia, rami d'ulivo e di alloro. Tutto ci splendeva nella luce del mattino di maggio, che entrava dall'alte finestre attraverso le quali si vedeva una lunga piazza col palazzo reale in fondo.
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- La mia piccola Fenice! - Tra le braccia della straniera Fenice pareva infatti quasi una bambina. La signora Weiss aggiunse: - E come sta il tuo cuoricino?  tranquillo? - Parlava l'italiano con ruvido accento tedesco ma speditamente e quasi senza errori. Spieg che quest'anno era partita per l'Italia pi tardi del consueto perch nell'inverno era stato ammalato il caro Leopoldo; il figlio di suo figlio, che adesso compiva due anni. Indic con largo gesto gli oggetti comprati. - Vorrei portarmi via perfino gli alberi! - Aveva occhi scuri che anche nel sorridere davano un lampeggiamento fiero. Sul cassettone, in una cornice davanti alla quale era posato un fascio di fiori non ancora messi in un vaso, stava l'ultima fotografia di Teodoro Weiss: bell'uomo di larghe spalle, con occhi chiari, gran barba, grossi baffi, candidi, ben ravviati, di cui si sarebbe pensato che fosse un ministro dell'imperatore.
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La signora si trattenne in citt parecchi giorni. Era sempre in movimento, infaticabile; andava dai Vighi, da altri conoscenti, andava a rivedere tutte le cose interessanti; ma sempre voleva Fenice con s. Nominava sovente Teodoro, narrava la sua vita, descriveva il suo carattere, ricordava la loro unione; ed in quanto ella diceva, non vi era alcuna ombra luttuosa, come se il marito avesse lasciata la terra senza passare attraverso la nera morte. Tra le carte che teneva nelle valige, era la loro fotografia da sposi, nella quale si vedeva una superba coppia, egli biondo, ella di scurissime chiome, due semidei del nord vestiti secondo la moda per l'anno 1880. In Italia Teodoro era venuto appena proclamato dottore: aveva passati molti mesi in Sicilia, a studiar le necropoli primitive sui monti Iblei, solo con qualche guida di quei paesi, che non capiva nemmeno l'italiano. Pure da solo aveva fatte lunghe campagne di studi e di ricerche a Selinunte, a Segesta. Quei soggiorni gli erano rimasti nell'animo come impareggiabili avventure della sua esistenza; dopo il matrimonio aveva voluto ritornar subito in quei luoghi con la sposa, felice di mostrarle soprattutto certe valli rocciose piene d'innumerevoli celle sepolcrali da lui esplorate. L'esaltazione d'un viaggio amoroso li aveva accompagnati attraverso le antiche solitudini, nelle povere case ove trovavano alloggio, lungo le selvatiche strade o su per i sentieri che si percorrevano a dorso di asino. Teodoro aveva cercato Nicolicchio, il migliore degli uomini che l'avevano servito dieci anni innanzi, pieno di fantasia, abile a tutto; ma non l'aveva pi trovato perch era in America. I giorni pi meravigliosi di quel viaggio ella e lo sposo li avevano vissuti a Segesta, a Selinunte, presso i templi enormi, nel paesaggio sfolgorante e deserto, col turbamento di trovarsi in un mondo rimasto fuori del tempo; ed a Selinunte era antico anche il mare. Pi anziano di lei, Teodoro era poi morto a sessant'anni; fino al termine aveva conservata una giovent di spirito, una freschezza. Per lo studio si isolava come un cenobita; altrimenti era assai socievole, sonava il contrabbasso in un'orchestra d'amici, riceveva in casa i suoi studenti. Immancabilmente dedicava ogni giorno un'ora al lavoro manuale, facendosi le scarpe da s. Non molto prima di andarsene aveva pubblicato un "Sizilianer Buch", le impressioni della sua prima campagna archeologica, colorite, con le ombre dei primi abitatori dell'isola e con le opinioni di Nicolicchio.
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Augusta veniva in Italia per religione del lavoro che il marito vi aveva compiuto, ma soprattutto per rivivere in qualche modo quel passato lieto e fecondo. Teodoro Weiss aveva avuto cordiale amicizia con parecchi italiani, e la signora toccava tutte le citt ov'essi erano; aveva poi strette anche relazioni nuove; a Fenice si era affezionata vivamente, il loro vincolo era diverso da ogni altro. Piacevano alla signora Weiss il fervore che Fenice aveva addosso, la sua sincerit, il suo bisogno di elevarsi con le letture e gli studi, la sua maniera di vivere all'universit. Era anche una ragione di simpatia tra loro la conoscenza che Fenice aveva della lingua e della letteratura tedesca. Ogni volta la giovine amica la conduceva all'universit, nella biblioteca, le faceva conoscere studenti e studentesse.
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- Una bella faccia ha la vecchia scuola! - diceva Augusta. - I buoni fmuli, gli allegri ragazzi, le carte attaccate ai muri: questo mi piace molto.
Ella provava una compassione profonda per la piccola fine donna che senza sua colpa si trovava in una vita sbagliata e coraggiosamente si agitava per andare innanzi, riscattarsi. - Io che sono stata nella felice vita di Teodoro e lui mi guardava come la sua regina, non posso nemmeno immaginare la tua disgrazia. Ma tua madre perch non ti capisce, non ti aiuta? - La causa segreta di ogni male Fenice non l'aveva detta neanche a lei. Invece le aveva parlato di Graziano.
- Cos - commentava la signora Weiss abbracciandola - il tuo cuoricino ha un poco di caldo.
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Ella parlava continuamente; non perch usasse molte parole ma perch discorreva di molte cose. Con l'amica parlava di Vienna, dell'appartamento vicino all'universit, che non aveva lasciato e dov'erano a migliaia i libri di Teodoro, dov'era il suo studio, con il berretto di studente, i disegni fatti in Sicilia, le lauree honoris causa. Diceva del figlio, Rdiger, avviato a diventare un grande avvocato; ma non era contenta di colei che aveva sposata, una nobile senza dote, molto orgogliosa e rigida; lasciava comprendere un disaccordo insanabile tra la nuora e lei. - La famiglia dovrebbe essere il nostro rifugio sicuro, il nostro tempio, ma qualche volta questo non si pu avere.
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Raccontava pure del proprio padre: il maggiore di fanteria Giovanni Salvatore Ritter; era stato calpestato da un cavallo il 3 luglio del '66 a Chlum. - Voi chiamate questa la battaglia di Sadowa. - Era poi vissuto ancora due anni, paralitico, senza voler pi sentire nemmeno un accenno alla guerra con la Prussia, tanto era stata perduta malamente in quella battaglia.
- Sono andata nel mio giardino antico - disse ora Augusta perch nel viaggio si era spinta fino a Siracusa. - L'aria degli Iblei  sempre la pi miracolosa. - Poi aveva passate due settimane nell'isola d'Ischia; a Roma aveva fatte passeggiate nella Campagna; a Fiesole era stata in una villa piena di ragazzi, che erano gi i nipoti di un amico di Teodoro, un archeologo italiano. In Italia ogni cosa le piaceva; dove c'erano difetti, non li voleva vedere. E tutto il soggiorno doveva essere lieto, altrimenti non sarebbe stato un onore a Teodoro ma un torto.
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Invitata a casa di Fenice, con tanto maggior piacere perch il marito era in visita alle sue terre, Augusta ebbe dell'appartamento la medesima impressione che ne aveva avuta altri anni: grandi stanze impassibili, neutrali separavano quelle dove ciascuno dei due nemici conviventi si chiudeva. Nella camera di Fenice vi era un piccolo letto; ella aveva inoltre uno studio, tappezzato di libri, dove custodiva con cura i suoi quaderni, i sunti delle lezioni. La signora Weiss, sentendo ancora una volta come non si potesse disfare ci ch'era stato mal fatto, scosse il capo dicendo all'amica col suo aspro accento - Una gentile persona ancora tanto giovine! Peccato!
Come sempre, Fenice le mostr il figlio. Ottavio parlava gi il tedesco. Sua madre gli ravviava i capelli, gli rassettava la giacchetta; domandava ad Augusta - Come lo trovi?  cresciuto? Desidero che impari molte cose ma che diventi anche un forte ragazzo. - La straniera ammon Ottavio: - Tu dovrai sempre amare molto la tua mamma. - Ed il ragazzo, sebbene timido, non aveva soggezione della maestosa signora; rispondeva facendo di s con la testa, senza lasciar andare la mano che le aveva presa per guardar un anello ornato di un grosso cammeo. Rimase finch la madre non lo rimand a studiare.
Augusta stava rapidamente leggendo Senza terra; lod il romanzo con le chiare e viventi figure dei contadini. L'altra le fece vedere il ritratto di Graziano in una rivista.
- Dunque, possiedi cose preziose per il tuo avvenire - disse la signora Weiss.
Fenice richiuse la rivista, la pos lontana da s; quindi volse di nuovo all'amica gli occhi azzurri, ed erano pieni di tristezza, rassegnati. - Graziano non rester con me, ha la sua strada. Forse, una volta avrei abbandonato tutto per andare con lui, se mi avesse voluta. Ma perch guastare anche la sua vita? Del resto, egli non vi ha mai pensato un momento. Presto se ne andr tranquillamente, senza nemmeno sapere che mi lascia. Ed  bene che egli sia cos e si tenga la libert.
- La mia piccola Fenice ragiona molto forte - disse Augusta. - In estate devi sicuro venire in Austria. Ti ho gi pregata tante volte. Anche Ottavio verr.
Fenice si avvicin alla poltrona ove sedeva la straniera, le pass un braccio intorno alle spalle, avvicinando il capo al suo. Non poteva parlare. Aveva un pensiero confuso, ed infine le venne alle labbra: - Sei buona come una mamma. - Si rialz subito; allora Augusta si accorse che piangeva.
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I giorni passavano, la signora Weiss non si decideva pi a partire, sebbene dicesse, coi mari del Mezzogiorno in mente, che l'Italia delle Alpi non era veramente Italia. Dovette pure risolversi. Prima Fenice volle fare una gita con lei ed Ottavio per rimanere tutti assieme un'intera giornata; andarono a vedere un'abbazia molto antica, all'entrata d'una valle, sopra uno dei due monti che sorgevano improvvisi dalla pianura come i pilastri di quell'ingresso. Dopo un tratto di ferrovia bisognava salire a piedi una lunga ed ardua strada in mezzo ai boschi, ma Augusta faceva con gioia una simile fatica. I vecchi rugosi castagni avevano rimesse le foglie; si sentivano acque gorgogliare, uccelli far versi lieti, chiamando, sonando campanelli d'argento; sopra gli alberi era un cielo fresco, e l'aria aveva una sorprendente leggerezza. Ottavio andava su con la prudenza dei ragazzi pallidi, che non dimenticano mai d'essere deboli; per era molto contento. Sulla cima del monte, a misura che si saliva, si vedeva farsi pi grande un'acropoli. Vi sorgevano infatti costruzioni gagliarde che la coprivano interamente; erano le abitazioni dei monaci, i loro magazzini, le cisterne, le sepolture, la chiesa, ma avevano il colore della roccia su cui stavano, e le forme loro erte, disadorne, scavate da intagli verticali, erano quelle del monte a cui si univano radicandosi coi muri nelle fratture della pietra. Forse un tempo vi eran vissuti vigorosi monaci armati, che non avevano timore di soldati n di banditi; ora non v'erano rimasti che vecchietti ai quali la stoffa consunta della tonaca pareva pesare eccessivamente.
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Sotto le mura dell'abbazia scendeva da una parte il dosso boscoso, con un lembo di prato dove un servo laico dei monaci pascolava alcune pecore tosate; ma dalla parte opposta il monte cadeva a picco fino al fondo della valle: soltanto un basso muricciolo separava dal vuoto pauroso una terrazza della roccia. Qui si era come sospesi nell'aria, distanti dalla superficie della terra. E l'aria aveva una perfetta trasparenza, la terra appariva nuova. Si vedeva la pianura sparsa di paesi, la valle tra sponde verdi e morbide, della quale rigavano il fondo la ferrovia ed una strada, accanto all'acqua lucente di un fiume. Tutto ci era cos rimpiccolito che faceva sorridere. Le Alpi, vicine, erano una folla di vette composte in una calma riposante, alcune bianche di neve contro il cielo puro. Non si sentiva la primavera n altra stagione ma soltanto un tempo felice. Il sole splendeva e scaldava. Assai pi in basso che la terrazza qualche falco girava con ali immobili, mostrando l'immensit del vuoto.
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Lontana, la vita degli altri giorni! Piccola e piatta come la pianura. Subito ciascuno si accorgeva d'essere migliore che non credesse, e desiderava rimaner sempre a quell'altezza. Come ascoltando una nobile musica, tutti i pensieri si facevano limpidi ed i sentimenti migliori acquistavano forza. A Fenice ed alla signora Weiss la loro amicizia appariva pi bella. Stavano in piedi presso il muricciolo dell'abisso; la poderosa straniera teneva vicina a s l'altra donna, cos sottile, stringendole una mano come per farle sentire che non l'avrebbe mai abbandonata.
- Domani sar triste - disse Fenice.
- Ora  la fine di maggio. Pochi mesi, poi Vienna. Prometti che vieni sicuramente col tuo figlio.
- Ottavio! - chiam Fenice. Il ragazzo aveva trovato qualche frammento d'una pietra istoriata e, seduto in terra col cappelluccio mandato sulla nuca, lo studiava. - Verrai questa estate a Vienna con me? - gli chiese la madre.
- Ich glaube! - rispose Ottavio arricciando il muso allegramente.
-  inteso - aggiunse Augusta. - Venite e dovete restare molto.
Fenice riprese a guardare nello spazio che aveva intorno, lontano, facendo adagio il giro dell'orizzonte. Pensava: "Molto tempo. Un anno, degli anni, sempre". Il permesso di portarsi via il ragazzo lo poteva ottenere. Andar via voleva dire perdere del tutto Graziano, tagliare questo filo, allontanarsi dalle ore vissute con lui, perderne a poco a poco il ricordo. Anche lasciare l'universit, la biblioteca, quei compagni, era una pena. Ma com'era largo il cielo; come le montagne bianche brillavano nell'aria! Ella si sentiva decisa, decisa. Il mondo era grande e bello. La vita che aveva vissuta, stava tutta in uno stretto cerchio: bastava uscirne, non tornare pi alla casa finta, alla vita finta, alla citt che non si scorgeva neppure, l in fondo alla pianura, sotto la luce forte. Ora Fenice vedeva con meraviglia che cambiar vita era indicibilmente facile, poich bastava andar via.
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Capitolo 10. Anno 1913.
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Pioggia continua, a volte dirotta. Le strade, a stento praticabili, s'arrampicavano sui fianchi aspri delle montagne, scendevano in fondo a strette valli accanto a torrenti rabbiosi, attraversavano gole ove soffiava un vento gelido. Si vedevano pochi villaggi e s'incontrava poca gente, pastori macilenti che parevano sperduti, essi e le loro gregge; tristi gli uomini, triste la luce; dappertutto un'aria di paese desolato, malato, inabitabile.
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Graziano Farra proseguiva il viaggio con tenacia, sul vecchio cavallo ossuto, logoro anche nel pelo, il quale andava come se avesse sempre camminato a quel modo; coperto di un mantello pesante col cappuccio, Graziano percorreva quelle strade, prendeva l'acqua, anch'egli come se avesse viaggiato sempre in una simile maniera ed il cammino non dovesse pi finire. Per bagaglio non aveva che un sacco con poche cose indispensabili, gettato sul garrese della cavalcatura. La guida, in groppa ad un cavalluccio pi piccolo ma giovine e vivace, lo precedeva di pochi passi; raramente lo aspettava per dirgli qualche parola. Quest'uomo si riparava sotto un cappotto non indossato, tirato sul capo, di lana ch'era stata bianca e ricamata a vivi colori; aveva un paio di stivali troppo grandi, ci aveva messi degli stracci nelle trombe perch l'acqua non entrasse. Ogni tanto Graziano guardava la testa della propria cavalcatura, su cui scorreva la pioggia, quelle orecchie ciondolanti, quella criniera a ciuffi rosicchiati; canzonandosi tra s, pensava ai bei cavalli posseduti un tempo. Questa bestia l'aveva comprata a Scutari per poca moneta; e quando aveva fatto l'acquisto, gli si era presentato l'uomo per insegnargli il cammino, assisterlo nei pericoli, soprattutto difenderlo in caso di aggressione, accompagnandolo fino a Valona.
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Si chiamava Pali Doda, l'uomo; sapeva spiegarsi in un linguaggio che alla meglio rammentava il veneziano; aveva un piccolo cranio stretto dalla calotta albanese di feltro bianco, un piccolo viso rigato di cicatrici, con occhi aguzzi, baffi neri radi e spioventi: un ometto da nulla, ma con un fare di contadino che qualche volta avesse data una mano ai briganti. Nella sciarpa sfilacciata avvolta intorno alla vita teneva infilati un pugnale e due belle pistole damaschinate; gli stivali, da soldato turco, li aveva indubbiamente rubati. Nei passaggi pi sinistri il viaggiatore lo sorvegliava, toccando nella custodia di cuoio la propria pistola automatica.
Graziano aveva visto, alla fine dell'assedio di Scutari, i montenegrini impadronirsi della citt; ora discendeva gran parte dell'Albania per raggiungere il porto dove potersi imbarcare. Di sera bisognava interrompere il viaggio appena buio, e con quel tempo il buio veniva presto; perci era necessario mettersi in cammino all'alba, fare soltanto una sosta molto breve mangiando un po' di pane sul bordo della strada mentre le bestie brucavano erba o masticavano una manciata di fieno. Una giornata succedeva all'altra e sempre si continuava a viaggiare. Il cavallo di Graziano non affrettava mai il passo, per non si arrestava se non era fermato con le redini. Talvolta per passare la notte trovavano solamente una misera casa sperduta, dove pecore asini porci avevano miglior posto che gli uomini; nelle citt, aggrappate alle montagne, fatte di case basse e di viuzze, di minareti poveri e di comignoli dai quali le cicogne battevano il becco con rumor di legno, la guida procurava invece l'ospitalit di qualche ricco turco ed il giovine dormiva sopra un materasso posato sul pavimento, con una coltre di seta. Ai guadi dei fiumi la corrente arrivava ai ginocchi dei cavalieri, gorgogliando, spumeggiando, assaliva i quadrupedi che ad ogni istante parevano dover essere travolti. Ogni sera Pali Doda indicava qua e l nel cielo uno strappo delle nuvole, dicendo: - Doman el sol. - E la mattina seguente ripartivano sotto la pioggia. Ma il cammino l'albanese lo conosceva bene.
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Graziano girava nei Balcani da parecchi mesi, essendovi venuto poco dopo lo scoppio di questa guerra contro i turchi. Aveva veduta la vittoria dei serbi a Kumanovo, coi vincitori era entrato in Uskub; aveva raggiunta Monastir, anch'essa occupata dai serbi; poi era disceso a Salonicco occupata dai greci, era andato alle linee bulgare non molto lontane da Costantinopoli; durante la tregua e quando era ricominciata la lotta, aveva percorse in ogni senso quelle province nelle quali s'eran riversati eserciti da tutti i paesi confinanti; aveva veduta Adrianopoli assediata e presa dai bulgari; infine si era portato in Albania, a Scutari, ultimo luogo dove s'era sentito rumor di cannoni e mitragliatrici. La guerra: c'era vissuto dentro. Aveva ascoltati i fragorosi bombardamenti e di notte veduti i loro grandiosi fuochi; aveva attraversati i villaggi distrutti, era stato nelle trincee, s'era trovato sotto il tiro delle mitragliatrici e delle artiglierie, aveva assistito ai combattimenti; aveva viste le truppe che andavano in linea e quelle che ne ritornavano tenendo assai meno strada. Sul terreno delle battaglie aveva trovati i morti, che sempre, cos abbandonati, facevano stupire; qualche volta, camminando al buio nei paesi in rovina o per la campagna guasta, aveva inciampato in molli sacchi che erano quei morti. Ricordava soldati che cantavano intorno ad una botte di vino tratta fuori da qualche cantina saccheggiata, e soldati che durante un alt dormivano come cose gettate in terra a mucchi. Uomini di cinque eserciti: sembravano tutti miserabili ad un modo. Morti, feriti, prigionieri, era difficile distinguere di che bandiera fossero. Anche le popolazioni in mezzo alle quali era passato, appartenevano a parecchie nazioni diverse; ma non si pensava fosse gente chiamata in una maniera piuttosto che in un'altra: vecchie, ragazzi, lattanti in braccio alle madri, venditori, ragazze che guardavano dietro le inferriate, contadini che si tiravano appresso una vacca, tutti di aspetto piuttosto gramo, parevano in ogni luogo gli stessi. E il disordine che avevano attorno, la guerra, era dappertutto eguale.
Nell'autunno fradicio, nell'inverno bianco di neve e ghiacciato, poi tra il vento e la pioggia tempestosa di marzo, Graziano aveva seguitato a moversi per la penisola, sulle ferrovie dove miseri treni aspettavano ore ed ore il passaggio dei convogli militari, in sella a ronzini sfiancati attraverso le campagne, portato da carri di soldati o carrette di contadini lungo le strade arate dalle ruote d'ogni specie, mangiando alla peggio, perdendo le notti, riposando come capitava, in una stazione od in un cortile, passando dalle citt ove gli abitanti guardavano con indifferenza gli invasori, ai paesi devastati ai quali tornava di nascosto qualcuno a cercare ci che restava sotto le macerie. Nelle citt, nei villaggi, nelle pianure grige, in mezzo ai tetri monti, tutte le cose - anche la luce e l'aria - gli facevano sentire sempre un mondo al quale egli era estraneo. Ma forse voleva egli stesso, con l'animo, tenersene separato, assistendo a ci che avveniva come semplice spettatore. Sebbene talvolta credesse di trovarsi in quei luoghi da tempo remoto, i mesi eran passati rapidamente. Aveva scritti i telegrammi e le corrispondenze per il giornale, sempre con febbrile fretta, in stanze di albergucci o sul tavolino traballante di un meschino ufficio postale, al lume d'una candela, oppure in case rovinate, tra un va e vieni di soldati, tenendo i fogli sui ginocchi e facendosi luce con la lampadina elettrica da tasca. I telegrammi dall'Italia che lo raggiungevano in qualche tappa, lo trasferivano da un'estremit all'altra della penisola. S'era dato pienamente al suo lavoro, al suo dovere, con certa soddisfazione di vivere in una maniera avventurosa, lontano dal resto del mondo e dalla vita donde era venuto, giorno per giorno immerso in ci che accadeva, nella guerra. Quale guerra? Non gli importava di pensare chi fossero coloro che si battevano, n perch lo facessero. La guerra. Adesso era finita ed egli andava all'Adriatico per tornar a casa.
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A lunghi intervalli gli erano giunte lettere del nonno, di Gabriella. Il padre aveva rinunziato all'idea del matrimonio, allontanando da s quella donna; ma nelle sue condizioni vi era un grave peggioramento; tra la clinica, i consulti, la casa, si era trascinato senza fiducia, sempre triste e taciturno. Era veramente ammalato. Alla malattia dello spirito, conseguente alla morte di Claudia, a quel sentirsi anch'egli un poco morto e cercare con ansia la vita, si univa un male fisico, forse un'alterazione delle arterie. S'era fatto visitare, ma non voleva che gli si parlasse di queste cose; e si curava senza volont di guarire. In lui i segni di un'oscura decadenza si accentuavano sempre, le mosse incerte, la stanchezza, l'indecisione in tutto; allo studio, alla fatica del microscopio non reggeva pi; terribile era il fatto che non aveva pi potuto fidarsi di s nella sala operatoria. La famiglia sospettava o indovinava: egli, da poco, s'era indotto a prendersi un periodo di congedo, senza confidarsi con alcuno. Graziano gli scriveva quando poteva; in risposta aveva ricevute soltanto poche righe, d'una scrittura di vecchio, in fondo a qualche lettera degli altri.
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Infine il viaggiatore e la sua guida ebbero un tempo migliore. Se il cielo non s'era francamente rasserenato, il sole prese per a mostrarsi ogni tanto. Si allontanavano dalle montagne, avanzando in una regione pi aperta dove il terreno collinoso era meno ostile; li avvolgeva un tepore umido. Cominciarono ad incontrare, due o tre per volta, dei soldati: avevano assai brutta apparenza, come infermi fuggiti dall'ospedale o da luoghi appestati; le facce erano di fame e disperazione; senza scarpe, essi conservavano pochi resti dell'uniforme; a ci che mancava, avevano sostituiti cenci presi chiss dove. Tuttavia si vedeva ancora ch'erano soldati e perci facevano un effetto pi triste. - Turchi! - aveva detto subito Pali Doda con espressione cattiva ed inquieta. Quei soldati, andando come anime erranti, avevano occhi febbrili oppure senza sguardo. In groppa ad un asino pass una donna, interamente avvolta in vesti nere e veli neri, piuttosto simile ad un grosso sacco, accompagnata a piedi da due contadini armati di lunghi vecchi fucili; camminavano in fretta come per ansiet di levarsi da qualche guaio. Nella campagna, coperta di pascoli magri, a misura che Graziano avanzava, i soldati turchi divennero sempre pi numerosi. Se ne vedeva seduti sui pendii in gruppi silenziosi; altri salivano in fila sul profilo d'una collina, lentamente. Ve n'era uno dentro un fosso, coricato sul ventre col viso tra le braccia: la sua immobilit era quella che subito dice morte.
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- Colera - spieg l'albanese voltandosi dall'altra parte e sputando.
Poco oltre, due di quei soldati stavano seduti presso la strada; uno era appoggiato col dorso ad una sponda erbosa, teneva spalancata la bocca e fissi innanzi a s nel vuoto occhi di vetro; da un angolo della bocca gli scendeva un fil di bava; respirava ancora; vicino a lui, l'altro si teneva un ginocchio con le mani, guardando con un barlume di curiosit quegli uomini a cavallo che passavano. Ma ora tra le onde del terreno si scorgevano soldati ovunque, sdraiati, seduti, fermi in piedi, camminanti adagio in frotte slegate; anche quelli in moto mostravano di non saper assolutamente dove andare n che fare. Ogni tanto qualche altro morto. L'albanese, per, non cessava di badare con occhiate malevole e paurose ai vivi; aveva rallentato il passo della sua cavalcatura in modo che la coda di questa sfiorava il muso del cavallo di Graziano. Si volse a dire: - Atenzion! No han da magnur. I sassina. - Da tutti i turchi non si udiva venire una voce; pass in silenzio anche un soldato lungo, a testa nuda, che correva agitando lunghe braccia, con viso d'allucinato. Gente del paese non se n'era pi vista. Ora pass qualche vecchio carico di legna, qualche ragazzetto, con l'aspetto patito che gli abitanti avevano quasi tutti. E spuntarono dei minareti.
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Questa citt, ancora pi rustica e meschina che le altre, era piena di soldati; sebbene il pomeriggio fosse appena in principio, Graziano si volle fermare fino all'indomani. L'esercito battuto sul Vardar ed a Monastir, tagliato fuori dall'altre province dell'impero ottomano, s'era smembrato, s'era sparso, forse con la speranza di trovar salvezza avvicinandosi al mare. Ma nella misera regione i viveri erano scarsi, la popolazione li aveva nascosti; quei resti di reggimenti erano presto caduti in preda alla fame, non trovavano ricovero, nessuno li aiutava; ci che si poteva rubare, in poco tempo era stato consumato; il rigido inverno aveva accresciute le sofferenze, malattie contagiose si propagavano rapidamente. Adesso, sopra vasti territori, quello ch'era stato un esercito si disfaceva, abbandonato a se stesso, senza alcuna speranza, vagava in agonia, moriva incancrenito. Da mesi. Nella citt gli abitanti stavan chiusi in casa: i pochi uomini o ragazzi che andavano attorno, avevano mosse, sguardi come in paese invaso da nemici e dalla peste. I laceri soldati, morsi dalla fame come lupi, tremanti di febbre, andavano su e gi per le viuzze, oppure giacevano a terra nei cortili intorno alle moschee; negli strappi dei vestimenti mostravano carni livide; pochi avevano ancora il fucile, le giberne, ma quasi tutti portavano al fianco la baionetta. Che venivano a fare in citt? Arrivavano, tornavan via, reggendosi a stento. Tra loro si riconoscevano degli ufficiali, anch'essi laceri, con barbe mal cresciute, ed i soldati non li guardavano. Con un ufficiale giovine, assai pallido, ravvolto in un buon mantello, Graziano prov a parlare; ma colui, come uno che camminasse senza essere del tutto sveglio, si allontan dopo aver mormorato: - Allez au Commandement. - Esisteva ancora un Comando? Vi era anche un ospedale, negli stanzoni di un grande e basso fabbricato; i malati stavano in gabbie di legno a tre o quattro piani, quasi come emigranti in un piroscafo, coperti di cenci, dentro un denso odore di morte. Un medico militare, vecchio, di bassa statura, pressoch gobbo, con un naso adunco sopra una barba riccia, agitando mani sporche disse a Graziano che non c'erano pi medicine n bende n infermieri. Poich guardava continuamente fuori delle finestre, sembrava che pensasse a fuggire.
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La sera, nella casa dove Graziano aveva avuto alloggio ed un po' di cibo, venne a cercarlo Pali Doda. Dichiar con gesti nervosi che non intendeva proseguire; non aveva previsto di capitar tra quei soldati; era gi stata uccisa molta gente, e per il compenso pattuito egli non voleva correre ancora quel rischio. Il giovine rispose che tornasse pure indietro. Allora Pali Doda pretese il compenso intero egualmente, perch la giornata era stata troppo pericolosa e perch ritornando doveva passare negli stessi luoghi. Graziano fu generoso ma tutto il denaro non lo diede.
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- Viagiar ti solo? - domand l'albanese come presagendogli una triste fine. Se poteva contare anche sopra un regalo, lo accompagnava fino a Valona. Il regalo fu promesso, la guida assicur che prima dell'alba sarebbe venuta a svegliarlo; poi non comparve. Graziano temeva d'averci rimessa la cavalcatura, invece la trov e si rimise in cammino senz'altro, da solo. Non gli restava che quel giorno di viaggio. Sotto il cielo nuvoloso la luce era livida, l'aria fredda; nella campagna, dove si vedevano terreni rotti e sterili, pascoli umidi, campi lavorati poveramente, i soldati ricominciavano qua e l a moversi, ed in qualche luogo fumavano ancora i fuochi da loro accesi. Guardando gli uomini pi vicini alla strada come li avevan fatti la tenebra ed il freddo della notte, Graziano aveva l'idea di un campo di battaglia dal quale i morti si venissero rialzando. E di nuovo cadevano sotto il suo sguardo cadaveri ed uomini che in mezzo alla campagna vivevano gli ultimi loro momenti; di nuovo gli passavano accanto malati in delirio che andavano senza saper dove, fantasmi coperti di uniformi stracciate. Qualcuno, che conservava pi forza vitale, aveva pensieri malvagi negli occhi che fissava sul giovine straniero, solo, il quale se ne andava a cavallo. Graziano teneva sfibbiata la custodia della pistola. Il cavallo camminava sempre col suo passo rassegnato.
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Col crescere della distanza dalla citt, i soldati divenivano pi rari; per qualche tratto sparivano, poi ve n'era ancora; infine parve non esservi altro che le onde del terreno. All'improvviso, pochi passi innanzi a Graziano, due di quelle figure balzaron su da un riparo, una bassa sponda della strada; a salti, con gambe malferme e gesti sgangherati, si gettarono incontro al viaggiatore. L'uno dei turchi, alto, con la pelle del viso tirata sulle ossa, vestito di un largo caffettano, sventolava una baionetta mostrando di volersene certamente servire; l'altro, piuttosto gonfio che grasso, faceva gran fatica a moversi ma lanci un sasso e dopo sollev un randello che trascinava. Nella loro lingua pronunziavano parole minacciose, come spendendo l'ultimo fiato. Il cavallo, alzata goffamente la testa, prese un trotto fiacco. Con movimenti gi prima pensati, assai pronti, Graziano estrasse la pistola, spar contro l'uomo della baionetta il quale non fu colpito ma si ferm; spar contro l'altro e lo vide cadere. Intanto l'animale pass oltre. Graziano si rivolse tenendo sotto mira il soldato dell'arma, mentre la cavalcatura continuava il trotto da tacchino; pot per qualche istante vedere i due: l'uomo gonfio, ferito ad una gamba o ad un piede, stava rizzandosi sopra un fianco; il compagno scagli la baionetta sulle orme del cavallo, ma non pot mandarla lontano. Poi la strada scendeva ripidamente una costa e non c'era pi nessuno.
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Prima di riporre la pistola nella custodia, Graziano sostitu le cartucce sparate. Aveva l'impressione che quei moribondi non altro avessero voluto che trascinarlo nella morte con loro. Giunse all'ultimo fiume da attraversare, largo, pieno, tra rive squallide; vi era un rozzo traghetto manovrato da molta gente di fosca apparenza, la quale richiese un compenso assai alto; avendo pagato impassibilmente, il giovine col suo quadrupede fu passato senz'altro danno. Cominciava adesso una pianura vasta, gi pi vicina al mare, ma i paesi stavano verso l'interno sopra colline; trovando qualche varco nelle nubi, il sole faceva luccicare specchi di paludi, in un silenzio inerte. Per si vedevano con qualche frequenza gregge al pascolo, col pastore in mezzo immobile; si incontravano sulla strada uomini, ragazzi, donne, famiglie intere, tutti a dorso d'asino o in groppa a cavallucci, nessuno mai solo, ogni banda in fila. La donne, ravvolte in quel nero, stoffe e veli, che nascondeva anche la faccia, somigliavano a penitenti, a schiave, a donne rubate; gli uomini, col viso della malaria, con i loro costumi e fucili, facevan pensare a giganti ammalati; presso povere abitazioni solitarie erano dei bambini col ventre gonfio, gialli. La strada si perdette dentro una delle paludi ed il cavallo continu ad andare con l'acqua fino alle spalle; in quest'acqua stagnante si riflettevano luci rossastre del tramonto. Era sera quando Graziano vide il mare, poi la baia di Valona, poi i minareti della citt, dove appariva qualche lumicino.
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A Valona, lasciato in una stalla il cavallo che l'indomani avrebbe venduto, si cacci nei corridoi del bazar, tra le botteghe meschinelle, le beccherie infestonate di sanguinante carne; and innanzi al buio tra basse case che sui comignoli portavano quei nidi spinosi delle cicogne; arriv al Consolato italiano. Il console, ch'egli vedeva per la prima volta, diede qualche segno di turbamento. Disse che da una settimana era giunto un telegramma del deputato Farra, il quale pregava di dargli una notizia; una notizia non buona, anzi, molto triste; si facesse coraggio; il professore Sisto Farra era mancato improvvisamente. Graziano sent un urto brutale nel petto; ma nel primo istante gli parve di non comprendere bene ci che udiva, o di non potervi credere. Suo padre morto! Gi giunto alla fine, scomparso, entrato nell'oscuro silenzio della morte! Graziano sedeva accanto al console sopra un divano; chin la testa, sforzandosi di capire interamente ci che era avvenuto, la morte di suo padre. Ma perch era sparito cos all'improvviso? Domand se si sapesse com'era morto. Il console gli mostr il telegramma, dove non era detto nient'altro. Lettere non n'erano arrivate. Guardando la data, di tanti giorni innanzi, Graziano vide come quell'avvenimento era gi a qualche distanza nel tempo, cosa passata. Ancora giovine, di maniere fini, il console mise una mano sopra una spalla del visitatore, confortandolo con simpatia. Rialzato il capo, Graziano volse lo sguardo allo studio ove si trovava, rischiarato soltanto da una lampada a petrolio; uno scaffale di libri, il ritratto del re d'Italia, una carta d'Europa, trofei di armi albanesi. Tutto era nera tristezza.
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Non accett l'invito a pranzo; voleva stare solo. And subito a telegrafare a casa. Uscito dall'ufficio, che era da villaggio, si avvi verso il margine dell'abitato percorrendo viuzze buie, in un'aria anch'essa da villaggio, tra capre e pecore che rientravano nelle strette case, sfiorando ombre di uomini, passando davanti a piccole porte dalle quali veniva odore di cucina selvatica. Dall'ultima abitazione davanti alla quale pass, giungeva il vagito rapido e rabbioso di un bambino di pochi giorni. Dopo, Graziano and per una strada molle di fango, incontrando ancora ombre di gente a cavallo, qualche cane inquieto; nell'oscurit intravvedeva rami storti di fichi e gruppi di cipressi. Ripensava che la morte di suo padre era accaduta gi da sette giorni: per questo avvenimento - dato l'avviso ai suoi che ritornava - egli non aveva da fare nulla, non poteva fare nulla. Come era morto? Provava un'ansiet di sapere questo. Pensava a Gabriella, al vecchio nonno. Era pieno di un dolore pesante; e la certezza che il padre era morto, si univa sempre ad una meraviglia, come se non riuscisse a credervi. Pure, aveva ben sentito negli anni scorsi che la sorte stava compiendo un'altra opera malvagia; ed ora gli sembrava d'avere visto sempre dove il padre andava. Provava rimorso d'essersi allontanato da casa. Non poterlo pi ritrovare! Si domandava anche se non si fossero comportati male, se non fossero stati ingiusti, loro, i figli, contrastando quel matrimonio. Povero babbo! Il babbo: questo nome aveva sempre avuto in casa un suono caldo ed incoraggiante. La forza che si sentiva in lui nei bei tempi, era soltanto capace di fare del bene. Graziano ricordava come lo aveva amato da fanciullo, da ragazzo, e come n'era stato ricambiato. Lo rivedeva in epoche diverse, in ore importanti; lo rivedeva vivere, sempre al lavoro, sempre con alti pensieri. L'estate in cui era andato al congresso di Jena, ritornandone contento di s, avvolto d'onore... Il suo sguardo serio e buono dietro gli occhiali... Nello studio della clinica, col cmice bianco indosso, era pi bello che in ogni altro aspetto. Quanti infermi aveva curati, sempre con impegno, con bont, ogni giorno! Ora, tutto era gi finito; anch'egli stava, presso la madre, nel grande camposanto. Una volta, sotto i vecchi larici dell'Amist, gli aveva detto di non essere diventato ci che voleva. Non vi era riuscito, infatti. E la fine era stata cos pietosa. Perch tutto questo? Per niente. Non vi era un perch, nessuna ragione.
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Accanto a Graziano pass un uomo che rientrava in ritardo cacciandosi innanzi un asino carico. Ormai il giovine s'era avvezzo all'oscurit ed intorno a s scorgeva la campagna con muriccioli e siepi; non si era scostato molto dalla citt, udiva giungerne belati, qualche voce; voltandosi indietro, intravvedeva i minareti; in un mucchio di case si mosse la luce d'una lanterna. Da un lato la campagna era chiusa da monti, dall'altro si allargava la baia con un'isola nera nel mezzo. Nuvole nere viaggiavano basse coprendo e scoprendo qualche stella. Anche qui tutte le cose gli erano straniere, aria, odori, rumori. Davano il senso di un paese sperduto. E per la gente che ci viveva sempre, questo era il mondo. In realt era mondo, un palmo della terra, che girava nel vuoto con le sue montagne, col mare, con l'isola e con le nuvole intorno. Le creature umane vi nascevano, come gli agnelli e le cicogne; molte vi trascorrevano la vita intera, senza veder altro, finch la morte le dava ad un lembo di terreno grande come la loro cassa male inchiodata, a quattro passi di distanza dalla strada per cui erano andati innanzi e indietro.
Nella mente di Graziano era il ricordo dei luoghi dai quali giungeva, della guerra, degli affamati e colerosi brulicanti nella solitudine, dei due soldati che la mattina volevano ucciderlo, di quel moribondo grasso ch'egli aveva ferito, dei bambini gialli di malaria presso le paludi. Portava tutto ci, la terra, ed intanto girava nel vuoto, met al sole, met al buio, con un fumo di nuvole intorno. Sempre.
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In mezzo ai pini, sempre impassibili come monumenti, la casa di color chiaro, con le persiane socchiuse, aveva un'espressione semplice e tranquilla. S'avvicinava l'estate, le giornate splendevano, il sole scaldava, nei campi il grano era alto; ma alla cima tutta avvolta di spazio giungevano leggeri venti, come qualcosa di vivace che passasse invisibile; quando soffiavano pi impetuosi, le fronde di quei pini vibravano come pettini e qualche tronco si moveva elastico col rumore di un albero di veliero. Appese ad una corda tra due dei vecchi tronchi si agitavano le vesticciole lavate della piccola Claudia. La bambina teneva tutto il giardino, movendosi come poteva, custodita da una paziente ragazza; all'ombra leggeva o cuciva Gabriella, seduta pesantemente col grembo alto e teso, poich aspettava di nuovo d'essere madre.
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Qui si poteva credere che Sisto vivesse ancora e fosse a Torino: sulla collina era venuto di rado, per soggiorni molto brevi. Si poteva dimenticare. Una mattina era stato trovato nel suo letto, immobile per sempre, ben composto, ancora tepido; nella camera un lieve odore di mandorle amare aveva fatto comprendere che cosa c'era stato in un bicchiere rimasto vuoto sul comodino. Da ultimo s'era impossessata di lui un'impazienza di morire, non voleva, non pensava altro. Tutte le parole di Ascanio e di Gabriella, che tentavano di guarirlo anche ragionando, erano state vane, come se non avessero senso.
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Il nonno aveva raccontato a Graziano ogni particolare, con quella calma che sembrava non potersi pi scuotere per niente; e la sua forza aveva dato al giovine un grande sollievo. Sisto non aveva voluto che per lui si portasse il lutto. La sua vita, la sua opera erano state in Italia ricordate degnamente, ravvicinandole a quelle del grande Sparvieri; avevano onorata la sua memoria anche le accademie straniere alle quali apparteneva. Ai figli aveva lasciata una lettera piena di affetto. "Voi sapete perch non posso pi vivere. Vi chiedo di dimenticare ci che la mia esistenza  stata dopo che ci lasci vostra madre. Unite il mio ricordo a quello di lei, esempio cos nobile del modo di vivere e di morire. Teneteci entrambi in mezzo a voi. E ricordate sempre come abbiamo voluto farvi. Mi duole di abbandonarvi, cari figli nostri, e pi di darvi altro dolore; ma avete innanzi a voi molto tempo per essere felici. Per voi la vita sar buona come meritate". L'avevano letta una sola volta, ed ora non parlavano mai di lui, come non parlavano della madre.
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Sulla collina non succedeva niente. Ogni cosa vi era sempre serena, come nel grande cerchio del suo orizzonte. Ogni giorno somigliava agli altri. Nei campi le biade si chinavano all'arrivo dei venti, e le rondini le sfioravano con l'ali tese; i tralci delle vigne portavano grappoli ancora minuti come embrioni; passava per la strada il carro tirato dai bovi ondeggianti e li conduceva, lungo e serio, il ragazzo che una volta era venuto a portare a Claudia i primi fiori; ancora pi alta era la sorella, Romilda; ella aveva tante ossa e gesti cos sgraziati come se dovesse diventare una gigantessa, e se ne vergognava; la si sentiva cantar da maschio mentre lavorava in campagna, senza poterla vedere. Gabriella passava nel giardino la pi gran parte della giornata, insieme alla bambina. La piccola Claudia era robusta, camminava a balzelloni con una specie di ardire temerario; la sua passione, per, era di toccar la terra, trascinarvisi sui ginocchi, strappare l'erba le foglie i fiori. Graziano amava la figlia della sorella come se il poco suo peso di carne fosse immensamente prezioso. Cercava d'intendere il linguaggio primitivo del quale ella gi si serviva; l'ascoltava quando in braccio a Gabriella diceva mamma come nominando con le due sillabe facili una cosa eterna; sentiva la creatura nuova attaccata alla sua radice, una tenera vita legata ad una vita forte; sentiva ci che si versa da un essere all'altro come di vaso in vaso e rimane sempre la stessa vita. Intanto, su tutte le cose il sole descriveva infallibilmente il suo arco. Veniva presto la sera, l'ora di riunirsi a tavola per la cena, sotto la lampada a cui di fuori giungevano impazienti farfalle; e presto si andava a letto; la mattina seguente, riaprendo le finestre, ciascuno ritrovava con gioia l'aria sottile e le chiome rotonde dei pini.
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Il vecchio Ascanio girava molto per il podere, con un largo cappello grigio, camminando deciso, tenendo come un frustino una bacchetta di nocciolo; sempre si vedeva brillare sul suo panciotto di tela bianca la solita medaglia. Egli rammentava qualche volta Fiocco, il buon cane lanoso ch'era stato il primo compagno delle sue passeggiate in citt. Un giorno, insieme a Graziano, si fece portare da un vetturale nel paese non lontano dove era nato; mostr al nipote le terre appartenute a suo padre, quel contadino sapiente, e la casa nella quale era venuto al mondo. La festa saliva a piedi a Luvo, per sentire la messa nell'antica chiesa, ridipinta e ridorata a nuovo, dove regnava sempre quell'arciprete dagli occhi chiarissimi e freddi, il quale vi si moveva con un fare di nobile e severo padrone. Inutilmente Graziano aveva in passato insistito qualche volta perch il nonno gli lasciasse portare ad un editore i ricordi che aveva scritti. - Non voglio esordire ad ottant'anni - protestava egli con finto dispetto, e teneva il manoscritto sotto chiave. Seguitava per ad occuparsi del Risorgimento, ordinando documenti, facendone il catalogo, per amore di quel tempo e di quelle carte, le quali erano lettere indirizzate a lui, immagini e stampati che conservava da allora, ed anche cose che invece aveva comprate quando lavorava alle memorie. Ogni giorno, nella sua camera, spendeva qualche ora in questa occupazione, che forse era piuttosto una piacevole fantasticheria.
Un mattino, verso l'ora del desinare, Graziano scendeva adagio sotto il potente sole la strada grande della pineta. Sbito fu mezzogiorno; si misero a sonare le campane di Rebbia, quelle di Luvo e degli altri paesi, non tutte proprio assieme, come se ciascun luogo avesse un mezzogiorno suo. Lo scampanio faceva sentire meglio quanto l'aria era limpida e la luce festosa. Ad una svolta dalla quale si scorgevano nel piano, piccole ed in un fascio, le torri di Rebbia, stava fermo il vecchio ad ascoltar la bella musica e contemplare. In quella citt non era mai pi entrato; non aveva fatto che passarvi accanto. Alzando il mento col pappafico candido, la indic al nipote; disse ch'erano molto lontani gli anni nei quali viveva laggi, e che non gli pareva nemmeno di essere lo stesso uomo.
- Non sembra vero: m'ero attaccato a molte cose, ai muri che credevo miei, ai registri dello stanzino, alle macchine della stamperia, povero ferro vecchio. Non ero molto diverso da quegli avvocati che disprezzavo, n dalla loro politica. Temevo la gente che mi spiava dietro le gelosie; non guardavo pi distante che in fondo alle vie; mi parevano importanti, le torri.
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Volt le spalle a Rebbia; col nipote s'incammin verso casa. Riprese: - Nessuno evita il dolore, ma vi sono maniere diverse di soffrire. Dal dolore bisogna imparare a guardar in alto, a portarsi in alto. L'errore pi grave  di domandarsi: "Qual' il fine di tutto questo? A che serve? A che serve?" Deve bastarci che la nostra vita sia bella. Intendi? Bella da vedere. Come una nostra opera. Infatti pu sempre essere una nostra opera, qualunque sia il destino. Il fine  questo: farla pi bella che si possa. Una ragione! Tutto ci che esiste e ci che succede, non potrebbe esistere, succedere se non avesse una legge, se non appartenesse ad un'immensa ed unica necessit. Che m'importa di non conoscerla? La sento. A misura che crescono i miei anni, che vedo pi vita, la sento pi fortemente. E mi riposo in questa immancabile legge delle cose, mi affido ad essa, sebbene non ne sappia nulla.
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Si piant sui due piedi, sempre a testa alta, col busto eretto, guard il giovine col fuoco che avevano le sue pupille scure: - Anzi, vedi, non voglio pi sapere!
Graziano era sulla collina dei pini ormai da molte settimane; immerso in un riposo sempre pi benefico e pieno. La guerra nella quale era vissuto, i paesi lontani, le popolazioni che aveva conosciute con la loro tragedia, tutti i ricordi qui si discioglievano nella pace ove non si sentiva torpore ma anzi una larga e continua vita. Anche la famiglia, pur tanto diminuita, gli dava una impressione d'essere in porto, al sicuro. In ogni luogo della villa, in ogni momento della giornata le cose gli rammentavano come sua madre aveva sognata e voluta questa casa in mezzo alla campagna che per lei era il passato degli Andosio. Gli pareva che sul colle tutto avesse preso forma da lei, creato soltanto dai suoi pensieri. A volte credeva ancora di doverla vedere, come quando ella scendeva la gradinata per uscire in giardino o si chinava sui fiori o veniva per la strada posando leggermente a terra la punta del parasole. Quasi ne udiva la voce. Claudia non amava che le si facesse il ritratto in alcuna maniera; perci non ne erano rimaste che piccole fotografie fatte scherzando; adesso le ultime erano appese in cornici nelle stanze. In uno scaffale della sua camera vi erano libri che aveva lasciati l'ultima estate; in un armadio certi vestiti leggeri ancora serbavano, od era un'illusione, il suo profumo; nei cassetti rimanevano suoi ventagli, ornamenti di poco valore, lettere, e talora il figlio li cercava, sebbene gli fosse sempre penoso rivederli. E talora, alzata la ribalta di un suo tavolino da lavoro, ne prendeva e si portava alle labbra piano piano le matassine di seta da lei dimenticate l, una tela dove era rimasto incompiuto un ricamo di ciliege e di foglie. Graziano la ricordava assai bene seduta nel giardino con quel ricamo.
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Ora l'aveva nella mente soltanto com'era prima di ammalarsi, ed in una luce forse pi serena che non fosse stata veramente. Aveva sempre pensato di possedere la memoria materna come un bene che non si sarebbe mai perduto n consumato; ma adesso la sentiva vivere presso di s, la sentiva presente. Guardando Gabriella, presso la bambina nata dall'unione che la madre aveva voluta, raccolta sul suo grembo dove un altro frutto ne maturava, sentiva lei, la madre. Della sua bont, delle sue giornate laboriose ed intime, dell'amore che aveva nutrito caldamente per la famiglia, dell'amicizia con la gente di campagna, della sua religione per la casa paterna, del suo onesto e limpido modo d'intendere la vita, dei suoi sogni, Graziano sentiva durare un'eco vivente. Cos - egli pensava - si viveva dopo la morte. La sopravvivenza era ci che rimane nel ricordo degli altri. E non erano in lui anche quei lineamenti del viso, quelle inclinazioni dell'animo, quei pensieri, quei sogni, ed il misterioso soffio vitale, che gli aveva dati la madre?
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Ma credeva di trovarla nell'aria stessa: nello spazio intatto che stava sospeso sopra le cime degli alberi, nel vuoto delle valli da cui giungevano rumori di carri lontani, nel caldo odore che la terra mandava, tutt'intorno fin dove giungeva lo sguardo; fino alle montagne leggere come visioni. Sentiva una vita meravigliosa, tutta felice libert, in quello spazio che non pareva di nessuno come se fosse soltanto aria e luce. Pensava che avrebbe potuto ritrovare cos la madre in ogni luogo del mondo; cercandola nell'aria.
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Dietro l'altura che nascondeva le case di Luvo, spuntava quell'alto campanile il quale pareva voler dire sempre che il paese era l. Quell'anno a Luvo erano seguiti grandi avvenimenti. Nell'inverno era morto il Lanciarossa, della strana malattia che aveva lavorato in lui lentissimamente riducendolo un piccolo scarno uomo tremolante, incapace di stare in piedi, di parlare ed infine di respirare. La vedova aveva dovuto aspramente combattere con suo figlio per fargli funerali grandiosi e distribuire abbondanti elemosine, come poi per costruire una ricca tomba di famiglia, alla quale tuttora si stava lavorando. La morte aveva rinforzata nella gente l'opinione che dal figliastro fosse stato propinato al vecchio un veleno sottile; non soltanto il sospetto, copertamente, aveva fatto molto cammino spargendosi nell'intera regione, ma erano giunte alla magistratura denunzie anonime. Alcune dovevan contenere argomenti non privi di peso, se due mesi dopo la fine del Lanciarossa erano improvvisamente venuti in paese magistrati e medici per esumare il corpo, farne l'autopsia nello stesso cimitero e portar via in un grosso barattolo pezzi di visceri necessari alla ricerca del supposto veleno. Non se n'era per trovata traccia; tutto era terminato con un incartamento che aveva preso posto nell'archivio. Mathieu, il figliastro, padrone dispotico dei beni dalla madre ereditati, aveva allora dato libero sfogo alla sua rabbia dichiarandosi nemico dell'intero paese.
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Trattava i contadini dei poderi ed i servi come negri; quando non aveva bevuto, passava fosco e nuvoloso borbottando male parole; ubbriaco, strepitava pubblicamente che lo avevano creduto un avvelenatore e che la perizia aveva dimostrato chi erano invece gli assassini, questi salauds di Luvo i quali avrebbero voluto mandarlo in galera. A bruciapelo domandava a chi incontrava, alla gente in piazza: - L'ho avvelenato? Dis moi a: che veleno? Tu cosa ne pensi? E tu? - Tornava qualche volta coi compagni di caccia o d'osteria; sempre se ne staccava tempestando, ripreso dall'idea dell'accusa che gli era stata mossa, senza ascoltare le loro proteste d'amicizia.
- Siete tutti eguali! Une bande de lches. - Immaginava per che la denunzia pi efficace, la pi abilmente scritta, con firma o senza, fosse partita dall'arciprete del paese. L'uomo che da pi di vent'anni governava la parrocchia, ora aveva grigi i capelli che circondavano la sua calvizie abbronzata, si era ingrassato alquanto; i suoi chiarissimi occhi, senza guardare, continuavano a vedere dappertutto, e le sue maniere erano sempre riservate e decise come in principio. Contro lui Mathieu andava ripetendo torbide minacce; diceva di voler entrare una domenica in chiesa, mentre predicava dal pulpito, a domandargli coram populo se credesse alla storia del veleno. Talvolta s'incontravano: il prete passava oltre, posandogli addosso appena un istante quello sguardo gelido e distante, e Mathieu gettava a lui un'occhiata di traverso ma senza aprire bocca. Sua madre, di nascosto, aveva dato alla parrocchia molto denaro per le pitture e dorature nuove.
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Graziano, considerando il palazzo degli Andosio come uscito per sempre dal dominio della famiglia, non s'interessava di quanto si facesse nel paese, n aveva alcuna voglia d'andarvi. Del resto, passava raramente i confini del podere. Stava per ore immobile, senza leggere il libro che teneva con s, scorrendo appena i giornali. Sedeva a contemplar l'orizzonte nel quale ogni cosa gli era nota, le vigne che rigavano i poggi, i nastri delle strade, le isole e gli specchi del fiume presso il quale si andava a raccogliere il fieno dall'Amist. Ma gli piaceva anche stare nella pineta dove non si vedeva che bosco, godendo l'ombra dolce, l'aria silenziosa, senza che dagli alberi gli fosse tolto niente del cielo n della luce; sdraiato sul terreno coperto di aghi secchi, presso un tronco che dalle scaglie gemeva la resina odorosa, guardava un ragno far la tela tra due rami di un arbusto, grosse e lucide formiche viaggiare nella foresta dei fili di erba. Tutto ci che guardava, fossero le montagne o le chiome dei pini imbevute di sole o i piccoli animali, gli dava l'idea gradevole di una realt che non dovesse mai cambiare.
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Rammentava le prime volte ch'era venuto l con Ilisso, quando la collina era ancora selvatica. Pensava a molta gente lontana, la vedeva presa nella vita come in un impegno difficile e strambo. Lo zio Aleramo era in un ospizio di vecchi presso Torino, dove aveva per forza voluto entrare ed era stato accettato a stento. "Se vieni a trovarmi, - gli aveva scritto - chiedi del numero 705". Ma egli non aveva ancora fatta quella visita. Fenice s'era stabilita a Vienna col figlio; scriveva di rado, pareva contenta. E Nego, in quale angolo del mondo si era cacciato? Che faceva per non pensare, con la sua testaccia riccia? Non se ne sapeva niente. Gli tornava alla mente la casa del Valentino, dalla quale andava alle lezioni di anatomia. Rivedeva anche una ben fatta ragazza, con una bocca da mordere, che aveva una piccola piega cattiva; da Leda, l'anno innanzi, aveva ricevuta una lettera, che veniva addirittura da Sciangai; poich aveva letti giornali italiani nei quali si parlava del suo romanzo, si diceva contenta che la sua vita fosse bella come lei l'aveva immaginata. "Io sono tanto lontana!" Risentiva i momenti vissuti con lei nella stanza buia; poi vedeva due occhi fieri, ingranditi col bistro e pieni di lacrime, come lo avevano guardato l'ultima volta. S, lontana: come di un'altra vita. Egli aveva da un pezzo bruciati i suoi ritratti. Di ricordo in ricordo risaliva perfino alla sera dei fuochi di settembre quando aveva dato un bacio alla cugina Olimpia ed ella aveva fatto quel moto del capo per riceverlo sulla bocca. Ora, arrivando a Rebbia, l'aveva incontrata: era gi una donna troppo grassa, improvincialita, che credeva ancora di avere la bellezza d'allora. Olimpia, la splendida statua viva, allegoria dell'amore e dell'avvenire voluttuoso, dov'era?
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Il pensare che Graziano faceva, era vago, senza passione. Non fermava alcuna delle moventi figure per dirle: "Aspetta, parlami un poco". Egli stava per compire trent'anni; era gi quel che si dice per davvero un uomo. Vedeva tuttavia ancora il futuro come una strada senza fine. Nei giornali gli capitava sott'occhio il nome di Bruto Corese, che adesso compariva nelle cronache teatrali abbastanza spesso. La sua esistenza gli pareva, di qua, la pi strana ed incredibile di tutte, sempre tra i camerini del palcoscenico e la ribalta, con gente camuffata, dentro la grossa finzione che i drammi diventavano. Non aveva mai dimenticate le parole dell'amico, "Mirare in alto", accompagnate da quella luce d'acciaio dei suoi occhi un poco maligni. Voleva ben scrivere di nuovo. Intravvedeva la materia di un romanzo nell'America che aveva conosciuta: si potevano rappresentare le grandi citt, New York, Chicago, San Francisco, gli immensi Stati, e nella struttura ferrea e colossale di quella civilt, in quella vertigine di movimento e furia di denaro, in quel rimescolarsi di folle e di razze, mostrare l'invariabile sostanza della vita umana, gli istinti, i beni, i mali, il dolore, la morte, i fantasmi, raccontando soltanto l'esistenza di un uomo. Ma non si moveva dal terreno sul quale si sentiva diventare sempre pi felicemente inerte; anzi, vi si abbandonava del tutto, coricandosi supino quanto era lungo, per mandare lo sguardo nel cielo puro, attraverso gli ombrelli trasparenti dei pini. E non voleva ricordare che presto sarebbe pur dovuto ripartire.
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Una domenica venne il marito di Gabriella, per tornar via la sera. Era affezionato alla regione dove la sua famiglia non possedeva pi che una casa di campagna rimasta, a forza di vendere, senza una spanna di terra intorno; alla pineta, poi, sarebbe venuto a piedi da cento miglia di distanza; qui aveva amata di quell'esitante amore Gabriella giovinetta, qui erano venuti la sera delle nozze; il luogo gli ricordava sempre la felice avventura. Ora Gabriella era una forte donna che portava il peso del grembo solennemente, ma negli occhi, nel volto, aveva lo splendore fresco dei suoi venti anni. - Questo  un maschio - ella diceva. Il tempo della nascita non era lontano; il figlio sarebbe nato qui e si doveva chiamare Emanuele, come il nonno Andosio. Aurelio non era cambiato n d'aspetto n di carattere. Sebbene un tempo avesse fatto gran conto della stima che godeva di bravo arrampicatore, aveva sacrificata alla sposa la passione della montagna; le Alpi le aveva abbandonate del tutto, essendosi impegnato con giuramento a rinunziare alle ascensioni rischiose e disprezzando "le belle escursioni"; ma il segno delle imprese di quel tempo gli era rimasto in faccia, come se la scottatura dei nevai non dovesse pi svanire; gli era rimasta l'aria, pi che di montanaro, di soldato alpino.
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Sulla collina, con le mani in tasca, senza cappello, con la corta pipa tra i denti robusti, si mise subito a guardare, cos da lontano, le montagne, dando un nome a tutte le cime che spuntavano dall'azzurra barriera. Ma era venuto a parlar di affari. Si tenne un consiglio a tavola, dopo il caff, e vi prese parte anche Ascanio perch i giovani lo vollero. Aurelio aveva l'abitudine di scherzare, dove si poteva, anche in argomenti seri, canzonando un poco se stesso e gli altri, con un umore di scolaro studioso ma bizzarro; aveva tratto di tasca un fascio di carte, squadernandolo davanti a s con gesti caricati e con un risolino di finta astuzia. Poi si mise a parlare senz'altre facezie. Propose che Gabriella e Graziano cedessero la parte di propriet della clinica ereditata dal padre, per collocare questo denaro, insieme alla dote di Gabriella, nella fabbrica di orologi. Ascoltandolo, Graziano provava il tedio che gli procuravano sempre le questioni e i discorsi d'affari. La sorella pensava che la clinica dava un reddito largo e sicuro; lo disse. Ma entrambi sentivano soprattutto che la clinica, creazione del padre, era come una parte della sua esistenza, qualcosa che la rappresentava ancora visibilmente; sentivano che cedere quella propriet era come separarsi maggiormente da lui, dal loro passato comune, per sempre. Questa idea e questo sentimento furono espressi in poche parole, sottovoce, dal nonno.
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Aurelio ascoltava i pareri contrarii a capo basso, con certo viso di colpevole, caricando adagio la pipa, che poi lasci sulla tavola senza accenderla. Ma tosto ripigli a sostenere la proposta, animandosi come se non volesse forzare la volont altrui e tuttavia il valore dei suoi argomenti lo scaldasse suo malgrado. Della fabbrica era gi deciso l'ingrandimento; alcune macchine da lui perfezionate e gi messe alla prova avrebbero reso il lavoro pi rapido e meno costoso; non insisteva soltanto per il suo interesse ma perch era sicuro che la fabbrica aveva un grande avvenire. E la convinzione sua si comunic agli altri, sebbene rimanessero tutti silenziosi.
- Lasciami prima riposare un poco - disse Gabriella alzandosi, sollevando con riguardo il peso che portava.
Graziano, nel guardare la sorella, sapeva quale decisione avrebbero presa prima di sera, e capiva che era nell'ordine naturale delle cose, come la vita voleva. Anche Aurelio sapeva. Senza dire altro si alz egli pure, col suo viso sfaccettato e rosso, and fuori ad accendere la pipa.
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Col passar degli anni l'Avventina era divenuta meno scarna, pi bella, ma la sua figura faceva sempre pensare ad una monaca. Sempre vestita di scuro, con una gonna ampia, tutta pieghe anche sui fianchi, con un corpetto liscio che stringeva e spianava il petto; quando andava per le strade o saliva al paese, i suoi capelli neri, inesorabilmente tirati, eran coperti da un fazzoletto scuro annodato sotto il mento, che le nascondeva gran parte della faccia. Sebbene di pelle cos bruna, la sua faccia aveva un'espressione nobile; sotto il fazzoletto si vedevano gli occhi, grandi e morati, con una luce dolce; la bocca, tra labbra asciutte, mostrava denti nitidi e, se non rideva mai, aveva qualche volta un accenno di sorriso che sembrava pi bello perch subito spariva. Era raro che non tenesse attrezzi in spalla o non portasse canestre, sacchetti: allora camminava con le mani riunite sullo stomaco, come alla domenica quando andava a messa ed aveva il libro. Passava in mezzo alla gente con l'aria di dover sbrigare faccende molto serie e di premura; ai saluti dei giovani di Luvo rispondeva guardando il terreno innanzi a s. Tutti, in paese e nelle campagne, s'erano avvezzi a considerarla una persona diversa e separata dalle altre; se ne parlava generalmente come di un'avara.
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Ella rassomigliava alla madre, morta giovine. Suo padre era un uomo di bassa statura, mingherlino, con un viso sempre ben rasato, che si moveva in fretta e parlavo poco. Le aveva negato il consenso al matrimonio con Giusto, perch i Crivelli erano poveri mezzadri; ma ci che veramente non voleva, era che si sposasse. "Ti sposerai quando io sar morto" le aveva detto. Non ammetteva nemmeno per idea che la figlia, prendendo marito, andasse a vivere altrove; tantomeno gli sarebbe piaciuto lasciar entrare in casa uno sposo, chiunque fosse, lasciare che un estraneo divenisse un poco padrone della roba loro, ed averlo continuamente dinanzi agli occhi come l'erede, il successore. La loro vita andava bene; non voleva cambiamenti. "Ti sposerai quando io sar morto"; ma si sentiva in ottima salute e pensava che vi era ancora un tempo illimitato.
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La casa dell'Avvento non aveva nulla che non dovesse servire soltanto alle necessit del podere e ad una vita da contadini: tranne una stanza che, coi suoi mobili lustri, rimaneva sempre chiusa e buia, dove si sarebbero potuti ricevere visitatori di riguardo se ne fossero venuti. Lontana dalle strade battute, circondata di alberi da frutto, la casa era di mattoni senza intonaco, con una cornice bianca di calce ben disegnata intorno alle finestre; l e nelle terre ogni cosa era tenuta con gran cura, non solamente per ricavarne il maggior utile ma per amore dell'ordine, per decoro. Quando era stata smembrata l'Amist, il padre dell'Avventina aveva acquistati prati e campi confinanti coi suoi; per coltivare tanta campagna doveva far miracoli, insieme alla ragazza, ai servitori anziani che teneva, uomini e donne laboriosi come loro, austeri come loro. Se ne avesse comprata ancora, sarebbe stato costretto ad affidarla a qualcuno, e non voleva; perci adesso faticavano, egli e la ragazza, soltanto per metter denaro alla cassa di risparmio. Delle banche non si fidavano. Alla cassa, a Rebbia, andava la figlia, portando su e gi quei libretti che poi subito riconsegnava al padre e che egli nascondeva. A vivere spendevano poco. La famiglia era governata da una regola non detta da nessuno e rispettata rigidamente da tutti: alzarsi prima dell'alba, tener le cose assettate e lucide, mangiar poco, senza dare importanza al cibo, bere acqua, parlare solamente se era necessario, osservar i doveri religiosi, coricarsi appena notte. Quando dovevano lavorare in giorni di festa, lo facevano pregando. Del denaro non avevano alcuna intenzione di servirsi; se non per depositarne altro o fare scrivere gli interessi, non ne parlavano mai; n vi pensavano segretamente; lo dimenticavano. Per l'Avventina, tenendo lei i conti, un poco ne aveva sempre, da disporne di nascosto. Per s non comprava nemmeno un grembiale, senza bisogno; invece aiutava chi veramente meritasse aiuto, raccomandandosi che non si sapesse, tantomeno dal padre.
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Quale sposo dell'Avventina - si domandava il contadino - sarebbe potuto entrare nella loro esistenza senza guastarla? Nessuno. E la figlia, ormai giunta ai trent'anni, pensava che avrebbero vissuto sempre in questo modo; credeva di non desiderare n volere pi niente altro; ma non si scordava mai di Giusto, aveva sempre per lui lo stesso sentimento, come se il tempo non lo potesse cambiare. Quando il padre le aveva negato il consenso, si era silenziosamente rassegnata ma soffrendo molto; con la stessa rassegnazione e lo stesso dolore aveva veduto Giusto unito ad un'altra, ad una donna povera e rozza. Aveva costantemente seguite le sue vicende, quando la moglie gli era morta, quando coi genitori e col fratello s'era ridotto alla Scossa. Il burrone al quale scendeva quella terra, era una spietata bocca; ogni tanto si moveva a divorare un'altra lista di vigna o di campo, e la casa era screpolata da cima a fondo. Come si poteva aver volont di viverci e lavorare? Sempre pi sfortunato era stato Giusto: ella non aveva mai potuto pensare a lui senza provarne compassione, senza sentire ch'era un uomo trattato dalla vita indegnamente, sprecato. E adesso non era pi che un servitore di campagna. Morto il padre, suo fratello Donato aveva sposata una figlia di possidenti, ed egli lo aveva seguito, accontentandosi di quel posto di servo nel loro podere.
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Ogni tanto l'Avventina lo rivedeva, sullo stradale mentre tornava dal molino col carro, o sul mercato di Rebbia mentre custodiva una coppia di buoi portati a vendere. Pareva sempre il medesimo, appena un poco umiliato, forse. Ella si diceva con amarezza che, possedendo tanta terra, tanto denaro, non era in grado di fare niente per quest'uomo al quale avrebbe voluto dare la terra, i libretti del denaro, fin l'ultimo sacco di grano, fin l'ultimo soldo. A quel matrimonio non voleva neppure ripensare; sapeva che il divieto era cosa stabilita per sempre, da non tornarvi su. "Ti sposerai quando io sar morto". Di quanto s'era passato tra lei e Giusto, la gente non aveva mai avuto il minimo sospetto. Se accadeva che s'incontrassero in presenza d'altri, appena si salutavano; invece, quando non vi eran testimoni ed il luogo era sicuro, si fermavano un momento a discorrere: ella incappucciata nel fazzoletto, seria e raccolta in s come sempre, egli un poco timido ma sorridente e tranquillo, parlavano del tempo, dei raccolti, di simili cose.
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Il podere dove ora vivevano Giusto e Donato, aveva nome Santa Lucia; era pi lontano da Luvo che gli altri, sopra un monticello della vallata grande nella quale scorreva il fiume; chi l'aveva visto una volta, se lo ricordava perch sulla cima tonda la casa, grande, dipinta d'azzurro, aveva una torricella con la colombaia e la banderuola di latta, e le stava intorno un cerchio d'ippocastani, perfetto. La terra era buona, bene esposta al sole, ma i Moretto, alla famiglia dei quali apparteneva da molte generazioni, non sapevano coltivarla, non ne avevano voglia. Vi erano un nonno vecchissimo, il padre e la madre, un esercito di figli e figlie; tutti comandavano e nessuno obbediva; facevano molto strepito per niente, cercavano ogni pretesto per andar sempre in giro, abitualmente affannati e squattrinati. La moglie di Donato era grassoccia, bianca, coi capelli piuttosto di mille colori che biondi; gli aveva gi dato un grosso figlio e non faceva altro che strascicar le ciabatte col bambino in collo.
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Giusto e Donato lavoravano qui come sempre. Ancora avevano nell'animo il ricordo ingrato della Scossa. Quel burrone in fondo ai campi ed alle vigne era stato per loro come un mostro che dovesse da un momento all'altro inghiottire tutto e tutti; la Scossa era di signori che vivevano lontano e che, avendo in orrore quel luogo stregato, non rispondevano neanche alle lettere. Soli a condurre il fondo, poich il padre non era pi capace di nulla, Giusto e Donato non avevano trascurato il loro dovere, per senza piantar una vite nuova n toccare ci che bene o male durava; il lavoro pi grande era stato di metter puntelli al fabbricato. L i due fratelli avevano cominciato a lavorare sempre assieme; sebbene non parlassero, s'erano assuefatti a sentirsi l'uno accanto all'altro. Nell'aspetto Donato somigliava molto a Giusto, ma senza i pensieri, le inquietudini che questi aveva; era pieno, invece, d'una vita di buona bestia; alla festa, non avendo mai un soldo da spendere, restava in casa a dormire. Il vecchio Cleto, trascinandosi per il cortile fino all'ultimo giorno, vergognoso della malattia e di esser di peso agli altri, adagio adagio era morto. Dopo che egli era stato portato dove gi erano Urbano e Camilla, col medesimo carro dei bovi che aveva servito per loro, Regina s'era voluta infine prender con s la madre. Aveva cinque figli, Regina, era sempre pi magra, ma stava bene, come pu star bene una donna rassegnata; suo marito comprava ogni anno altre terre, altro bestiame. Nella grande fattoria presso il fiume, piena di garzoni e di serve, Marta non aveva che da rimanersene tranquilla a far la calza; pure, piangeva piangeva, la smorfia del pianto continuava a scavarsi nel suo volto pi profonda: ella avrebbe desiderato soltanto di finire vicino a Luvo, che non era il suo paese nativo ma dove la famiglia aveva conosciuti i tempi belli.
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Alla morte del padre Giusto e Donato s'eran subito liberati dalla Scossa. Donato aveva fatto il matrimonio imbastito da un pezzo; i Moretto gli avevan data la ragazza per acquistare senza spesa un buon lavoratore. E Giusto si era trovato pienamente padrone di s: non aveva figli, nessun legame, poteva andar a Torino, a farsi operaio, partire quando gli piacesse. Venduti i carri, le bestie, gli attrezzi, aveva voluto pagare i vecchi debiti, e non c'era rimasto niente; ma alla resa dei conti del podere un po' di denaro lo aveva riscosso. Che decisione prendere? Lungamente era stato a meditare, tenendosi la testa tra le mani. In lui non si era mai cancellata del tutto l'impressione che Torino gli aveva fatta tanti anni prima, in quei pochi giorni che vi era rimasto. Ne sentiva sempre la stessa paura: per un contadino gli pareva molto difficile quella vita. Nemmeno alla morte del padre non si era pi fatto vedere nessuno dei fratelli che avevano cercate le citt. A Torino Uliva era commessa sul mercato della verdura, a quanto si sapeva, viveva tra quei mercanti e facchini; Fede, che dopo il figlio perduto in fasce non ne aveva avuti altri, si era fatta una bella donna, guadagnava ora abbastanza come operaia di fabbrica, ma viveva a modo suo, liberamente, spregiando il marito, Remo, restato un tardo manovale. Dalla Francia Dionisio non aveva pi scritto; cambiando sempre mestiere, aveva girate altre citt del mezzogiorno; adesso, tornato a Marsiglia, faceva il verniciatore di bastimenti; beveva liquori, doveva aver con s una francese; qualcuno diceva che fosse in pessimo stato. Mentre Giusto pensava, i Moretto gli avevan fatto proporre da Donato di andar da loro, coi patti usuali dei servi di campagna. Volevano, a poco prezzo, anche quest'altro paio di braccia, famoso per lavorare. E Giusto non aveva tardato a prendere il suo fagotto e andare a Santa Lucia.
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Di nuovo avere delle terra sicura, senza frane! Coltivare un podere ricco, capace di ripagar le fatiche in bellezza, in raccolti! Giusto se n'era subito lasciato prendere, dalla terra, dal podere, dalla vita di Santa Lucia. Egli ed il fratello, di nuovo lavorando insieme, facevano le fatiche grosse, senza staccare per ore, senza mutarle prima d'aver finito, mentre i Moretto andavano e venivano dal paese, portavan l'erba ai conigli, cuocevano il pane, chiamandosi a gran voce, litigando, tutti compagni in quel disordine ed in fine sempre d'accordo. Nelle vigne e nei campi, sopra il monticello dorato dal sole, l'effetto della volont e della forza che vi spendevano i due Crivelli, s'era veduto presto. Ringraziarli? Gli altri fingevano di non vedere, di non sapere.
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Nella sua grossa testa Donato immaginava d'essere anch'egli un poco padrone del luogo, sebbene per la sua opera non ricevesse un quattrino e non gli fosse mai data ragione di niente. Invece Giusto si giudicava uno sciocco perch sentiva ancora la passione di migliorar il podere, perch non pensava che ai lavori e studiava il cielo chiamando un tempo favorevole. Sapeva bene di essere ormai soltanto un servitore. Glielo avrebbero rammentato gli altri, se l'avesse potuto dimenticare: tutti avevano ordini da dargli, anche i ragazzi; freddo, pioggia, sonno, per lui non ci dovevano essere; per mangiare, il suo posto era in fondo alla tavola, doveva servirsi l'ultimo; non lo contavano per nulla, fuorch nella fatica. Era sul pi basso scalino dove un contadino potesse stare. E doveva rimanerci sempre, senza speranze? Nei giorni di festa se ne andava da Santa Lucia anche non avendone voglia; questo era un diritto dei servitori. Scendeva a Rebbia e si comprava giornali ed opuscoli socialisti, che poi leggeva ostinatamente, sforzandosi di capire, cercando con avidit i fatti, la politica, le idee, la vita che vi erano scritti. Strada facendo, pensava; soltanto la festa gli era possibile pensare a suo agio lentamente. Qualche volta invece saliva al camposanto di Luvo, col badile, e riaccomodava per bene i tumuli sulle fosse dei suoi, che le intemperie guastavano. Sempre portava con s quel pensiero di cambiar vita andando in citt.
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Quando gli accadeva d'incontrare l'Avventina, nel primo istante Giusto se ne dispiaceva, come se ella dovesse vedere, anche dal suo aspetto, in quale umile condizione ora si trovava. Dopo ne era contento. Se potevano stare un poco a discorrere, ricordava poi il colloquio, ne ripensava ogni particolare. Sentiva qualcosa di bello e di prezioso in questa ragazza di trent'anni, per la quale il tempo scorreva sempre eguale nel lavorare e pregare; in questa ragazza vestita da monaca, che non guardava nessun altro uomo e non parlava con nessuno. Gli piacevano i suoi occhi scuri sotto il fazzoletto, la bocca che pareva dissuggellarsi a stento, il suo parlare calmo ed un poco afflitto. Per lui era sempre la stessa; tanti anni eran passati e gli voleva sempre bene. Era la sola donna che pensava a lui. Ci che Giusto provava per l'Avventina era come una riconoscenza segreta. Tanta roba, tanta terra, e pensava ad uno che non aveva pi di suo neanche la zappa con la quale lavorava. Ma l'affetto dell'Avventina gli pareva una beffa della sorte, un mostrare e non dare, il principio d'una cosa senza seguito. Del resto, per nessuna ragione al mondo egli avrebbe adesso voluto rinunziare alla libert che aveva, di far di s quel che volesse, quando volesse.
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Una domenica mattina Graziano Farra mand dalla pineta il ragazzo dei coloni ad avvertire Giusto che nel pomeriggio sarebbe venuto a trovarlo a Santa Lucia. Si incontrarono poi sulla strada che portava a questo podere, ad una buona distanza dal monticello, perch Giusto aveva camminato in fretta, apposta, non volendo mostrarsi all'altro nel luogo dove stava a servire. E il contadino, arrossendo, trovando la scusa che a Santa Lucia vi era sempre un gran disordine, fece tornare Graziano sui suoi passi, verso lo stradale di Luvo. Non si vedevano da molto tempo: si strinsero la mano con calore; si considerarono a vicenda. Giusto aveva indossata la giacca anzich gettarla soltanto sopra una spalla; la sua camicia era candida, il fazzoletto di seta per cravatta annodato con cura; s'era fatta la barba, l'ombra biancazzurra gli incorniciava il viso; ora non portava pi baffi, e la sua mascella forte pareva sporgere maggiormente.
- Quante cose avete viste! - egli disse a Graziano. - Compro qualche volta il giornale dove scrivete.
Lo guardava, cos ringargliardito, alto, elegante, come uno che avesse le ali e tutto il mondo fosse suo. Pensava anche, vagamente, ai fatti accaduti all'Amist in una lontana estate, ma gli apparivano privi d'importanza a confronto con tutto ci che dopo era successo. Disse che aveva pure comprato e conservava Senza terra. - Le storie raccontate - osserv con un sorriso benevolo - sono molto diverse da come si vivono. Ma  un gran dono saper scrivere tanto bene. - Sospir come se gli invidiasse questa capacit.
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Graziano sapeva che ora Giusto era solamente un servo; nel guardarlo ne provava pena, ricordando i Crivelli dell'Amist, e ricordando quel ragazzo che la sera gli chiedeva come si movono le stelle, con un'avidit di conoscere, anche lui, tutte le cose. Per, gli vedeva sempre la stessa aria vigorosa; tenendo il cappello in mano perch la strada era all'ombra, il contadino mostrava il cranio rasato, che sembrava duro come pietra; anche la faccia, con la mandibola massiccia, aveva sempre una espressione di volont caparbia: ci che gli era accaduto in quegli anni, non aveva potuto guastarlo. Salivano tra siepi alte di acacie, in mezzo a belle vigne, nel silenzio riposato dei giorni di festa. Giusto parlava senza soggezione, con facilit.
- Il tempo passa - disse scotendo un poco il capo - e tanta brava gente  gi scomparsa.
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Ricordarono insieme quei morti; Graziano diceva di Urbano, di Cleto, come li aveva sempre nella memoria. Brava gente, tutta. L'altro accenn poi la storia degli amici e dei tipi bizzarri che venivano all'Amist: Taureno e Minotto seguitavano a far chiasso in tutti i pranzi e le feste, il secondo con la fisarmonica e col solito mascherone allegro; Lilibeo, il ragazzo che non stava mai senza parlare, aveva sposata una brutta donnetta che lo trattava col bastone; la vecchia Riccia mezza matta era morta in un fienile e suo fratello Ciro - al quale la notizia era giunta molti mesi dopo - andava ancora cercando per le campagne dove fossero rimasti i suoi denari, chi li avesse. Da un'idea all'altra, Giusto aveva sempre nuove cose da dire. Parl dei Bardissone che, non trovando pi nessuno che volesse coltivare il podere, avevan dovuto prendere ai Cavalieri dei lestofanti degni di loro, i quali non lavoravano, li derubavano, facevan da padroni, costringendo la coppia ad una vita d'inferno. Parl perfino degli eredi di Casimiro Gallant, quando non avevano voluto riconoscere i pezzetti di carta coi quali i Crivelli avevano reclamato il loro credito.
- Tutti sapevano chi eravamo noi - disse; poi fece un gesto come a cancellare per sempre quel pensiero.
- Non esiste pi nemmeno l'Amist, da tanti anni!
Salivano adagio, contenti di essere insieme, sentendo entrambi d'avere ritrovato un amico. Graziano strappava a manciate dalle acacie le foglioline che avevano un odore fresco un po' acre, come una volta. Passarono lungo un campo di bel frumento; il contadino lo indic, dicendo che presto s'incominciava a mietere; al suo compagno tornarono in mente le giornate in cui alla Amist lavorava la trebbiatrice, quelle feste; e gli diede piacere pensar che continuava sempre quel girare delle stagioni, coi lavori e coi raccolti, e che si sarebbe sempre ripetuto allo stesso modo. Giunsero poco dopo allo stradale che da Luvo scendeva a Rebbia, proprio nel tratto dal quale si vedeva la collina dei pini. Giusto alz il viso verso la villa: - Guardo sempre l, quando passo.
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Sedettero sopra un muricciolo. Dal paese, comparendo improvviso ad una svolta, arriv un barroccio che andava forte per la discesa; vi erano due uomini e due giovani donne, che parlavano tutti insieme e ridevano, di ritorno da qualche visita festiva; in silenzio Graziano e Giusto li guardarono passare sobbalzando, tra un gran rumore di ferramenti, ed allontanarsi con uno strascico di polvere. Svanito lo strepito, Giusto ripigli a parlare, premendo piano le mani sui ginocchi come per aiutarsi a dire cose difficili, che avesse ritegno a far sapere e tuttavia volesse confidare: - Adesso sono solo. Intendo che non ho pi nessuna ragione di stare qui. Cos' un contadino come me? Che pu fare, in questi paesi? Nelle citt gli operai si istruiscono, imparano quel che valgono, sono messi insieme, c' chi li fa movere, acquistano dei diritti. I contadini contano soltanto nelle pianure, dove la gente pu radunarsi, far massa.
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Graziano lo osserv di nuovo attentamente; ora lo ricordava assai bene quando all'Amist stava a guardare la barriera delle colline come se fosse il muro d'una prigione. Rispose: - Ma gli operai della citt sono scontenti. Che cosa dicono? Perch si agitano? Stanno male. Io credo che in campagna, chi c' nato, debba vivere meglio. Il lavoro degli operai  pesante, spesso danneggia la salute; le abitazioni sono misere, in ogni casa c' una folla pigiata. Nelle citt si hanno altri bisogni, altri tormenti.
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- Io non mi curo di questo. Non cerco il benessere. Meglio spingere la carriola in citt che restare qui sperduto. Se avessi figli, mi sarei gi deciso: per farne degli operai. Avrebbero subito il loro posto, nei ranghi. Quando leggo i giornali, rimanere nella mia condizione mi sembra una vilt. - Giusto parlava con fervore, lasciando venir fuori pensieri ch'erano sempre rimasti chiusi in lui a fermentare; ma tacque un momento, battendo i pugni sul muricciolo come per stimolarsi a dire una cosa ancora pi difficile ed importante. - Il mondo cambia - disse infine. - Voglio esserci anch'io ed aiutare.
Graziano sent che il compagno aveva nell'animo la stessa forza che mostrava in faccia, nella persona. Lo guard sorridendo, ma senza ombra d'incertezza n di ironia: - Tu hai un'idea, sai che cosa fare della tua vita, dunque va'.
Dal muricciolo rimise d'un salto i piedi a terra, tosto imitato dall'altro. Si avviarono per la discesa. Non si vedeva pi il globo del sole perch dalla parte del tramonto, lungo lo stradale, era un bastione di colline; ma queste forme risaltavano sopra uno spazio profondo, pieno di caldi colori, e da ogni lato cielo e campagna parevano assai pi vasti di prima. Non si udiva un rumore e non si scorgeva nessuno. I due camminavano in silenzio. Giusto si sentiva deciso e sicuro; pensava che l'indomani avrebbe parlato a Donato, per lasciare Santa Lucia a novembre, quando si disfacevano i contratti. "Ci vive tanta gente, in citt; vivr anch'io".
Da una viottola delle vigne che erano accanto alla strada, sbuc ad un tratto un uomo gagliardo, carico di un sacco e di arnesi, come pentolini e gamelle, che portava in spalla infilati ad una pertica. Mentre veniva innanzi pestando la polvere coi larghi piedi nudi e mostrando tra la camicia aperta il largo petto peloso, Graziano riconobbe quella figura che sembrava di un dio bislacco, vecchio ed invulnerabile, a cui piacesse andar pel mondo sempre stracciato e solo. Veniva dal passato ma non come un'apparizione: era un pezzo di quella vita ritornato tale e quale. Non ne ritrovava per il nome.
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- Ghianda! - chiam Giusto col tono in cui si chiamano i buffoni. Il vagabondo, senza gesti, continuando ad avvicinarsi, pieg un poco il capo all'indietro e fece una risata, larga, sonora, una risata di bronzo. - Dove vai, che viaggi anche di domenica? - gli chiese il contadino, quando si furono incontrati e si fermarono. Ghianda disse il nome d'una borgata. Giusto gli rivolse altre domande, ma egli rispose soltanto a monosillabi oppure con una specie di grugnito che non significava niente, tuttavia con aria compiacente e con un resto di quel ridere ancora scritto sul viso. Come sempre, era a testa nuda; ciuffi di capelli grigi o bianchi gli si rizzavano da tutte le parti; le sopracciglia eran cespugli, come i baffi, ed anche dalle orecchie gli uscivano ciuffi di peli; la selvatica barba aveva invaso interamente il suo viso di cuoio, nel quale gli occhi piccoli e neri luccicavano; nella bocca mezza aperta gli si vedeva qualche gran dente rimasto. A Graziano il compagno raccont che un giorno dello scorso inverno l'uomo era stato raccolto sul bordo d'una strada, nella neve, rovente di febbre; l'avevano portato nel piccolo ospedale di un paese, tenuto da certe suore; in quel luogo lucido e bianco le monache, che non avevan mai nessuno da curare, gli stavano intorno come ad uno mandato dalla Provvidenza, osando appena moversi; ma dopo due giorni Ghianda era balzato dal letto strepitando per riavere la sua roba da camminante; sbigottite, le suore gli avevano obbedito, e l'uomo se n'era andato, ancora con la febbre addosso.
Ghianda aveva ascoltate attento le parole di Giusto fissandolo con gli occhi allegri; quando il racconto fu terminato, di nuovo scosse l'aria con la risata di bronzo e si rimise in marcia facendo sonare il suo trofeo di pentolini e gamelle. Giusto disse con dispetto: - Una gran forza per niente!
Graziano lo rivedeva al tempo dell'Amist, il pi contento straccione che battesse le strade, l'uomo che s'era mangiato quanto possedeva e ridendo girava a piedi nudi nella medesima regione dov'era stato padrone di poderi. Ieri, oggi, domani: che differenza? Lo ammirava da capo a piedi, bello come la pioggia ed il sole l'avevan fatto, pulito come un bufalo. Ed aveva netta l'impressione di aver nuovamente incontrato l'uomo felice.
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Capitolo 11. Anno 1914.
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Al formidabile lavoro che le elezioni generali rendevano necessario, Metello Farra si era dato col solito ardore, con la passione che aveva sempre avuta per una tale vita, per il combattere viaggiando, scrivendo, parlando in pubblico; ma la lotta non era mai stata cos dura. Partiti nuovi s'erano formati, che volevano vincere ad ogni costo e per i quali molti giovani si prodigavano con una disciplina, uno slancio, un coraggio che per la prima volta i socialisti si vedevano opporre. Contro Metello vi era l'impegno di spodestarlo del collegio in cui da tanto tempo dominava come se su quel quartiere di Torino avesse un potere invincibile. E nei giornali, nei comizi, nei manifesti, veniva assalito con singolare veemenza, impiegando tutti i mezzi e le armi che nella lotta potessero servire. Lo combattevano anche quei socialisti che si erano separati dal suo partito con un piano ambiguo di riforme.
In un foglio satirico fu pubblicata una pagina a colori nella quale Metello Farra era raffigurato come "Il re della gomma". Vi appariva molto somigliante, con le pendenti corde dei baffi e lo sguardo lucido; in capo gli avevan messa una corona ritagliata nel giornale dove principalmente scriveva, in una mano uno scettro sormontato dal sole dell'avvenire e nell'altra mano, invece dell'Orbe, una palla da ragazzi a spicchi variopinti; sedeva sopra una pila di ciambelle di gomma ma i piedi, calzati di scarpacce rotte, li teneva sopra un sacco di denaro. Tutto ci era disegnato con vigore, s'imprimeva nella memoria. Alcuni giornali di combattimento, mirando a lui, presero a parlare dell'amor libero, il quale poteva avere anch'esso le sue unioni di convenienza. Scherzavano sul commercio della gomma; volevano insinuare il sospetto ch'egli fosse vissuto alle spalle della "compagna" oppure che, concionando per la rivoluzione sociale, facesse per interposta persona affari da borghese, che lo avessero arricchito.
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Sabina era divenuta nelle forme sempre pi vistosa, senza imparare a non mettersi addosso troppi ornamenti n troppe tinte; col naso imperioso pizzicato dagli occhiali d'oro, aveva ormai un aspetto di florida ma stravagante zitella. Non teneva relazioni con parenti, non aveva amiche, non discorreva con nessuno; seguiva la vita pubblica di Metello parlandone solamente quando, tra una corsa e l'altra, questi era in vena di dirgliene qualchecosa; quanto alla vita privata, la sua antica gelosia era diventata rassegnazione. Volendo vedere ci che i giornali avversi pubblicavano contro il compagno, li leggeva per la via, lontano da casa, sbarazzandosene subito. Atroce dolore le causarono gli attacchi nei quali indirettamente era questione della convivenza con lei e del suo commercio: aveva l'impressione di essere nella vita di Metello una macchia, se ne avviliva, si vergognava di tornare al negozio; cautamente cercava di capire quale effetto simili argomenti avessero prodotto nel compagno. Per i guadagni che ella aveva fatti ed i risparmi che possedeva, si arrovellava molto. Di notte sognava queste cose. Era piena di paure, come se gli avversari dovessero anche pi crudamente infamare la loro unione. Una mattina trov il quartiere tappezzato di quell'immagine del "Re della gomma": era stata stampata a migliaia di esemplari e se ne vedevano sui muri di tutta la citt.
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Quel giorno Metello, rincasando all'ora di colazione, la chiam in camera sua. Nell'appartamento egli occupava soltanto questa camera ed un tratto di un corridoio nel quale teneva pacchi di giornali, montagne di libri e carte, riservandosi il diritto di lasciarvi ogni cosa a modo suo, in mezzo all'ordine perfetto dell'altre stanze. Le tele, gli studi che un tempo aveva dipinti, per suo volere stavano nascosti in un armadio. Sul cassettone della camera vi era la piccola fotografia dei genitori di Metello, sposi. Egli aveva qualche volta ascoltato distrattamente ci che Sabina gli diceva del negozio, dei suoi affari, ma non sapeva quanto denaro la compagna possedesse: da quando convivevano, del denaro aveva sempre voluto dargliene, per pagare la propria parte delle spese; non sarebbe rimasto un giorno di pi se ella non lo avesse accettato. Quanto alla propria condizione nella casa di Sabina, non ci aveva pensato, come non pensava a quella unione di tanti anni.
- Hai dei grossi risparmi, tu? Un capitale? - le domand. Sabina scoppi in pianto; si tolse le lenti per asciugarsi gli occhi e non vedeva pi nulla.
- Via, via, fatti coraggio. Io non ho mai usati riguardi agli avversari e non mi aspettavo certamente di esser trattato bene. Contro le armi, anche avvelenate, ho la pelle dura.
Come una colpa Sabina confess che qualche risparmio l'aveva fatto, ma non precis niente. Tremava dentro di s all'idea che da Metello o dai suoi nemici si scoprisse che ella aveva comprata in un sobborgo una piccola casa di reddito. Da questo argomento Metello non tard a distrarsi, essendo sovraccarico di pensieri pi gravi e di faccende. I disegni satirici, il lavorio di spargere a suo danno sospetti calunniosi, le definizioni insultanti che gli erano applicate, gli espedienti per renderlo ridicolo, tutto ci - seppure poteva aver qualche effetto sugli elettori - era uno scherzo puerile a paragone con gli altri mezzi di lotta di cui gli avversari, e particolarmente i giovani dei partiti nuovi, si valevano contro lui come in molti altri collegi delle grandi citt. Nei comizi venivano a chiedere di parlare in contraddittorio oratori violenti, avvolti da schiere risolute di sostenitori; i loro giornali erano sparsi ovunque, regalati a mucchi; la loro propaganda si arrischiava tra gli operai, nelle fabbriche. E si sapeva, si sentiva che i programmi loro, fondati sopra un concetto di gerarchia sociale e sopra un metodo di ordine, scaldati da un entusiasmo per la nazione, trovavano un consenso sempre pi largo e deciso.
Tra i viaggi per tener discorsi in altri collegi, gli articoli di polemica da scrivere, le riunioni del partito, i comizi in citt, Metello non aveva tempo di restar solo con se stesso. Tuttavia si portava dentro un malcontento, un'amarezza, un'inquietudine triste. Non riusciva a scorrere con indifferenza gli scritti nei quali si parlava di lui come di uno che facesse il buffone per guadagno: provava un disgusto pieno di rancore se lo sguardo gli cadeva ancora sopra una delle caricature che su pei muri scolorivano lacerandosi. Tra i lavoratori era sempre acclamato, l'eco delle sue parole era calda e pronta, ma anche queste folle si mostravano divise, vi nascevano contrasti, zuffe. Eran pure operai quelli che nei comizi rumoreggiavano contro di lui. Sebbene avesse la certezza di essere rieletto, il modo com'era combattuto lo addolorava; e maggiormente soffriva di non aver pi sulle masse operaie l'autorit di un tempo, di sentirsele in parte sfuggire: dopo vent'anni di fatiche, di sacrifizi, di costante lotta; dopo tante giornate terribili nelle quali la coscienza aveva tremato per il sangue che doveva scorrere, per i fatti che bisognava volere; dopo i processi, la mortificazione e soffocazione delle carceri. Nei capi del suo partito vedeva un dubbio che appena cercavano di nascondergli, il timore della sconfitta.
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L'appartamento di Sabina era in una casa pulita e tranquilla, abitata da gente di media condizione, impiegati, un medico, la vedova di un ufficiale; ed a cercarlo qui non venivano abitualmente che persone bisognose di aiuto; egli non aveva telefono, non piacendogli servirsene. Ora vi era un viavai di amici, di fattorini, di segretari, a tutte l'ore. Sabina, nascosta nelle sue stanze, ne ascoltava passi e voci, sempre pi convinta, a misura che il giorno s'avvicinava, che Metello non sarebbe stato rieletto.
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Questa domenica giunse. Una nuova legge aveva dato il diritto di voto a molti che prima non l'avevano, e falangi enormi di elettori si mossero: anche a Torino, dove la giornata era brutta, piovosa. In qualche altro luogo accaddero disordini, ma lievi, effetto della passione e del lavorio. Per il partito di Metello l'esito si annunziava in complesso soddisfacente, con l'acquisto di parecchi posti. Dal suo collegio, finch si trattava d'impressioni sull'andamento della votazione, le notizie erano giunte buone; intorno a lui si dava gi per sicura una franca vittoria; ma quando vennero risultati certi, il vantaggio sugli avversari fu visto calare rapidamente, nel corso dello scrutinio; in molte sezioni i risultati si pareggiavano, in alcune era in lieve maggioranza l'avversario pi temibile, quel partito giovanile. Metello ne era sorpreso profondamente. In una stanza degli uffici del partito, mentre di l dalla porta chiusa si udivano un rimescolio d'altra gente e voci eccitate, ora di giubilo ora di dispetto, rimaneva ad aspettare tirandosi i baffi, commentando le cifre con quanti aveva intorno. Si era rassegnato ad un risultato che non decidesse la partita ed obbligasse ad una seconda votazione. Cos accadde infatti. Quando non rimase pi dubbio, Metello prov un avvilimento come se fosse stato battuto; pens con angoscia alla prova da rifare; per il lavoro che nei giorni seguenti si doveva riprendere, credeva di non aver pi forze bastanti.
L'esito accrebbe il fermento che gi vi era tra molti operai della citt a causa della lotta e degli attacchi contro Metello Farra. Come se ormai avesse conquistata la piazzaforte, il partito nazionale faceva un clamore grande; la campagna era ripresa con pi veemenza. In una nuova caricatura Metello venne rappresentato con la corona di traverso, i baffi cascanti del tutto, un grappolo di palloncini di gomma tenuti per un filo, sui quali era dipinto il sole dell'avvenire; ed il suo aspetto era brutto come quello di un venditore abbandonato dalla folla.
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Eccitati, pieni d'ira sorda, erano per la maggior parte gli operai della ferriera dove lavorava Giusto. Da principio il suo lavoro era stato soltanto di spinger convogli di piccoli vagoni sopra un binario; poi aveva imparato a manovrare le gru, le catene appese ad enormi rotaie per sollevare il ferro lavorato o i calderoni delle fondite. L'officina era immensa. Stava sull'orlo della citt, in una regione ove il terreno era sporco di carbone e di detriti, l'aria tutta sonante di rumori meccanici, l'orizzonte ingombro di gasometri, di alti camini, la pianura gi guasta dalle grandi officine che una dopo l'altra vi nascevano. Non lontano dalla ferriera Giusto abitava una soffitta con un letto, una tavola, una sedia e quattro stoviglie; a mezzogiorno mangiava un po' di roba che si portava, sedendo presso la ferriera sull'erba avvelenata dal fumo o stando nel portone d'una casa se pioveva; la sera si cuoceva la minestra da s. Era solo, rimaneva solo. Tra gli altri operai della ferriera si vergognava ancora d'essere un contadino da poco venuto via dalla campagna; temeva anche di prendere i difetti che molti di loro avevano, soprattutto il vizio del bere, nel quale si poteva cercare un oblio malsano, un conforto vile, ed esserne distrutto.
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A casa di sua sorella Fede andava di rado. Ci che vi doveva vedere o indovinare gli dispiaceva: Fede, che lavorava in una fabbrica di ricami, sembrava ormai nata e vissuta sempre in citt ma le sue maniere erano spregiudicate, insolenti; aveva un gran concetto della propria bellezza, era sempre ben vestita, nelle ore libere non stava mai in casa; e quel manovale mal pagato che era rimasto Remo, o faceva scenate di gelosia, trattato da lei come un ingombrante animale, o s'andava a consolare all'osteria, disgustandosi affatto del lavoro che poteva trovare. Ben pi penoso era stato per Giusto l'apprendere un giorno che Uliva era in carcere: commessa al mercato, il suo padrone l'aveva sorpresa a rubare nel cassetto del banco e fatta condannare. Giusto pensava al nome della famiglia, ai nomi del padre e della madre scritti nella sentenza: "Crivelli Uliva, del fu Cleto e di Torriano Marta". Donde veniva l'animo cattivo e disonesto di questa sorella che pure era nata nel pulito mondo dell'Amist?
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Il bracciante che spingeva da mattina a sera i vagoni di rottami o sollevava le lastre di ferro con le gru, aveva sognato di potersi far nuovo, innalzarsi, acquistando istruzione. S'era comprati libri, tra i quali un dizionario con figure dal quale sperava d'imparare molte cose. La sera del sabato aveva provato a frequentar le lezioni dell'universit popolare, dove si parlava d'astronomia, di storia, s'insegnava come funziona il corpo umano. Ed aveva conosciuto l'affanno di non capire, il disperato dolore di non poter capire! Tutto era sempre troppo difficile per lui. Ora si contentava di acquistare una capacit da operaio, diventar qualcosa di pi che un semplice manovale, avere col tempo mansioni pi difficili e stimate. Il suo sogno era adesso di giungere al posto dell'uomo che guidava le travi di ferro rovente alle trafile sedendo sul carrello apposito che scorreva innanzi e indietro. S'era iscritto nel partito di Metello Farra, il suo nome era nei registri; teneva sempre la tessera nella tasca interna della giacca, con l'altre carte. Tuttavia che valeva la sua forza, cio il suo coraggio, la sua volont di partecipare alla guerra sociale? Era pur sempre un uomo solo, un individuo in mezzo ad una enorme massa di sconosciuti.
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Ma a continuar la vita nella quale s'era messo, si sentiva testardo abbastanza. Vestiva come gli altri operai; nella persona, nelle movenze, per, mostrava ancora donde veniva. Qualche volta la fatica dell'officina l'opprimeva, mandandolo a casa abbrutito; allora pensava che cos'era a Luvo, quale meschino posto vi aveva. Gli succedeva di ricordare Donato, quel fratello col quale lavorava d'accordo, il solo della famiglia che restava volentieri quello ch'era nato; gli scrisse dicendogli che andasse ogni tanto al camposanto per accomodar la terra sopra i loro morti. Ricordava anche l'Avventina, nella sua esistenza di monaca contadina. Nei giorni di riposo vedere un po' di campagna, almeno quella che stava intorno a Torino, gli sarebbe piaciuto; ma, invece di cedere alla voglia, andava girando in citt, per abituarsi al cielo misero, alle lunghe vie, agli alberi prigionieri, alla folla, oppure visitava i musei con la solita idea di istruirsi.
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Nel grande combattimento delle elezioni aveva seguito appassionatamente quanto riguardava Metello Farra. Al partito aveva dato il suo voto ma in un altro collegio. Il fatto che Metello non era ancora rieletto ed il chiasso degli avversari ed il pericolo che non vincesse, misero nell'animo di Giusto un desiderio, quasi un bisogno, di presentarsi a lui. Pensava che, parlandogli di Graziano e degli altri Farra, poteva andare; si decise, and una sera uscendo dalla ferriera. Camminava con l'entusiasmo di avvicinare finalmente quest'uomo famoso che aveva visto soltanto alcune volte nei comizi, l'uomo che da tanti anni lavorava per la giustizia, per un mondo nuovo, ed era stato chiuso nella stessa prigione ove si chiudevano le commesse ladre, e per s non voleva niente, rimanendo un povero. Cos era bello vivere, ma ci volevano i suoi studi, la sua testa. Era una sera fredda. Giusto sent soggezione quando, entrato nella casa dove Metello abitava, trov quella scala pulita, cos civile. Ad una vecchia serva accigliata che gli aperse, disse subito d'essere uno che conosceva Graziano Farra e la sua famiglia; la donna and via poi torn a farsi spiegar meglio la cosa. Introdotto nel corridoio, dov'era l'odore della cena che cuoceva, Giusto pass davanti ad una saletta in cui si vedeva la tavola apparecchiata sotto un modesto lampadario.
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Metello era raffreddato e teneva intorno al collo una spessa sciarpa di lana; nella sua camera, con le spalle ed il capo curvi sopra una scrivania accanto alla quale erano cacciati in un cestino e sparsi sul pavimento giornali d'ogni specie, rispondeva ad un mucchio di lettere scrivendo veloce. - Siedi - disse senza alzare il capo. Il visitatore si pos piano su una sedia lontana dalla scrivania, presso uno scaffale di libri. Finita una delle lettere, Metello lo invit a portarsi la sedia vicino a lui, gli fece ripetere ancora quanto aveva detto alla donna. Si rischiar in viso
- Ah, l'Amist, Graziano, la signora Claudia! Come ti chiami? Crivelli: s, ricordo, i Crivelli.
Giusto raccont ch'era andato a cercare Graziano ma che non sapeva quando l'avrebbe potuto vedere, perch viaggiava per l'Europa.
- Gira il mondo - disse Metello con un gesto vivace. - E tu che fai, ora? Dove lavori? Hai bisogno di qualchecosa?
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Il visitatore era rinfrancato del tutto e si sentiva felice; sentiva d'essere proprio in presenza di quel Metello Farra del quale discorreva Graziano, in un tempo immensamente remoto. Gli disse che, sebbene non avesse potuto, come voleva, farsi accompagnare da suo nipote, era venuto egualmente perch desiderava da tanti anni di conoscerlo. L'altro lo aveva rapidamente studiato, notando quel cranio cocciuto e la mascella di contadino; ora lo guardava con simpatia tirandosi un baffo; sorridendo tra s, pensava ch'era venuto all'improvviso ed all'ora di cena. Ma il manovale aggiunse: - Sono venuto uscendo dalla ferriera. - Metello riprese ad interrogarlo, convinto che avesse qualchecosa da chiedere. E Giusto rispondeva in poche parole, fervidamente, che non si trovava ancora a posto nella nuova vita ma che il cambiamento l'aveva fatto di propria volont e si sarebbe abituato come tanti altri e sperava di diventare un operaio capace. Intanto osservava Metello, il suo viso stanco con quei baffi da minatore, l'aria di malato che gli dava la sciarpa di lana, e provava una commozione pi viva, come se per lui avesse sempre avuto affetto ed ora ne sentisse anche compassione; guardava la camera, i giornali gettati, un paio di ciabatte sotto un seggiolone, il calamaio di metallo incrostato d'inchiostro, tutti quei libri negli scaffali ed in cima ad un armadio a specchio. Si faceva della sua vita un'idea diversa: la vedeva da vicino.
- Gli operai - afferm - si getterebbero nel fuoco, per voi. Vogliono che vinciate.
- Tu sei del mio collegio?
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Giusto disse di no, come vergognandosi. La donna di servizio venne nel corridoio, si mostr un istante dinanzi, alla porta, che era aperta. Allora Metello offerse al visitatore di restar a cena con loro, ma il manovale arross, si alz subito, si scus d'essere venuto a quell'ora, guard la porta. Alzatosi egli pure e spenta la lampada sulla scrivania, Metello gli mise una mano sulla larga spalla, insistendo perch rimanesse. Poich Giusto ricusava sempre ed infilava in fretta il corridoio, lo accompagn fino all'uscita, invitandolo a tornare altre volte. Quando ebbe richiuso, Metello si trattenne un momento dietro l'uscio, mentre quel passo scendeva le scale, riflettendo che l'uomo era venuto da lui senza voler niente, perch aveva provato il bisogno, in quei giorni, di mostrargli che stava con lui, dalla sua parte.
La settimana passava troppo rapida ed insieme lenta. Nel partito vi era una grave apprensione che si dovesse veramente perdere il collegio. Metello poteva comprendere che alcuni dei capi gli attribuivano la colpa del fatto che non si era ottenuta una vittoria immediata e schiacciante: come per una diminuzione del suo prestigio o perch gli fosse mancato vigore nella lotta. I socialisti delle riforme rifiutarono i loro voti decidendo di astenersi. Nei due partiti rimasti in gara lo sforzo per la vittoria divenne ancora pi robusto, e la battaglia si sentiva nella vita della citt come se dall'esito dipendesse tutto l'avvenire. Metello continu la sua fatica parlando nei comizi, scrivendo manifesti ed articoli, sostenendo col suo antagonista un aspro contraddittorio che si svolse in mezzo ad una tempesta. Accaniti contro lui peggio di prima, gli avversari lo mordevano da ogni parte, lo deridevano come se gi fosse vinto. Dentro di s anch'egli dubitava di dover essere sconfitto; vedeva pi crudamente che tutto il suo passato, con quanto lavoro e sacrifizio contenesse, non bastava ad assicurargli di non essere gettato a terra; ma ci che lo addolorava pi di ogni altra cosa e stupiva, era di provare stanchezza, di avere un desiderio che lo sforzo e l'ansia finissero, in qualunque modo. Non aveva ancora cinquant'anni. Era gi vecchio? Dall'altra parte vi era gente pi giovine, pi forte. Forse erano pi giovani anche le loro idee.
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Temeva sempre pi la sconfitta anche Sabina, e stava zitta. Infine l'altra domenica venne. Questa volta il tempo era buono; si mosse una folla di elettori anche pi grande; tutta la citt era agitata, impaziente. Nei quartieri del collegio era nell'aria una febbre; intorno alle scuole ove si votava, le vie nereggiavano, vi accadevano baruffe; sugli ingressi i distributori di schede, coi bracciali di vivi colori, stavano come nemici che non potessero venire alle mani, uomini e donne, o piuttosto come soldati di eserciti diversi, legati da una stessa consegna. Metello, col fuoco indosso, cercava di dominarsi; pass dagli uffici al giornale del partito, uscendo, rientrando: quindi torn a casa e vennero gli informatori. Si trattennero con lui alcuni che gli erano sinceramente amici. Il gioco, a quanto si poteva supporre dagli indizi, era crudele: il numero dei voti era quasi eguale per i due avversari, ed una scarsa differenza dava il vantaggio or all'uno or all'altro. Prima di sera Sabina usc silenziosamente, and in una chiesa lontana a pregare. Quindi si seppe che lo scrutinio era cominciato. Giusto aveva girato per tutto il giorno intorno a quelle scuole, cercando di comprendere come andasse la votazione, interrogando uomini del suo partito; dopo, si port dinanzi agli uffici, in mezzo ad una folla inquieta a cui erano mostrate, a mano a mano, delle cifre su cartelli scombiccherati alla peggio. Nello scrutinio si rinnovava, si precisava il gioco terribile: in ciascuna sezione la differenza tra i voti era minima, la somma delle sezioni ad ogni tratto toglieva la vittoria all'uno od all'altro dei candidati. E tuttoci procedeva lento, ritardando la decisione insopportabilmente. Ovunque fosse gente riunita ad aspettare, s'era fatta silenziosa.
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Metello non volle pi restare in casa n tornare al partito n aver compagnia; usc solo nel suo quartiere poco affollato, alla luce di rari lampioni. Affrettava il passo; accorgendosene, lo rallentava; gli sfuggivan parole a mezza voce; dalle persone che passavano o stavano in crocchi sui portoni, all'entrata dei bar e delle osterie, udiva notizie e commenti diversi, niente di certo. Forse l'avversario lo aveva vinto, il posto gli era gi tolto, egli era gettato a terra, e non lo sapeva ancora. L'affanno cresceva in lui ad ogni passo. Ad un tratto ud in fondo alla via un clamore, vide una massa nera venir avanti. Non vi distingueva nulla, non poteva intendere quel che gridassero. A poco a poco riusc a discernere, nella disordinata schiera che occupava la via quanto era larga, figure che gli parevano piuttosto del suo partito che dell'altro. E le grida erano eccitate gioiosamente, erano di vittoria. Tra le altre parole che il clamore portava, ud il suo nome. Metello si sent improvvisamente liberato di un peso formidabile, pieno di gioia e di forza. Pi chiaro, sempre pi chiaro, gli giungeva ormai all'orecchio fra le voci violente e festose il suo nome; quella gente gridava per lui, che aveva vinto! Egli si affrett a svoltare alla prima cantonata, mentre la schiera non ne era pi lontana; si ferm dopo qualche passo, in un lembo di oscurit. Subito pass la gente, uomini, ragazzi, donne, molti, che andavano a qualche luogo di adunata camminando presto, quasi correndo, e gridando sempre. Non guardato da nessuno, Metello rimase un poco ad ascoltar quelle grida che si allontanavano ripetendo il suo nome.
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Vienna era molto animata, nella bella estate. Il figlio di Augusta Weiss, capitano di artiglieria nella riserva, era stato richiamato in servizio. Con sua madre, Rdiger si comportava sempre pi duramente e parlava come se non si fidasse. Egli solo veniva a trovarla: tra Maria Valeria, sua moglie, ed Augusta le relazioni erano troncate da un pezzo. Figlia di un barone salisburghese che apparteneva alla camera dei Signori, Maria Valeria si inacidiva nel dispetto di avere sposato un uomo senza titoli di nobilt, e stava attaccata con meschina passione ai suoi legami con l'aristocrazia. Era alta, assai magra, con un naso tagliente; Leopoldo, il suo bambino, aveva adesso quattro anni; la nonna poteva vederlo solamente due volte al mese, sempre in presenza dell'istitutrice che glielo portava a casa; quando il tempo era buono, gli incontri dovevano invece avvenire nel gran cortile della Hofburg o sopra una panca del Volksgarten. Maria Valeria non dava importanza all'archeologia n al nome di Teodoro Weiss; aveva sempre detestata l'Italia; trovava ridicolo e spiacevole l'appartamento della suocera, "il museo privato del Sud", come diceva; ed i pellegrinaggi annuali di Augusta, il suo culto per quel paese erano l'argomento principale in cui trovavano sfogo tante altre ragioni di scontento e di dissidio.
Rdiger era orgoglioso d'avere l'uniforme indosso. Egli si sarebbe voluto dare alla carriera militare; poich il padre glielo aveva impedito, preferendo vederlo in una professione liberale, ne conservava sempre un rimpianto amaro, quasi un rancore, sebbene facesse buona riuscita come avvocato. Il barone Reichenhall, sua figlia Maria Valeria, e per il tramite loro Rdiger, erano a contatto con alcune sfere della Corte e dello Stato Maggiore. In esse tutti mostravano ora di vivere, piuttosto che nel lutto per l'arciduca assassinato a Serajevo, in un sacro orrore di quell'avvenimento, con la coscienza di un dovere da compiere castigando i nascosti autori dell'uccisione. Nessuno aveva amato l'arciduca; non si parlava pi di lui n della sua fine; si parlava invece dei Serbi da punire perch avevano oltraggiato l'Impero.
Rdiger non aveva la corporatura imponente dei suoi genitori; era di media statura, atticciato, rigido, col collo corto; somigliava alla nonna materna, la consorte del maggiore Ritter, la quale era una piccola nobile bavarese. In quei giorni Augusta lo vedeva tornare da lei pi sovente. Stretto nell'alto colletto, nella vita attillata della giubba grigia da campo, negli specchianti stivali, rosso in faccia, col cranio levigato dal rasoio, non riusciva pi a stare fermo; accompagnato dal suono degli speroni d'argento, passeggiava per il salotto, andava alla finestra, evitando sempre di guardare i vecchi paesaggi della Sicilia, dipinti a pastello, che stavano appesi alle pareti. Della madre sembrava veramente diffidare; tuttavia aveva bisogno di parlar di cose segrete, e lo faceva con brevi e vaghi accenni, dicendo di quel castigo da infliggere alla Serbia, della necessit di riaffermare l'Impero e ridargli forza morale, unione; parlava anche della potenza tedesca, del destino tedesco, della Germania legata all'Austria e pronta a tutto.
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Nel figlio Augusta sentiva riflesso, confusamente ma con ardore, il mondo chiuso di coloro che comandavano, coi loro odi, coi calcoli politici, con la vanit, con l'ambizione, con una smania d'imprese militari, con un bisogno di tentar una prova suprema. Non domandava ci che Rdiger non voleva dire, ma aveva egualmente la sensazione di un lavoro condotto di ora in ora, a Vienna e altrove, per preparare nascostamente grandi e gravi fatti. Senza darne segno, ella provava un'ansiet della quale non si poteva liberare.
Un giorno Rdiger arriv pi agitato che l'altre volte. Disse sottovoce: - Siamo alla guerra.
- Quale guerra?
- Quella che Dio vorr.
Eretta sulla persona maestosa, con la corona di trecce grigie intorno al capo, Augusta rimase immobile, in apparenza tranquilla. Pens a suo padre, paralitico sulla sedia a ruote, com'era tornato dalla battaglia di Koeniggraetz. Ma in Rdiger, sebbene egli cercasse di moderare e nascondere la propria eccitazione, era palese un sentimento di piacere, di gioia, come se gli stesse in mente una misteriosa e magnifica avventura. Pur misurando le parole e tenendo bassa la voce, parlava assai pi del consueto; diceva che l'oltraggio sarebbe stato vendicato, che si sarebbe spezzata la minaccia slava, che la Germania era formidabile. - Ottimo esercito anche il nostro! L'artiglieria far stupire. Abbiamo cannoni eccellenti, mai veduti.
Dopo un momento di silenzio Augusta domand - Che cosa far l'Italia?
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Sul viso sanguigno del figlio comparve una leggera smorfia d'ironia e disgusto: - L'alleata  senza scarpe.
Pass ancora una settimana, poi l'Austria dichiar guerra ai Serbi. Appena letta la notizia nei giornali, Augusta Weiss mand a chiamare Fenice. Fenice non abitava distante; veniva da lei quasi ogni giorno, oppure si trovavano fuori, insieme andavano ai concerti, alle conferenze, a teatro; per Ottavio, il quale si era fatto molto onore nella scuola che frequentava, la signora Weiss era "la zia Augusta". Tale familiarit con l'italiana e suo figlio era anch'essa una ragione del distacco di Maria Valeria dalla suocera; non potendo soffrire gli italiani, la moglie di Rdiger s'era trovata sempre tra i piedi "la piccola divorziata", come la chiamava, e si era ingelosita di lei e del ragazzo, trattati in quella casa come parenti. Fenice arriv subito, sempre snella, giovane, vestita come una studentessa elegante, con un piccolo cappello vispo in cima al capo.
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- La dichiarazione di guerra! - disse. Gli occhi azzurri erano pi che mai ansiosi e la bocca anelante. - Che verr dopo? Questo fuoco camminer. Pu incominciare la guerra grande, quella che si vedeva soltanto come un'immaginazione romanzesca, tutta l'Europa in fiamme! Dimmi il tuo pensiero, Augusta. Ho nell'anima una luce nera.
L'amica non le aveva confidato e non le rivel quanto aveva saputo da Rdiger; ma era anch'essa profondamente turbata; n volle pronunziare parole rassicuranti che non avrebbero avuto alcun valore. L'abbracci, nel modo affettuoso abituale ad entrambe. Erano nel salotto. - Vieni nello studio - disse. - C' pi aria. - Era questo una stanza assai grande, tappezzata di libri fino al soffitto; in mezzo ad una parete gli scaffali lasciavano uno spazio libero, davanti al quale stavano la scrivania immensa ed il seggiolone di Teodoro Weiss; l, da un vecchio quadro tedesco, guardava una contadina italiana che aveva seni rigogliosi nella camicia sbuffante, farsetto rosso, cappello di paglia di Firenze ed un fascio di spighe e papaveri nelle mani; sotto il quadro erano appese fotografie impallidite di scavi e di templi siculi; in un angolo biancheggiava nel marmo di un busto l'archeologo con la sua barba ondosa. Ma presso il busto la vedova veniva a leggere o fare lavori di lana, riceveva gli intimi; e Fenice aveva passate molte ore in questo angolo. Adesso ella pensava che forse la vita di Vienna stava per finire e che bisognava tornare ai luoghi, alle cose, alla gente di cui si era dimenticata.
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Anche nella primavera di quell'anno Augusta aveva fatto il viaggio d'Italia; fronde di Sicilia e di Roma, risecchite, stavano ancora sulla scrivania, posate accanto alla vecchia cartella dell'archeologo. La signora si domandava se dovesse un giorno trovarsi separata dall'Italia, da quel passato di Teodoro e suo, dagli amici, da quell'altra patria cos bella. Tra Italia ed Austria, in una guerra di tutta l'Europa, non si sapeva che potesse succedere.
Nessuna delle due donne nomin l'Italia. Augusta guardava Fenice seduta accanto a lei sopra un vecchio sof, la sua persona fine, il profilo netto, l'occhio azzurro inquieto: ricordava com'erano vissute insieme; sentiva veramente in colei che le stava vicina una parente, una figlia. La rivedeva cos contenta di esser libera, tutta data al suo ragazzo ed agli studi, sempre piena di slancio e nel fondo dell'animo tranquilla. Sapeva che non le aveva nascosta un'ora della nuova esistenza e che non aveva nulla da nascondere. Una mano di Fenice si pos sopra la sua destra. Entrambe avevano l'impressione di doversi separare. - Mi pare strana - osserv Fenice - la maniera come s'incomincia. Con semplicit, facilmente. Questa cosa terribile ci prende senza violenza.
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Augusta ripensava al fervore di Rdiger. Ed in tutta Vienna si sentiva un'eccitazione non diversa, come se la gente avesse desiderati avvenimenti nuovi e fosse contenta di ci che incominciava. Pareva che ognuno si dicesse: "Ora si far qualchecosa, al mondo!"
La stessa sera giunse a Vienna Graziano e subito and a trovare Fenice. Ella sapeva ch'era sempre in giro per l'Europa; fu straordinariamente lieta di rivederlo e di averlo vicino in quelle circostanze; si sent sollevata. Il giovine aveva addosso la febbre degli avvenimenti. - Mi sembri molto cambiato - gli disse Fenice col suo sorriso adorante - ma sei sempre pi bello. - Anche Graziano vide lei bella, attraente, ma non glielo disse. Parl di quanto aveva visto dal treno: i reggimenti in viaggio, le corone di alloro o di abete appese ai carri merci pieni di soldati, di cannoni, di cavalli, di selle. Era venuto un tempo diverso, pi rapido, pi denso, che avrebbe cambiato il mondo; incominciava un altro modo di vivere, grandioso e decisivo; egli ne provava oppressione ma anche piacere, gioia. Gli Italiani sarebbero stati presi e portati dalla guerra come gli altri popoli. Da quale parte? La scelta gli pareva quasi indifferente, pur che si entrasse nella lotta che doveva cambiare il mondo. Era anche un gioco, ossia un rischio, e nell'aria se ne sentiva gi il brivido.
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- Io ero cos tranquilla...! - sospir Fenice. Ottavio, che aveva adesso dodici anni ed era meno bianco, ascoltava Graziano con viso preoccupato. Osserv che un'altr'anno la sua scuola non si sarebbe riaperta; poi chiese il permesso di andare a letto, dovendo la mattina seguente uscir di buon'ora a fare una passeggiata con alcuni compagni. L'appartamento mobiliato era piccolo ma lustro ed arioso, sotto il tetto d'una casa altissima. Si udiva in cucina la serva lavare il pavimento con vigore. Fenice parl di questa donna, una contadina della Stiria che la domenica andava a messa portando il costume del suo paese e che si era molto affezionata al ragazzo ed a lei. Si affacciarono ad una finestra. Si vedeva tutta una lunga via che veniva dai Ring, con file di piccoli tram che s'incrociavano e col formicolio della gente; ancora vi era nel cielo un po' di luce del giorno ma la strada era sparsa di lumi e di parole accese; da un lato si alzavano in mezzo ad un vasto spazio le torri gotiche della Chiesa Votiva e pi indietro, in una gran fila, torri e cupole dell'universit, del Rathaus, del Parlamento. Fenice raccontava la sua vita di Vienna, parlando dei poeti austriaci che aveva tradotti, delle amicizie che le aveva procurate Augusta Weiss, dell'universit, ove durava il ricordo di battaglie tra studenti italiani e tedeschi. Disse di Ottavio: - Ora  tutto mio, sai! - Ad un tratto presero a giungere dalla via, lontane e confuse tra gli altri rumori, le voci degli uomini che vendevano un'edizione straordinaria dei giornali, quelle voci simili a gridi d'allarme. Quando Graziano, poco dopo, discese, ud subito che la folla dei passanti portava un nome, Russia Russia, con una specie di entusiasmo rabbioso.
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Il giovine viveva errante per l'Europa da molti mesi. Non aveva pi una casa; il nonno era andato ad abitare con Gabriella, ed egli passava da un paese all'altro, da un albergo all'altro. Il suo romanzo d'America era pubblicato da qualche tempo, il successo pareva anche maggiore che per Senza terra; ma Graziano si rimproverava di averlo scritto cos in fretta, sapendo di non avervi rappresentato come voleva il dramma umano, la solita vecchia vita umana, nel meccanismo di quelle grandissime citt, in quelle moltitudini. Pensava che avrebbe dovuto rifarlo, ma preferiva dimenticarsene come di una cosa sgradevole rimasta altrove, lontano. Gabriella, nell'ultima lettera, gli aveva chiesto il consenso per vendere la casa della pineta; egli non aveva ancora data una risposta; Gabriella stava lass, col vecchio Ascanio, con la piccola Claudia e col bambino nato nell'estate precedente, Emanuele. Ad Aurelio occorreva adesso altro denaro per la sua industria. Il capitale toccato a Gabriella per la cessione della clinica era stato versato nella societ, s'era cambiato in edifizi, in macchine, e tutto si avviava ottimamente, con una corrente di fortuna. Ma Graziano, per avversione agli affari, ai pensieri di quel genere, non aveva data la propria parte, affidandola invece al nonno, dal quale si faceva mandare moltissimi quattrini. S'era messo a vivere come non aveva mai provato, distrattamente, a caso, cercando piaceri, soddisfatto degli alberghi sfolgoranti e soffici nei quali alloggiava, dei treni di lusso da cui si faceva portare, dello spendere, del non ricordare talvolta dove fosse. Aveva volato; non leggeva niente; scriveva per i giornali ma di rado; avvicinava, come se le amasse, donne giovani e belle le quali non avevano per lui una biografia n un domani e non dicevano nemmeno il loro nome vero. Passare a questo modo attraverso razze diverse, in paesi di differenti arie e colori, ciascuno dei quali teneva in piedi qua e l gli scenari della propria storia, gli era piaciuto. Come l'America, questa Europa ricca mostrava la smania del lavoro, era coperta di rotaie, di torri d'acciaio, sfoggiava il suo lucente progresso, e faceva denaro, si pagava piaceri e sfarzo. Non si sarebbe potuto indovinare che volesse cambiare dandosi alla guerra. Ma anche la guerra che si vedeva incominciare, sembrava un luccicar di progresso, un lavoro di macchine, lusso, sfarzo.
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A Vienna Graziano non era mai venuto. La grande capitale faceva sentire la ricchezza dell'Impero, la sua potenza di vecchia data; attorno alla residenza imperiale, nelle piazze sulle quali stavano i palazzi delle famiglie principesche, nei giardini pieni di statue agitate, per i viali senza fine listati di costosi edifizi, presso le banche monumentali e gli uffici della polizia, tutte le cose, pur tanto diverse tra loro, apparivano immerse in una stessa gloria, la gloria di Vienna, la quale brillava nei getti delle fontane, grandeggiava sui frontoni oscuri carichi di corone imperiali, verdeggiava nei parchi pubblici, sotto la luce di una estate poco meno fresca che una primavera. L'animazione veniva ancora crescendo. Nelle prospettive rallegrate dalle bandiere, passavan reggimenti con mazzetti di fiori nelle bocche dei fucili, al suono di balde e vibranti musiche, e si alzava gaiamente ad acclamarli la gente stipata sui larghi marciapiedi dei caff. Per i viali passavano anche grossi pezzi d'artiglieria, nuovissimi, trainati da pesanti motori ornati d'alloro e di quercia. Ovunque uniformi militari; il loro numero sembrava aumentare d'ora in ora; ovunque ufficiali, belli, eleganti, impettiti, con le sciarpe gialle, coi chepp aguzzi. E tutto ci che era militare splendeva, nuovo. Ogni momento comparivano stuoli gridanti evviva ed abbasso: andavano a gridare sotto le finestre di qualche ambasciata. Graziano si incontr pure con un drappello di soldati i quali tenevano in mezzo un uomo vestito stranamente, stracciato, con una testaccia arruffata ed una selvaggia barba; li seguiva uno strascico di folla e tutti dicevano che si trattava d'una spia. Venuta di dove? Presa dove? Spesso quel che si vedeva, dava l'idea di uno spettacolo abilmente ordinato. Ma vi era pure nell'aria qualcosa che pesava terribilmente; e le ore pesavano anch'esse, si sapeva bene ci che portavano.
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Graziano ebbe una lettera del nonno. "Anni lontani - diceva il vecchio - li ritrovo vivi dentro di me. Adesso vedo bene che il Risorgimento non era terminato. Sento la mia ferita come se rifiorisca. Intendi? Quante cose vorrei scrivere su questo foglio che giunger a Vienna!" Infatti la marcia allegra che Graziano udiva cos spesso, era quella di Radetzky; sopra gli stemmi ergeva le due teste l'aquila arrabbiata. Le insegne dei reggimenti, le tracolle e le sciabole degli ufficiali non erano identiche a quelle conservate nei musei italiani accanto a catene di prigionieri, a reliquie d'impiccati? Ormai il giovine si vedeva tra nemici, nel campo nemico. In un incrocio di vie sul cammino di Schnbrunn una mattina vide passare rapidamente una carrozza scintillante e leggera tirata da due candidi cavalli con lunghe code, e dentro vi era un vecchio in uniforme, solo, col piccolo chepp. Disse a se medesimo quel nome "Francesco Giuseppe" che veniva da tanto lontano, dal tempo delle cospirazioni e delle campagne per l'indipendenza.
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Ogni sera ritornava da Fenice. Si trovavano anche di giorno, fuori di casa, ed Ottavio era con loro; ma la sera ella lo aspettava, il ragazzo si coricava presto, ed essi rimanevano un pezzo alla finestra, a guardare insieme le torri della Chiesa Votiva e le altre forme della citt, sul gran cielo, a guardare il movimento ed i lumi della via. Entrambi erano ripresi da un amore dolce, profondo e giovine; sentivano con gioia di essersi ritrovati; ella non si lasciava baciare ma gli aveva promesso di passare una notte con lui. E di questa fuga notturna a qualche gentile albergo dei dintorni discorrevano tutte le sere, lei con la decisione animosa di abbandonarsi ad una pazzia. In cucina la serva stiriana non cessava di lavare il pavimento. Intanto nel mondo gli avvenimenti si svolgevano come secondo una regola prefissa, una fase dopo l'altra, ma precipitando; ogni sera si sapeva che un altro irreparabile passo era fatto. Il fuoco camminava.
Augusta Weiss vide il figlio giungere da lei una mattina, come accadeva assai di rado. Rdiger si sforzava di padroneggiarsi ma era pieno di collera, pareva ancora pi stretto nell'uniforme, e la furia del sangue al viso sembrava dovergli far male. - L'Italia - disse - si  comportata secondo la sua natura. Ha tradito.
Augusta pens che fosse entrata in guerra contro di loro. Respir meglio quando seppe che s'era dichiarata neutrale. Ma il figlio continu dicendo che si era tenuta all'alleanza finch le era servita: al momento buono aveva disertato. Parlava fissando la madre con severit, come se ella avesse una parte di quelle colpe. Augusta, secondo il solito vestita con molta dignit, ascoltava immobile, in piedi presso un tavolino, tenendo alto il capo incoronato di trecce. Disse piano: - Io non credo che vi sia stato tradimento. Io ho amore per l'Italia ed anche stima.
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Rdiger batt un piede sul tappeto facendo sonare lo sprone: - Non avrei voluto udire queste parole proprio oggi! L'Italia andr dall'altra parte senza dubbio. Del resto, sarebbe stato per lei troppo onore combattere al nostro fianco, una cosa assurda.  la nostra vera nemica. Abbiamo sbagliato a non schiacciarla prima. Ma torneremo nel Lombardo-Veneto, e sar festa per tutti i soldati dell'Imperatore!
- Io amo l'Italia - replic adagio Augusta - perch amo e venero il nome di tuo padre, la sua vita.
Seccamente Rdiger ribatt: - Mio padre era austriaco. Anche tu sei austriaca. Non dovresti dimenticarlo.
Ella rimase immobile, non disse altro. Il figlio si accomodava la giubba, la sciarpa gialla che aveva a tracolla perch comandato a qualche servizio: - I fatti apriranno gli occhi anche a te. Frattanto speriamo che gli italiani se ne vadano di qua, anche i tuoi amici.
Dietro la figura tozza di Rdiger sua madre credeva di vedere quella lunga ed asciutta di Maria Valeria, le sue mani scarne riunite a tenere un ventaglio con gesta di comando; ma non aperse pi bocca. Parlando per difendere i suoi amici stranieri si sarebbe messa contro suo figlio, contro il nipote che amava, Leopoldo, contro la stessa Maria Valeria alla quale essi erano legati: aveva questa penosa sensazione, non volle farlo. E sapeva anche lei che tra l'Austria e l'Italia era sempre stata guerra e doveva esservi ancora guerra. Rdiger, salutandola appena, and via col passo pesante ed esatto.
Saliva in fretta le scale Fenice. L'ufficiale si port duramente la mano alla visiera senza guardarla in faccia. Ella non se ne stup e nemmeno di vederlo uscire dall'abitazione della madre in ora inconsueta. Ai giornali era stato proibito pubblicare quella notizia ma gi si andava spargendo rapidamente.
- Hai incontrato Rdiger - disse Augusta.
- S. Non l'avevo mai visto in uniforme.
- Questa mattina mi sento gi stanca - sospir la signora Weiss sedendo sopra un seggiolone e indicando a Fenice una sedia di fronte a lei.
- Paula, la mia stiriana,  risalita dalla strada piangendo perch aveva capito che anche l'Italia facesse la guerra all'Austria. Piange ancora. Dice che gli italiani dovranno partire.
- Non siamo a questo punto; ma non ho il coraggio di guardare innanzi a noi. Sono tanto triste, mia piccola Fenice!
- E tutto va cos in fretta!
- Giorni strani. Non si capisce chi voglia le cose che accadono. Il mondo  gi cambiato. Penso agli amici di Roma, di Torino, e mi sembrano molto pi lontani di prima. Tutta l'Italia mi sembra... di l da un deserto.
Nelle finestre del salotto erano abbassate le persiane, fatte di grosse stecche, attraverso le quali si vedeva egualmente la facciata borghese e bonaria della casa dirimpetto; nella via passavano i suoni di tromba delle automobili e, adagio, lo scalpitare delle pariglie attaccate a grandi carri, in un silenzio soleggiato.
- La mia felicit di Vienna non poteva durar sempre... - osserv Fenice, parlando soprattutto a se stessa.
Com'era sua abitudine, Augusta stava a sedere col busto eretto, col capo eretto, con le mani posate sui braccioli. Disse, seguendo anch'essa i suoi pensieri: - Mi ha scritto l'altro giorno da Firenze una nipote del buon vecchio Luserna, dell'archeologo. Sta per prendere marito. L'avevo vista proprio bambina, sotto i cipressi di Fiesole. Con gli amici d'Italia vi era simpatia, fraternit, perch avevamo reciproca stima, ci legavano tanti ricordi, la vita degli studi, l'intelligenza: ora ci accorgiamo di essere austriaci, italiani. E ciascun popolo ha il suo destino, deve andare per la sua strada.
- Anche Ottavio credo che pensi ai compagni che dovr lasciare qui; ma non mi ha ancora detto niente.
La signora Weiss ricord il ragazzo quando la chiamava "zia Augusta". Cerc con lo sguardo sopra il tavolino una fotografia di Leopoldo, dalla quale il fanciullo le sorrideva: "Nonna Augusta". Insieme a questo ritratto vi erano altre grandi fotografie, una di Rdiger, in borghese, ed una di Maria Valeria vestita di raso bianco, com'era andata ad una festa di Corte qualche anno prima. D'or innanzi bisognava rimanere con loro.
- Sai - disse Fenice - che ora viaggiano solamente i treni militari?
Augusta, invece di rispondere, mormor: - Al mondo non esistono soltanto i templi antichi, le fatiche degli studiosi, le belle amicizie. Non abbiamo diritto nemmeno ad un cielo che non sia il nostro. Nemmeno l'aria  di tutti. Ma ora, cara piccola Fenice, non serve parlarne; non possiamo farci nulla. Quello che succeder poi, lo dovremo accettare.
Si era alzata, col consueto vigore, e teneva sollevate all'altezza del capo le sue nobili mani. Subito si alz anche Fenice, la guard con quegli occhi azzurri, nei quali spunt il luccicore delle lacrime: - Non dimenticher mai questi anni. E noi ci vorremo bene sempre!
- Oh s, figlia mia. Speriamo!
L'abbraccio che si diedero, fu come se non dovessero pi rivedersi. Uscita da quella casa, camminando per la via che tante volte aveva percorsa, guardando le facciate, le botteghe che le erano divenute familiari, una lapide in memoria di uno storico accanto alla finestra di un mezzanino nella quale si vedeva una gabbia dorata, riconoscendo un grasso portiere seduto entro un portone, cercando il cielo fresco sopra i tetti, Fenice sentiva come quelle cose le erano care e come non erano pi sue. Proruppero dal fondo della via voci di strilloni. "Extra ausgabe! Extra ausgabe!" Gridare le notizie era proibito. Quali altre notizie? Ella non voleva sapere. Ma le voci la separavano anch'esse da tutte le cose, dicevano che la vita di Vienna era proprio finita.
Alcuni sul marciapiede, altri in mezzo alla strada, tutti sopra una sola linea, venivano avanti dei richiamati, ancora giovani, coi berretti infiorati e con un portamento di contadini marziali. Canticchiavano, ridevano, tenendosi a braccetto in due o tre. - Ach, die schne Wienerin! - fece uno, pi alto e pi biondo dei camerati, quando fu vicino a Fenice. - Date un bacio, signorina, al bravo soldato!
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Graziano aspettava sul Franz Josefs Kai. Nel canale del Danubio largo e tortuoso l'acqua riscintillava sotto i ponti illuminati. L'altra riva portava un'intera citt, molto densa; di qua, invece, i palazzi, gli alberghi, avevano intorno aria e giardini. Vi era poca gente, poich tutti andavano ai Ring, oppure al centro, dove passavano le truppe, le bande militari, le dimostrazioni. Con Fenice era stabilito di andare ad un alberghetto vicino a Nussdorf ed alla famosa passeggiata di Beethoven. Ottavio doveva essere fuori di Vienna, invitato da un compagno. Sotto il muraglione del Danubio, presso il ponte Stefania, era l'imbarco del battello che per il canale portava a Nussdorf. Ecco spuntare Fenice, venir innanzi in fretta. La sua persona svelta era vestita di un bell'abito di seta leggera a fiori vivi; sui capelli capricciosi aveva un cappellino che pareva soltanto un gran nodo di nastro nero; luccicavano le scarpe fini di vernice. Il giovane le mosse incontro con un senso di felicit. Poi le pass una mano sotto il braccio inguantato e fece l'atto di avviarsi all'imbarco. Ma ella disse: - No, aspetta. - Soltanto allora Graziano si accorse che la bocca, socchiusa ansiosamente come sempre sui denti nitidi, s, sorrideva, ma negli occhi luminosi era qualcosa di non lieto, un turbamento, un rammarico, una paura. Ella spieg che non era possibile rimanere insieme come volevano, perch la gita del ragazzo era stata rimandata, Ottavio era a casa. - Passeggiamo qui. Discorriamo - aggiunse con quell'affanno.
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- Ma il battello se ne va - osserv Graziano. - Se Ottavio  a casa, tra poco dormir e domani tu tornerai presto, prima che si svegli.
- No, questo non  possibile. Non mi sento di far questo. Non insistere, Graziano caro, ti prego! Vieni, passeggiamo.
Presero a camminare lungo il parapetto del canale. Dall'albergo pi vicino giungeva la musica di un tango dell'Argentina e sopra una terrazza a pianterreno alcune coppie danzavano. A piede del muraglione Fenice e Graziano videro gente imbarcarsi prestamente e poi il battello partire, risalir la corrente coi suoi lumi allegri. Ella non poteva nascondere la sua agitazione; sebbene volesse parlare dei nuovi grandi avvenimenti di quel giorno, nel suo turbamento, si sentiva un'altra causa pi intima. All'altezza del giardino pubblico fiancheggiante la passeggiata Graziano le fece attraversar la strada; entrarono tra le aiuole e sedettero sopra una panca. La gente sparsa in quel luogo ordinato era rara e tranquilla; sotto le fronde di un tiglio la panca pareva in una stanza, pur non avendo intorno nessuna siepe; a stento giungeva l, con la luce dei fanali, quella di un crepuscolo lentissimo. Il giovane cinse col braccio la vita sottile della compagna, sent il suo corpo giovanile vibrare, le accost la bocca alla bocca e si baciarono piano, lungamente, pi volte. Tosto non seppero pi della gente, del luogo dov'erano, della citt, di ci che accadeva al mondo, nulla. Sentirono soltanto di esistere e di essere insieme. Una dolcezza immensa era in loro, come se non avessero peso e si alzassero lentamente nell'aria. Non pensavano a nulla, non sapevano quanto tempo scorresse, e tuttavia sentivano che fuggiva, il tempo; come una sete profonda, era in loro un desiderio di non staccarsi ma anzi di confondersi insieme, di unirsi perdutamente.
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Fenice si tolse i lunghi guanti e nelle mani nude tenne un momento il viso di lui, guardandolo con occhi avidi, felici e tristi. Poi disse: - Le ore che abbiamo passate insieme, tutta la mia vita da quando tu vi sei entrato, non le dimentico mai!
- Ricordi una notte, a Torino, dopo una giornata di sommossa? Eravamo soli sopra la terra. Anche ora siamo noi due soli; siamo io e te in mezzo al mondo.
Teneva entrambi la stessa esaltazione celata, la stessa vertigine gradevole; l'uno sentiva nell'altra quel desiderio, quell'amore che faceva battere il cuore forte ed accorciare il respiro. Le cose, intorno, sembravano meravigliosamente belle; da tutte veniva dolcemente una persuasione ad amarsi.
- A Nussdorf - disse sommessamente Graziano con quel respiro breve - si va anche col treno.
Ella non ritir la mano che stringeva quella del compagno; anzi, la stretta divenne pi forte, quasi disperata; sul suo viso, sulla bocca, negli occhi il giovine vide esprimersi pi grave il turbamento doloroso, la paura, insieme ad una debolezza implorante.
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- No, Graziano caro! Sai come ho sognato di avere una notte con te. Ora bisogna che tu mi comprenda. Non posso restare, non posso!
- Che vuoi pensare? Il mondo va a questa guerra. Chiss quali cose succederanno. Una notte: perch pensarvi tanto?
- No, senti, Graziano. Ti dir la verit. Sono io che non ho permesso ad Ottavio di andar via. Non ho voluto. Ho vissuti questi anni soltanto per lui, puramente: lasciami a lui, come sono ora. Lasciami il mio bambino come lo possiedo ora. Graziano, te ne prego, aiutami! Dovr tornare nella vita di prima e non avr che lui.
Graziano udiva queste parole con un dolore amaro ed anche con dispetto; ma cap bene ci che Fenice non voleva guastare, quella sua vita pura; sentiva quanto soffrisse in quel momento per non macchiarla. Perch non averne rispetto? Perch trascinare la compagna come sarebbe infine stato facile? Non riusc a dire niente, ma si rassegn. Fenice si alz, adagio lo trasse fuori del giardino, fino al parapetto del canale, sul marciapiede, dove ripresero a passeggiare. Sotto il cielo nel quale anche ora un po' di luce crepuscolare durava, il canale oscuro pareva pi profondo; brillavano meglio le rive ed i molti ponti complicati; nell'aria era per un senso di luogo chiuso, tranquillo. Incontravano donne di servizio circondate di fanciulli, vecchi dignitosi che fumavano grosse pipe tedesche. Adesso Graziano era impaziente che Fenice, col suo corpo snello, col vestito a fiori vivi, col profumo delicato e tepido, si allontanasse da lui.
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- Dove andrai dopo Vienna? Che farai? - gli domandava la compagna, attaccata strettamente al suo braccio. Rispose che non sapeva. Fenice disse che certamente ella non avrebbe potuto tardar molto a rientrare a Torino e che si sarebbero poi riveduti laggi. - Non aver rancore, adesso, contro di me. E restami amico sempre! Ricordati di farmi sempre sapere dove sarai, quel che farai, comunque sia l'avvenire. - In un punto della Elisabeth Promenade, dove ella non si trovava molto lontana da casa, si ferm, alz il viso a baciarlo di nuovo mentre non vi era nessuno. - Caro, caro! - disse ancora. Poi si stacc, attravers la strada rapidamente, col passo animoso, con la persona sottile vestita di vivi colori, e col cuore pesante di tristezza come piombo. Si rivolse ancora un momento; disparve tra alte case buie.
Il giovane, invece, si port allo sbocco dei Ring e si mise per il viale. Sentiva con pena di essere rimasto solo; aveva anche indosso una rabbiuzza di dover rinunciare alla notte che si era ripromessa. Ramment una lettera di Gabriella giunta in quel giorno; la sorella gli comunicava una buona offerta ricevuta per la collina dei pini, chiedendo risposta per telegramma; diceva pure quanto le spiaceva separarsi dalla cara opera della loro madre, ma ripeteva le ragioni per le quali desiderava la vendita. La lettera era stata aperta, poi richiusa con una striscia di carta che indicava la censura austriaca.
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Dinanzi ad una grande caserma stava gente folta ad aspettare un reggimento in partenza. Presto usc una musica vibrata e trillante, il reggimento pass, in assetto di guerra, con pesanti scarpe, tutto grigio e compatto accorreva al suo passaggio altra gente, e tutti mandavano gridi lieti. Vi era un'aria di festa. Andavano attorno soldati col permesso serale, molti, a frotte; ovunque erano salutati allegramente, lanciavano gli evviva e gli abbasso ed i cittadini li acclamavano, li conducevano a bere la birra. Ve n'erano di quelli isolati, avvolti dalle famiglie o da gruppi di sconosciuti che quasi li portavano in trionfo. Davanti ad una birreria, tra i tavolini che occupavano gran parte del marciapiede, due soldati stavano in mezzo ad una ressa di ammiratori che tendevano tazze riboccanti di schiuma; l'uno era assai giovine, militare di leva senza un pelo sulla faccia furba, l'altro un richiamato anziano, tutto ossa e baffi, ed il primo gli diceva: - A che cosa sei buono, tu? Ti metteranno a far la guardia ai ponti. Io andr subito in prima linea. Io s ho diritto di bere! - Ma il pubblico, ridendo, voleva fosse fatto onore anche alla vecchia Landsturm.
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A misura che Graziano procedeva sul gran cerchio dei Ring, trovava sempre pi gente, pi brio, pi fervore, tra il brillar delle luci ed il continuo scorrere delle automobili e dei tranvai. Passavano con aria d'importanza ufficiali superiori, molto salutati; ufficialetti giovani andavano e venivano in compagnia di eleganti ragazze, tra i sorrisi di compiacenza della folla. Nelle vetrine si vedevano fotografie di generali, di truppe passate in rivista, immagini a colori coi tipi dei soldati dell'Impero. Appesi ai chioschi e nelle mani dei passanti eran dappertutto i piccoli fogli stampati in caratteri gotici, dove i titoli distesi sull'intera pagina significavano quel che era successo nella giornata, un moversi di altre grandi nazioni con tutte le loro armi. L'universit, il Rathaus, il Parlamento, i palazzi imperiali si levavano sopra il brulichio ed il rumore con espressione di potenza incrollabile. Sul Ring dell'Opera le orchestre dei caff - dame vestite di bianco o zingari in costume - alternavano vecchie marce militari ai valzer di Giovanni Strauss non meno gloriosi. Ogni tanto tra gli altri veicoli apparivano autocarri ornati di festoni verdi, sui quali eran mandati in giro soldati agitanti fronde di quercia e gridanti. "Belli, i nostri soldati! - pensava la gente applaudendo. - La quercia e l'alloro son veramente fatti per loro". Sebbene si sapesse poco di quanto avveniva dalla parte di Belgrado, attraverso la splendida capitale passavano fremiti di vittoria. Ma ci che soprattutto si sentiva, era una festa per la guerra incominciata ed una gioia orgogliosa di aver messo a fuoco il mondo. Al tempo nuovo, alla guerra! Doveva farsi tutto nuovo, il mondo! Che importava quello che potesse precisamente succedere?
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Graziano lasci i viali piegando verso il centro, preso dallo spettacolo e dal fervore della gente quantunque la festa fosse di nemici in mezzo ai quali egli si trovava completamente solo. Sotto un pi ricco drappeggio di bandiere la folla vi era ancora pi densa; anche qui soldati e pubblico generoso; pei marciapiedi giravano ragazze di ogni qualit, che sorridevano anch'esse ai militari. Di soldati ce n'era un cerchio intorno ad un lampione, e cantavano con serio impegno:
"Gott erhalte, Gott beschtze
Unsern Kaiser, unser Land".
Nel bel mezzo della vecchia Vienna, entro la raggiera delle vie luminose che vi convergevano, stava la mole nera di Santo Stefano con le alte torri acute. Anche l da ogni parte venivano ondate di musiche e di voci; ma il duomo sembrava estraneo a quanto aveva intorno, e fatto di massiccio silenzio. Fermatosi a guardarlo dal lato opposto della piazza, Graziano ud tra il va e vieni una voce d'uomo, netta e decisa, che chiamava: - Farra! Graziano!
Si volt, vide un giovine piuttosto tozzo, vestito di nero correttamente, con colletto lucido e cravattuzza, come un operaio tedesco alla domenica, ma senza cappello. Dopo un istante riconobbe il viso schiacciato, i capelli neri ricci, lo sguardo penetrante di Valente Mazz. Venendo per quel marciapiede, Nego l'aveva visto e s'era fermato. Ritrovandosi cos ad un tratto dinanzi quel compagno ch'era sparito senza che nessuno sapesse come n perch, l'impressione di Graziano fu bizzarra: gli parve spuntato dal suolo. Non diversamente dall'altre volte, Nego gli tese la mano come se soltanto da qualche giorno non si fossero incontrati. Ma anche Graziano usc subito dal suo stupore, parendogli in misterioso accordo l'apparizione e le straordinarie circostanze. - Sei qui? Che fai?
Valente disse che lavorava in una grande officina meccanica dei sobborghi, operaio scelto.
- La tua famiglia lo sa?
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Valente scosse il capo a rispondere di no. Allora Graziano raccont che era andato alcune volte a casa sua; gli parl della madre, degli altri, del casale come era adesso. Il compagno ascoltava in silenzio, tranquillamente. Poi si mossero, camminarono davanti ai grandi caff, alle vetrine illuminate, verso il Graben. Raccont Nego di aver anche lavorato in Germania; per brevi accenni spieg quel che aveva voluto: non essere pi il figlio n il fratello di nessuno, tagliare ogni legame con la citt nativa e con l'Italia; essere un operaio che si guadagnava la vita un poco in un luogo, in una nazione, un poco in un altro luogo ed in un'altra nazione; conosciuto per nome, cognome, patria soltanto dalla direzione dell'officina; senza rapporti durevoli con nessuno, senza camerati n amici n amanti; un uomo al mondo e nient'altro, estraneo a tutto, semplice spettatore fuorch al banco di lavoro; libero, dentro di s, indipendente da tutti; padrone di tutto perch non prendeva niente, in nessun luogo. A Vienna c'era da pochi mesi.
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Intorno a loro era sempre il rimescolio allegro di ufficiali, di soldati, di ragazze, di gente di ogni condizione. - Festa grande - disse Graziano. E si va in fretta. Hai letto che i Tedeschi sono gi nel Belgio e che l'Inghilterra entra in gioco?
- Non c' bisogno di leggere; queste cose si sanno per forza. Una delle tante guerre che si son fatte e si faranno.
Nel Graben ripass uno di quei convogli di obici di grosso calibro, trainati da motori ed inghirlandati, i quali anch'essi giravano tutta la giornata: somigliavano elefanti quando il circo fa la parata per tirar gente a teatro, gi stanchi per aver tanto girato. Ma gli applausi non mancavano. "Si vincer presto - pensava il pubblico - con simili mostri al nostro comando". Erano tanto pesanti ed i motori battevan colpi tanto rudi che il bel pavimento ne tremava e le torri di Santo Stefano, l nel buio, sembravano pericolare, povere vegliarde.
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- Presto o tardi spareranno contro di noi - disse Graziano. - Questa scadenza deve venire. E l'orco avr il fatto suo, sconter i vecchi delitti.
Nego volt la larga faccia verso il compagno mostrandogli un sogghigno ironico: - Vedo che credi nella storia. La storia  sempre la stessa. Cambiano i nomi, le uniformi, le insegne. S, anche le armi. Ma volgiti indietro e dimmi che impressione ti fa tutto il guerreggiare che  successo in passato. Per esempio, le guerre tra Assiri e Babilonesi. Quale senso ci trovi? Ci che si chiama storia,  sempre eguale perch non ha significato e non conclude mai niente. - Il sogghigno gli scavava nel viso pieghe sprezzanti. Aggiunse: - Non eri tu che una volta parlavi di una certa palla girante nello spazio con un po' di parassiti addosso? Come dicevi? I bacilli. Austriaci, Italiani, dovresti guardarli nel microscopio, coltivarteli in vitro.
Da una birreria uscirono dei graduati, con uniformi belle nuove, fiori al berretto, fiocchi sul petto, pipe di porcellana, circondati da borghesi, tutti alquanto brilli. - Oggi carne serba! - proclamava uno dei caporali scherzando col nome di una pietanza. A gara gli altri vociavano: - Domani Francia kaput! Gli Inglesi in malora! - Avrebbero vinto il mondo. Gli accompagnatori ridevano clamorosamente; la gente si fermava, anch'essa ridendo, felice dello scherzo ch'era incominciato, lontano, chiss dove, nei luoghi indefiniti dove si sarebbe fatta la guerra. Si alzarono evviva alla Germania, all'esercito alleato. Qualcuno grid: - Italia tarantella! Pfui la neutrale! - E la gente rideva, ripeteva: - Pfui! Pfui!
Graziano alz il mento verso l'amico, commentando con gli occhi quelle parole; poi disse: - La storia  un destino, anche tuo, mio.
- Ne sto fuori quanto posso - rispose Valente scrollando le spalle.
Graziano era contento di aver incontrato il compagno. Anche adesso costui stava in una posizione singolare di fronte alle cose, ma tale era il suo modo di essere; qualunque idea esprimesse, non vi era niente di meschino, non mostrava nessuna passione bassa; si conosceva sempre in lui quel pensare forte, indipendente, ed una piena sincerit. A Graziano piaceva inoltre di trovarsi con un amico, con un italiano, in mezzo alla festa dei nemici. Ed aveva dimenticata Fenice. Propose a Nego di sedere, accennando un caff del Graben, tutto marmo scuro, lussuoso come una tomba.
- Andiamo invece in qualche buca - disse l'altro. - Meno fantocci intorno.
Tornati sui loro passi, si portarono dietro al duomo, ad una weinstube "Alla pergola" sistemata in uno stile campagnolo da teatro; vi era molta gente nel cortile, poca nelle sale ove entrarono. Bevvero dell'ottimo vino bianco, asciutto e robusto. In cima alle pareti correva un fregio dipinto nel quale, tra grappoli e tralci, serpeggiavano scritte gotiche in lode del bere. Vicino a loro un vecchio signore con barba ancora macchiata di biondo diceva all'omino che fumava un grosso sigaro, seduto di fronte a lui: - Di nuovo il cardinale arcivescovo  stato oggi ricevuto dall'Imperatore.
Nego ripigli il discorso di prima: - Sai perch si fanno le guerre?
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L'amico lo guardava. Le mani eran sempre da tornitore d'acciaio ma lavate bene; quel viso, che sempre aveva avuta un'espressione di forza, dava ancor meglio l'idea che si potesse violentemente colpirlo senza cambiarlo mai; i capelli, troppo neri, conservavano la vivezza viperina. Se la giacchetta nera, il colletto lucido, la cravattina col nodo fatto erano da capo operaio tedesco, in complesso nessuno avrebbe saputo dire chi fosse questo bizzarro uomo. Negli occhi pungenti, in quel lavoro rude della sua maschera, fronte, orbite, naso schiacciato, si vedeva un'intelligenza aggressiva.
- Le guerre si fanno per paura della morte - continuava Nego. - Del resto, tutto ci che gli uomini fanno, e quindi la storia, non  altro che questo. Paura della morte, capisci, non di morire: orrore del vuoto. Il lavorare per mangiare, il mettere al mondo dei figli, lo scrivere poemi o romanzi, il gettarsi contro il fuoco nemico, sono questo. Filosofie, religioni, sono questo. Orrore del vuoto. Si fa ogni tentativo per colmarlo, per gettarvi ponti, od almeno per non vedere il niente.
- Anche il tuo pensare - disse Graziano, mostrando alla sua volta un sorriso beffeggiatore -  paura della morte. Ma tu contempli il vuoto e lo adori. Non volevi pensare, e sei ridotto a fare quasi soltanto questo.
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L'idea espressa da Nego gli era stata un tempo familiare e gli pareva sempre esatta, ma ora la sentiva fredda, inutile, lontana dalla verit del mondo, avendo nell'animo e nel cervello tante cose viventi, calde, rumorose, piene di sostanza: i treni di soldati, la lettera del nonno che parlava del Risorgimento, le grosse artiglierie, le bandiere dell'Impero, la marcia di Radetzky, le celle dello Spielberg, le edizioni straordinarie dei giornali, la carta d'Europa esposta nelle vetrine dei librai, le nazioni che mettevano in moto le loro macchine di guerra. Bevve un altro sorso di vino. - Per dirti tutto in poche parole, io mi sento contento. Mi sembra incominciato un tempo che mi trae fuori di me, fuori del cerchio della mia vita. I giorni ai quali andiamo, li vedo molto importanti. Ho anche un'angoscia, s'intende: valga la solita immagine dell'orizzonte con foschi nembi. Ma sento che grandi cambiamenti si faranno.
Egli not che il compagno fumava; forse aveva sempre fumato ed egli non ricordava di averlo visto; osserv anche la scatola di sigarette austriache da Valente tolta di tasca con gesto abituale, come se ci lo mostrasse assuefatto al paese straniero. Riprese: - Forse ripeto in altra forma ci che tu hai detto. Per istinto i vivi cercano un mezzo di dare un valore alla vita; cercano qualche scopo pi grandioso che la breve esistenza di ognuno. Hanno inventato il sacrificio. Chiunque parli di sangue, di morte, di sacrificio,  seguito con ardore: le sue parole diventano affascinanti promesse. Proprio questa  la fortuna dei vivi, la loro buona sorte, di poter credere in qualche cosa, accendersi, lavorare con la fantasia, creare l'immortalit, la gloria, cieli di ogni specie, gigantesche larve. Sognare, insomma.
- Per chi n' capace, - replic Nego rigirando il suo bicchiere rimasto vuoto - son tutte maniere di non vedere il niente. Io ho provata quella di lavorare dura materia.
- Anche la guerra pu essere un lavoro di tal genere.
Preceduti da uno strepito giocoso entrarono nella saletta alcune donne col cappello, alcuni uomini di modesta condizione ma vestiti decentemente, accaldati da tutto ci che gi avevano bevuto altrove; ed in mezzo a loro era un marinaio della flotta, alto, magro, non tanto giovine, forse un richiamato, il quale moveva stranamente un lungo mento aguzzo dicendo buffonerie. In cima ad un cranio torreggiante aveva il berretto tondo, coi nastri pendenti sulla nuca, e sembrava portarlo per ischerzo.
- Leggi il nome scritto su quel berretto - disse Graziano. Il suo compagno lesse Tegetthoff, volse altrove il capo con indifferenza. I sopraggiunti si accomodarono ridendo e parlando forte; le donne si davano sulla voce perch non erano d'accordo sulla qualit di vino da scegliere; pi brillo di tutti, il marinaio rimase in piedi e si mise a cantare una canzonetta in cui si diceva di ragazze che passeggiavano coi marinai. Avendo osservato che sul braccio aveva il distintivo dei siluristi, Graziano pens all'Adriatico, a Pola, a Trieste, ricord il bacino di San Marco a Venezia con navi da guerra italiane all'ancora. Vers nei bicchieri il vino che restava; disse piano: - Alla colonna di Tegetthoff oggi ho visto che hanno portate corone d'alloro. Peccato che son verdi e non prenderebbero fuoco.
Valente guard l'ora: - Paghiamo. Abito lontano. - Sceglieva le monete nel cavo di una mano. Alzando in faccia al compagno lo sguardo acuto, soggiunse: - Io non sento come gli altri, non vedo il mondo come gli altri; dunque non voglio agire come gli altri. O forse non posso. E per la gente, dappertutto, sar invece un italiano. Mi crederanno quello che, secondo loro,  un italiano: qui un traditore, magari una spia. In officina sono gi sorvegliato.
- Che intendi fare? Come ci starai in questa guerra?
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- Acciaio da tornire se ne trova dovunque. Andr su al nord, tra i veri neutrali, nei paesi fuori della storia. Danimarca o Svezia o Norvegia sar la stessa cosa. Brutti linguaggi ma imparer anche quelli. Oppure, perch no? potr anche tornare in Italia.
Uscirono. Era passata la mezzanotte ed anche nel cuore della metropoli si era fatta una certa calma. In lontananza si udirono autocarri che indubbiamente erano dell'esercito, ma truppe non ne passavano pi ed i soldati sparsi erano svaniti. Dai caff, ove stava ancora molta gente sebbene le orchestre avessero cessato di sonare, uscivano gli ufficialetti, briosi ed eccitati; alcuni avevano ragazze al braccio; ad altri gli amici facevano i saluti: - Auf wiedersehen! Buona fortuna! - Le donne della notte andavano avanti e indietro in gran numero, belle e ben vestite o con facce di cocaina e di fame. Nella luce ridotta il duomo levava le torri traforate ed uncinate, con l'espressione che hanno tutti gli antichi edifizi in mezzo alle grandi citt quando ai loro piedi cessa il traffichio e su in alto l'aria della notte diviene densa e molle come in campagna.
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Presero le vie interne. Non vi passava quasi nessuno; soltanto le bandiere - qualcuna sormontando lo scudo con l'aquila dall'erte penne e dalle due teste arrabbiate - restavano a muovere sulle facciate dei palazzi ornati e neri, delle banche nuove tutte di marmo. Graziano si risovvenne ad un tratto che doveva dare una risposta a Gabriella, e si trov in capo la decisione di consentire alla vendita. Tutto il mondo era soggetto all'alea potente che avrebbe distrutto, trasformato, creato come il destino voleva. Piccola cosa la collina dei pini in mezzo alla guerra. Avanti, avanti! La lenta vita di prima non si doveva pi vivere. Ed il passato non era dentro le cose; viveva nell'aria, dovunque, come vivevano i morti: egli lo portava in s, come portava la memoria di sua madre. Pensava al lavoro ed alla fortuna di Aurelio, a Gabriella ed ai suoi piccoli figli. Disse a Valente che doveva andare al telegrafo. Ed il compagno si piant sui due piedi, con la facilit che sempre aveva avuta di separarsi dagli altri.
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- Ci ritroviamo? - chiese Graziano. L'amico fece un sorriso che diceva di no.
- Scriverai a tua madre? Se torni in Italia, andrai a casa? - domand ancora Graziano. Nego rifece il sorriso e mosse anche la grossa testa riccia a dir di no.
- Ed in avvenire, a me, mi scriverai? - disse Graziano infine. L'altro scosse il capo pi fortemente, gli fece addio con la mano e subito si allontan. Anche Graziano si mosse subito; ma, sentendo quell'uomo rientrare nella sua solitudine, gli parve che uscisse dalla vita.
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Capitolo 12. Anno 1916-1928.
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Metello Farra arriv a Zurigo, insieme a due altri delegati italiani, poco prima dell'ora stabilita per la riunione. Venivano da Milano. Egli non aveva voluto mangiare coi compagni nella carrozza ristorante; s'era comprato un po' di cibo ad una stazione. L'albergo centrale, dove discesero tutti insieme, gli parve troppo lussuoso; nella sua camera, imbottita di tende e cortinaggi, la sua vecchia valigia faceva meschina figura; rinfrescandosi nel lavabo scintillante, egli si domandava quale prezzo avrebbe dovuto pagare, e soprattutto provava il disagio che gli procuravano le cose troppo comode ed eleganti.
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Usc poi con gli altri. Nel pomeriggio assolato presero la lunga Bahnhofstrasse, dove le banche, i magazzini, gli edifizi occupati da innumerevoli uffici avevano tutti un aspetto di citt nuova e di ricchezza; ma egli camminava con le mani unite dietro la schiena, con tanto di broncio sotto i baffi pendenti, senza parlare. Aveva l'idea del paese neutrale che viveva a modo suo in mezzo ai belligeranti trovando nella guerra tempi grassi per le sue industrie ed i suoi commerci; l'idea di questa citt piena di affari e d'intrighi, dove lavoravano spie e scorreva denaro di ogni nazione. Non ci si vedeva volentieri. Che succedeva, intanto, in Italia, sugli altipiani veneti dove l'esercito austro-ungherese aveva incominciata una offensiva violenta? I giornali della Svizzera tedesca tracciavano il disegno di una spedizione formidabile. La visione era fosca anche nei giornali italiani. Castigare l'Italia, si voleva, darle il fatto suo, con quattrocentomila uomini e duemila cannoni su quelle rocce. Le linee del piano strategico tagliavano nel vivo delle provincie. E da qualche giorno quell'esercito era passato di qua dal confine, veniva avanti.
Camminando, i compagni di Metello discutevano teoricamente se dopo la trasformazione sociale del mondo sarebbe cessato il progresso delle armi. L'uno era un uomo alto e magro, scettico, ragionatore per divertimento; e sosteneva che l'umanit non si sarebbe mai potuta liberare di nessuna forma del progresso meccanico e che perci le armi avrebbero continuato a perfezionarsi, a divenire pi micidiali. L'altro, piccolo di statura, con occhiali malsicuri stretti ad un grosso naso, affrettando i passi corti per non restare indietro, diceva invece che, perduto l'animo guerresco, l'animus belli, gli uomini non avrebbero pi pensato a studiare simili perfezionamenti. Seguendo loro, Metello svolt a destra, poi pi innanzi a sinistra; in quel quartiere tutto nuovo, ricco ed affollato, andavano sempre tra colossali edifizi di banche, di uffici, tra magazzini coperti di scritte fino al tetto. - Parla piano - disse il compagno alto al piccolo, poich la lingua italiana attirava l'attenzione di alcuni passanti.
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Ora Metello pensava a Graziano. Il giovine era andato volontario quando l'Italia era entrata nella guerra; semplice soldato in un reggimento di fanteria, da un anno non faceva che il combattente; nessuno sapeva chi egli fosse stato prima, era un soldato qualunque. Metello non lo aveva pi veduto, ma dalle poche lettere conosceva che si trovava bene, che gli piaceva proprio questo, essere soltanto un soldato al fronte, come tanti milioni di altri uomini, e che non gli importava di poter morire. Nei mesi scorsi stava sull'Isonzo, ma adesso avvenivano senza dubbio molti spostamenti di truppe. Nella vetrina di un parrucchiere era esposta una gran carta coi teatri della guerra, e Metello si ferm a guardarla: sui luoghi dell'offensiva austriaca le bandierine segnavano le linee nuove, facendo una punta verso il cuore del Veneto, simile ad una lama acuta. Tra i pensieri, pi o meno vaghi, ch'egli aveva nel capo, era anche quello di Sabina. Alla sua partenza la donna lo aveva appena salutato: badava sempre al negozio ed in casa stava da s, molto preoccupata della guerra sebbene con lui ne parlasse poco; era cambiata e, se egli avesse dovuto spiegare il cambiamento, avrebbe supposto che andasse frequentemente in chiesa e pregasse molto anche in casa.
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L'edifizio dinanzi al quale i compagni si piantarono ad aspettare Metello, era anch'esso una grande gabbia di cemento e di vetro occupata interamente da magazzini ed uffici. Salirono in ascensore ad un piano assai alto. Il luogo destinato alla riunione doveva essere un ufficio del partito socialista svizzero; nessuno dei tre aveva a questo proposito un'opinione sicura. L'uscio era chiuso; dovettero mostrare i documenti, poi furono ricevuti da un uomo grasso, dignitoso e cordiale, un capo di quel partito, che i tre italiani conoscevano. Un ordine meticoloso era nelle stanze, arredate di mobili lucidi e tappezzate di diagrammi e tavole statistiche impeccabili. In una sala che aveva tutte le porte chiuse e le finestre riparate con gran cura dalle tende, si radunarono a poco a poco coloro ch'erano attesi, tranne alcuni che avevan mandati telegrammi all'ultima ora; in questa sala i delegati presero infine posto intorno ad una lunga tavola coperta di un tappeto turchino; alla parete maggiore era appesa un'ampia tela con una folla allegorica di lavoratori dipinti con spessi e crudi colori che sembravano un intonaco. Tra i presenti vi erano degli ungheresi, dei francesi, dei tedeschi di Germania, degli austriaci; vi erano donne munite di gonfie buste di cuoio; una di esse era una vecchia inglese, la quale trattava con autorit gli altri due delegati della sua nazione, uomini di aspetto bonaccione; i russi intervenuti erano esuli da tempo in Svizzera; il pi importante di loro era sui cinquant'anni, calvo, con faccia gialla di malato; un altro, pi giovine, bruno, aveva pupille maliziose dietro larghe lenti; il terzo era adiposo, sbarbato, con lunghi capelli biondi, e si puliva le unghie con un temperino. Parecchi dei delegati, ebrei, avevan tra loro qualche tratto di somiglianza. Il contegno degli intervenuti ricordava quello dei diplomatici nei congressi. Non mancavano rappresentanti dei paesi neutri: gli spagnoli si movevano vivacemente salutando tutti con effusione. Dopo un breve discorso di cortesia, lo svizzero grasso chiam il pi anziano dei russi al posto in capo alla tavola, davanti al quale era posato un campanello.
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Parl questo russo. Dopo aver lodato il paese libero che li ospitava, disse che una simile riunione in tali circostanze aveva un alto significato e poteva produrre grandi effetti, poich da essa dipendeva la condotta che sarebbe stata seguita nell'interesse delle masse lavoratrici di tutto il mondo. Parlando sembrava voler risparmiar il fiato; aveva una specie di astuzia mongolica sul viso modellato con pomelli sporgenti e negli occhi cos strettamente tagliati che lo sguardo sovente vi spariva; i baffi lunghi e radi, i pochi peli di barba compivano la espressione di mistero asiatico che la sua faccia mostrava. Ebbero poi la parola molti degli altri. Descrivevano le condizioni interne dei paesi a cui appartenevano; dipingevano lo stato d'animo delle moltitudini, riferivano le idee correnti nelle masse organizzate. Parlavano degli avvenimenti nei quali la guerra si era gi avverata; ma, riguardo ai fatti militari delle nazioni in cui erano nati o vivevano, conservavano tutti un perfetto riserbo. Secondo la loro comune opinione, la vittoria di uno qualunque dei due gruppi sarebbe stata dannosa all'interesse del quale si trattava, ma risultati decisivi non erano prevedibili, entro breve tempo, da nessuna parte. Alcuni dicevano cose degne di nota, concisamente, mostrando idee chiare; altri si perdevano nelle parole. Qualche donna traeva dalle buste di cuoio pacchi di documenti, li voleva leggere da cima a fondo. Nella sala chiusa cominciava a far caldo, tutte le delegate si erano liberate dei cappelli, delle giacchette; soltanto la vecchia inglese conservava intatto il suo costume.
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Da ci che udiva riferire e descrivere, l'attenzione di Metello Farra era talvolta presa; in quei paesi di cui si parlava, egli vedeva le popolazioni che gi pativano privazioni, dietro le zone dove lottavano gli eserciti. Ma spesso si distraeva. Una parte degli oratori si esprimeva in francese, come sapeva; i tedeschi, i neutrali del nord parlavano in tedesco, e lo svizzero cordiale traduceva. Stranamente sonava questa lingua all'orecchio di Metello: gli pareva un linguaggio di guerra, un linguaggio che soltanto gli eserciti, dall'altra parte, dovessero parlare. Guardando una dopo l'altra le facce di coloro che sedevano intorno alla tavola, danesi, spagnoli, russi, francesi, egli vedeva come vi era scritta chiaramente la razza da cui uscivano e la particolare civilt che li aveva formati. I delegati tedeschi, comunque pensassero, erano simili a tutti gli altri tedeschi. In qualche istante Metello dimenticava ogni cosa e stava con gli occhi fissi sopra un tagliacarte che rigirava tra mani, udendo la voce di chi parlava come un rumore senza significato, con l'animo pieno soltanto di una pesante noia. Si domandava anche chi fossero gli uomini che essi, i delegati, dicevano di rappresentare: confusamente vedeva in una lontananza dei soldati che combattevano con passione e degli operai che fabbricavano mitragliatrici e proiettili.
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Impallidiva la luce dietro le tende e furono accese le lampade. Dopo aver lungamente bussato per discrezione, entrarono fattorini che portavano il t e tazze di birra: lo svizzero grasso rivolgeva agli stranieri sorrisi di ospite modesto; la vecchia inglese mise da parte i suoi incartamenti; il russo dal viso di tartaro, insieme al t prese una pillola che aveva tolta dal taschino.
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La maggior parte degli oratori che si eran succeduti, sostenevano che bisognava lavorare in ogni possibile maniera a creare uno stato d'animo per il quale le popolazioni imponessero al pi presto la pace. Metello Farra disse che la cessazione della guerra sarebbe stata imposta soltanto se la volont di pace fosse eguale in tutti i popoli: riteneva questo impossibile. Il suo compagno alto e scettico afferm in poche parole che i popoli non avevano ancora sofferto abbastanza e che quindi la guerra sarebbe continuata. Il terzo italiano, con cenni del capo e delle mani, dava ragione a tutti coloro che parlavano. Ormai la riunione durava da parecchie ore e i delegati erano stanchi, uscivano, rientravano, scrivevano lettere. A terminar la seduta si lev di nuovo a parlare il capo dei russi. Metteva fuori poca voce, non faceva alcun gesto, nel viso ossuto gli occhi non erano pi che due tagli: ma si esprimeva con fredda sicurezza e precisione, come se annunziasse una legge che il mondo avrebbe certamente seguita, e ciascuna delle sue parole s'incideva nella mente degli ascoltatori. Disse che si doveva lasciar continuare il conflitto, perch arrivasse al suo esito naturale rovinando tutte le nazioni impegnate e determinando cos automaticamente la rivoluzione sociale.
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Ma dovevano tenersi altre riunioni l'indomani e non venne deliberato niente. Del rimescolio che segu, Metello si valse per uscire da solo. Appena in strada, compr i giornali della sera, vi cerc le notizie della battaglia sugli Altipiani: l'avanzata austriaca continuava. I fogli svizzeri di lingua tedesca davano grande risalto al successo degli assalitori; parteggiavano per loro accennando i probabili sviluppi dell'offensiva; mettevano pure in evidenza che alla grandiosa battaglia partecipavano truppe germaniche; bavaresi, dicevano. Nei giornali del Canton Ticino vi era anche il comunicato italiano, ma anch'esso con le succinte frasi indicava che realmente gli attaccanti guadagnavano terreno. Vi era molta gente a passeggio; le facciate dei cinematografi splendevano, tutti i ritrovi erano gremiti. Metello lasci la Bahnhofstrasse, tagli per vie meno illuminate presso chiese dormenti, dove si sentiva la sera di maggio rinfrescare; trovata la Limmat, ne segu la riva in direzione del lago. Ci che vedeva, la Posta, la Polizia, i ponti, e di l dal fiume le case antiche con le facciate dipinte, i campanili a freccia del Grossmuenster, la citt aggrappata alla collina, gli davano un senso di vita tedesca, che gli spiaceva.
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Pensava quel margine dell'Italia dove la battaglia era in corso. In maniera straordinariamente forte sentiva la massa nemica in movimento, col suo fuoco terribile, con la sua volont, con le sue mire; la sentiva venire avanti sulla roccia degli Altipiani. Gli stavano nella mente le calate di altri tempi. Questa volta gli invasori sarebbero stati fermati? Di nuovo pensava a Graziano, ricordando che era figlio di Sisto e di Claudia, e rivedendolo come l'aveva visto l'ultima volta, gi soldato. Dov'era adesso? Che faceva? Forse stava nelle trincee di quella roccia, soldato insieme a tanti altri soldati, sotto quel fuoco, davanti alla massa nemica, a cercare di fermarla.
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Andava adagio, con le mani dietro la schiena, separato interamente da quanto aveva intorno. La guerra era un fatto enorme che sovrastava ogni volere di uomini. In questa guerra pi grande di tutte il mondo si era rivelato com'era veramente. "Proletari, unitevi"! Ma la guerra, se anche la ragione non voleva riconoscerla, era una fatalit che forse non si sarebbe mai spenta. Ed ora nessuno avrebbe potuto fermarla, la lotta che si stava combattendo sulle immense linee e che si moveva sulla terra come un fuoco matto divorando le vite, bruciando le cose, cambiando faccia ai luoghi, prendendo i giorni i mesi gli anni. Tutto ci, questo tremendo urtarsi di popoli armati, era troppo forte.
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Arriv ad un piazzale sul lago. File di lumi indicavano le rive; contorni di alte montagne nere si scorgevano sopra un cielo sparso di piccole stelle; sotto la terrazza l'acqua faceva udire colpi sordi e gorgogli, e dal largo veniva un'aria quasi fredda. La pace che stava in quello spazio e soprattutto su certe facciate di grandi alberghi, sembrava a Metello strana: un'inerzia. Torn indietro, passando all'altra sponda della Limmat, sal alla piazza del Grossmuenster, deserta, e di qua entr in una via fiancheggiata da case basse e da taverne. Ben poco aveva mangiato nella giornata; era tardi, sent fame, A caso entr in una modesta e vecchia birreria, ordin roba fredda ed anche un bicchiere di birra per non far la figura d'un pitocco, sebbene preferisse l'acqua. Nell'unica stanza, bassa e lunga, con vetrini tondi alle finestre e corna di cervo alle pareti, due tavole eran occupate da uomini che giocavano a carte, mentre altri leggevano giornali: operai, bottegai.
Metello aveva tratti di tasca i molti giornali suoi, anche d'Italia; appena ebbe il cibo e la bevanda dinanzi, si mise tranquillo a mangiare, leggendo, con le larghe spalle ed il capo radunati, con le gambe incrociate sotto la sedia, vestito alla buona come sempre. Assorto nella lettura, dimenticava il companatico, mordeva grossi bocconi nelle fette di pane. Ad un tratto sent che gli altri si occupavano di lui. Alzando gli occhi, vide infatti di avere addosso, da ogni parte, sguardi canzonatori o malevoli: un giovine magro, che aveva capelli rossi e stava presso il banco a discorrere con la servetta, faceva l'atto di sonare mandolino o chitarra. Lo avevano conosciuto per italiano dall'aspetto, forse, o dal giornale che teneva appoggiato al bicchiere. Metello guard tutti come ad avvertire che non era uno da lasciarsi molestare, ma riprese a leggere e si mise in bocca un altro pezzo di pane.
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- Franziska, - disse forte uno dei giocatori, biondo, grasso, con un farsetto di panno verde ricamato - porta altro pane! - Tutti risero. Metello comprendeva abbastanza il tedesco; finse per di non aver udito, non alz il capo. Allora gli altri, dalle due tavole, tutti d'accordo, quelli che giocavano e quelli che stavan seduti intorno a loro, senza che il gioco s'interrompesse, cominciarono un dialogo ad alta voce. Inventavano notizie sulla battaglia degli Altipiani, esagerando grossamente il successo degli attaccanti. In onore dell'Austria alzavano le tazze di terra, che avevano forma di preti o di maiali, inneggiando rumorosamente. Un uomo anziano, con grosse basette e giacca di cuoio, doveva essere germanico, poich vennero dedicati evviva anche alla Germania e le tazze cercarono la sua, per toccare. Metello diede una scrollata alle spalle e seguit, con rabbia, a mangiare.
Scialba, con un grembiale a pettorina a scacchi bianchi e rossi, la servetta si godeva lo spasso guardando di sottecchi. Da una porta comparve e venne dietro il banco la padrona, alta, stretta nel busto, e disse forte, come se lo straniero non potesse comprendere - Lasciatelo tranquillo. - Il giovine dai capelli rossi rifece l'atto di sonare il mandolino, canticchiando che i sonatori erano sonati. Metello lo guard fisso, tirandosi un baffo; guard bene in faccia gli altri uomini.
- Italia traditrice! - sentenzi con gravit il vecchio dalle basette.
- L'Italia comincia a tremare. Non darei un heller del duomo di Milano. L'Italia ha bisogno del bastone! - dissero altri, alzando sempre pi la voce per farsi intendere tra i rumori.
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Metello si alz deciso, and in mezzo alla stanza, puntando su questo e su quello pupille scintillanti. Senza gridare disse in cattivo tedesco che l'Italia faceva la guerra come gli altri popoli, con onore, battendosi come gli altri si battevano, e che era una cosa indegna insultare un Paese dove, nelle trincee e nelle case, tanta gente soffriva. Fu canzonato per il tedesco che parlava, fu preso di mira direttamente dagli insulti. Sebbene non apparissero alterati, quegli uomini dovevano gi aver bevuto tanto da sentir caldo nelle vene. - Va' in trincea! Va' a mangiar la tua polenta! Non sei che uno sporco italiano. - Metello si slanci sul pi vicino, con un pugno nel petto lo mand a terra; afferr e sollev una sedia, una di quelle pesanti sedie tutte legno alla tedesca; non aveva paura di nessuno, di niente, si sentiva una gran forza, non pensava ad altro che a castigare quei vili, quei nemici. Tutti gli altri uomini erano balzati in piedi con l'idea di castigare lui. La padrona si mise a strillare; strillando, la serva corse fuori a cercar poliziotti. Sedie si rovesciarono, altre furono alzate in aria; si rovesciarono tazze e bicchieri o si ruppero sull'impiantito; cadde in pezzi il vetro di un quadro tedesco di caccia. Con la sua sedia Metello faceva prodigi, tenendo distanti gli avversari; ma uno di questi, massiccio e vigoroso, dopo che addosso all'italiano erano gi stati scagliati senza fargli danno un bicchiere ed un piatto, lo prese a tradimento standogli alle spalle, gli pass le braccia intorno al petto e riusc a tenerlo fermo un istante. Subito il giovine dai capelli rossi gli cal di traverso sul viso, con quanta forza aveva, una delle stecche che servivano a tenervi infilati i giornali: gli fece un taglio lungo e profondo dal quale il sangue venne fuori copiosamente. Sebbene stordito dal colpo, Metello sent il sangue e vide sulle facce degli altri l'impressione della sua ferita; intanto gli si afflosciarono le gambe, and in terra, svenuto.
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- Fuori! Portatelo fuori! - comand la padrona, che sull'attimo aveva cessato di strillare ed ora pensava che conveniva non fare strepito. Qualcuno, guardando nella strada, accenn che era deserta; altri trascinarono fino alla soglia il corpo pesante; la serva, rientrata senz'aver trovati poliziotti, fu messa subito a lavar il sangue rimasto sull'impiantito. Nella via Metello venne sollevato a braccia, portato qualche passo pi lontano. L'uomo dal farsetto verde gli gett accanto il cappello, preso dall'attaccapanni. Poi tutti quegli uomini si dispersero.
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Trov sul selciato l'"ubbriaco" una vecchia che tornava da casa d'una vicina; vide la faccia insanguinata; compiacendosi di aver parte in un fatto importante, and fino ad un posto di pubblico soccorso. Una lucida ambulanza si mosse; l'uomo fu raccolto con la barella; il veicolo part per l'ospedale. Anche sulle selci rimase una macchia di sangue. Ne aveva perduto parecchio, il ferito, poich era tagliata una piccola arteria che continuava a gettare. Non rinvenne. All'ospedale chi diede una scorsa alle sue carte, cap solamente che era italiano; si giudic che fosse un operaio e che, ubbriaco, si fosse conciato a quel modo cadendo.
Risvegli Metello il bruciore che senti quando un infermiere prese a lavargli la ferita. Si trov in una stanza bianca, con una luce negli occhi, con camici bianchi attorno, sul lettuccio operatorio: non ricordava niente, non si spiegava come mai si trovasse l. Bruciando la ferita terribilmente, egli tent di afferrar la mano di chi lo lavava; allora un altro infermiere lo strinse rudemente al polso dicendo: - Buona la birra, ma fa cascare. - Metello non disse nulla. Entr un medico, si lav le mani con calma poi diede un'occhiata al taglio e si mise a cucirlo senza badare altrimenti al ferito. Metello sentiva l'ago entrar nella carne bruciante ed il filo aspramente scorrervi, ma serrava i pugni e le mascelle guardando in un angolo l'armadio dei ferri. Gli era tornata la memoria di tutte le cose. Rammentava ci ch'era accaduto nella taverna, la giornata, la guerra.
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Finito di cucire, il medico - che era giovine, biondo, ossuto, con gli occhiali tondi - gli domand severamente: - Avevi bevuto?
- Non avevo bevuto. Ho inciampato - rispose Metello in tono sdegnoso. Il medico se ne and. Il taglio ricucito attraversava tutta una guancia; i due infermieri cominciarono a fare il bendaggio; uno disse al ferito, beffardamente, che aveva gi una bella cicatrice sulla fronte e che anche quell'altro scherzo avrebbe lasciato il segno. Poi, col collega, parl d'altro, di certe ingiustizie ch'erano state commesse variando i turni di guardia; e maneggiavano garza e bende con destrezza.
"S, - pensava Metello, seduto sull'orlo del lettuccio - mi rimarr anche questo segno". E con un senso vago di contentezza, con una soddisfazione di se stesso, con una specie di orgoglio, guardava nel secchio i fiocchi di cotone, i tamponi di garza intrisi nel suo sangue, guardava nella bacinella l'acqua rossa del suo sangue.
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In mezzo alla campagna vasta e piana, nella quale schiere di alberi segnavano i corsi d'acqua invisibili, l'ospizio mostrava enormi corpi di fabbrica perfettamente eguali, che da lontano sembravano edifizi magnifici e da vicino erano grezzi e poveri. Vi abitava un popolo di vecchi e di vecchie. Nei giorni di festa, nelle ore d'uscita un formicolio di gente in uniforme, che si moveva stentatamente, era sparso su tutte le strade dei dintorni; uomini coi berrettini e donne con le piccole cuffie riempivano i tranvai che andavano e venivano dalla citt, le botteghe delle borgatelle, le osterie messe tra un orto ed un rustico giardino; e per il viale antico che tagliava tutta la pianura, di questi vecchi continuava poi ad arrivarne fino a sera. Dentro i fabbricati i vani erano altissimi, immensi, con finestroni dinanzi ai quali venivano tirate tende larghe come vele di bastimenti. Tra i lettucci nascosti entro gabbie di tela lo spazio si faceva sempre pi stretto; anche nei refettori i ricoverati dovevano sempre pi stringere i gomiti, perch quel popolo seguitava a crescere. D'inverno attraverso le vetrate si vedeva un'immensa distesa di neve con alberi neri piantati dentro; d'estate le vele dei finestroni si gonfiavano e da lontano venivano il rumor dei carri, i fischi dei treni, l'odore del fieno, ed allora i vecchi che non potevan fare molto cammino scendevano nei giardini, alcuni coi berretti da notte dell'infermeria.
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Aleramo Andosio viveva l ormai da parecchi anni. Indosso a lui l'uniforme pareva quella di un corpo di veterani, dando risalto al suo portamento deciso, alle sue maniere di vecchio signore. Come nei reclusori lavorava da sarto; tagliava le divise per gli altri ricoverati, agli ordini di una monaca severa. Nessuno dei compagni conosceva il suo passato: egli si era inventata una storia da poter raccontare, ma la diceva soltanto in caso di necessit. Stava, come aveva voluto, fuori del mondo nel quale non aveva pi saputo vivere; ed ogni mattina ricominciava consapevolmente il sacrificio che aveva cercato per punirsi da s di quanto aveva commesso. Sempre gli era nella memoria il ricordo di Fulvia, un ricordo n vicino n distante, che non gli dava rimorsi, non lo rattristava in alcun modo, ma gli faceva sentir il dovere di finire cos l'esistenza. Egli era un vecchio, ricoverato in un ospizio, e nel suo pensiero durava una giovine signora, bella, piena di respiro e di fantasie, vestita secondo la moda di un altro tempo. Aleramo considerava qualche volta com'era stato il suo passaggio sopra la terra, col sentimento amaro che tutto ci ch'egli aveva fatto, tutto quanto era accaduto, non si poteva rifare, e che a lui era toccato di vivere una storia cos nera. Ma, pur sentendo una grande legge inesorabile dalla quale ogni vita era prestabilita con tutti i suoi beni ed i suoi mali, non voleva credersi senza colpa n vedere se stesso come una vittima.
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A visitarlo veniva qualche volta Ascanio Farra. Resisteva alla vecchiaia miracolosamente, sempre diritto sulla persona, con quella testa alla quale i lunghi capelli candidi, il pappafico, lo sguardo altero davano sempre pi marcata l'espressione di certe figure del Risorgimento. Conservava sui pomelli un lieve rossore giovanile. Soltanto l'udito si affievoliva, ed egli dichiarava il difetto portandosi la destra all'orecchio con un moto dispettoso. Ma, venendo all'ospizio, attraversava a piedi un buon tratto della campagna. Ogni volta Gabriella, colla quale seguitava a convivere, lo incaricava di dire ad Aleramo che si decidesse a lasciar il ricovero, che ella poteva provvedere a lui senza alcuna difficolt e che lo avrebbe lasciato pienamente libero di vivere dove e come volesse. Aleramo si affrettava a ringraziare in poche parole, ricusando. Era proprio la libert quella che non voleva. Con Ascanio parlavano di Graziano, che stava in trincea, e dei figli di Gabriella; discorrevano anche di Rebbia, talora, come di un luogo che non esistesse pi. A casa della nipote Aleramo non andava quasi mai, poich gli pareva di far torto alla condizione di quella famiglia, lui, un vecchio dell'ospizio, con la sua uniforme.
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Nel popolo di ricoverati la maggior parte erano scontenti o mal rassegnati. Ricordavano sempre ci che erano stati, con un rancore contro il destino, contro l'esistenza che li aveva gettati l come rifiuti, rottami. Si vedevano prigionieri, sentivano la durezza della disciplina, trovavano il trattamento misero e crudele, ruvidi i letti, cattivo il cibo; parlavano della direzione come di un padrone misterioso e malvagio; tra essi e le monache era una lotta coperta, alcuni invece le blandivano vilmente. D'estate le donne dovevano portare una mantelletta di percalle a righe; molte si affrettavano a levarsela appena erano un poco lontane dall'ospizio. I vecchi e le vecchie non si riunivano nemmeno per le funzioni religiose, venendo queste celebrate in due chiese distinte; per, vi erano tra essi coppie di coniugi o di antichi amici e si ritrovavano all'uscita nelle ore di libert.
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Quasi tutti si tenevano attaccati alla vita donde erano venuti, al mondo di fuori, a quella che giudicavano la vera vita. Spiaceva loro la lontananza dalla citt; quando era possibile, vi tornavano; prendevan parte agli avvenimenti delle loro famiglie, od almeno fingevano di potervi partecipare; i fatti dei figli, delle nuore, dei nipoti, questioni di interesse, casi di ogni specie si ripercotevano nell'aria fiacca delle camerate. Il denaro era un'idea che li perseguitava ancora, era uno dei temi pi frequenti dei loro discorsi. Per procurarsi qualche soldo molte vecchie facevano piccoli lavori di nascosto e cercavano di venderli in citt. Alcuni dei ricoverati non avevan pi nessuno od erano abbandonati dalle famiglie; altri raccontavano che i parenti li avrebbero tolti di l, ma senza credervi nemmeno loro. Non pareva vero che venissero, alcuni, dal passato che narravano o del quale si bisbigliava: vecchietti da nulla avevan condotte le locomotive ferroviarie; altri erano reduci da battaglie famose; vecchie deformi erano state modelle di pittori in voga, avevano avuti splendidi amori, trionfi; vecchie simili alla miseria in persona erano state floride bottegaie, possidenti che regnavano su case, terre, servitori. I pi non avevano mai conosciuta altra condizione che quella di campare poveramente facendo qualche mestiere; ma nessuno di loro aveva previsto di poter finire all'ospizio, e non s'erano poi riavuti dallo stupore.
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Tra quella gente finita ancora si manifestava una grande variet di caratteri. I prepotenti volevano ancora sopraffare gli altri, aver sempre ragione, esser temuti; bugiardi e fanfaroni spacciavano vanterie incredibili; i bigotti temevano l'inferno e pregavano pregavano, immersi in una religione superstiziosa, attaccando alla parete presso il loro letto tutte le immagini sacre che possedevano. Molti, anche tra le donne, amavano il vino e qualche volta rientravano brilli. I pochi quattrini che avevano, tutti li custodivano gelosamente, ricontandoli come fanno i fanciulli. Sempre agitava i ricoverati un fermentare di invidie, di piccoli intrighi, di maldicenze, di odi. Vi erano anche uomini e donne spenti, che stavano da s, non parlavano, si movevano come in un pallido sogno. Ma in apparenza tutti insieme formavano una folla d'individui quasi eguali, eran soltanto una moltitudine di vesticelle, di giacche col numero, governata dalla legge immutabile dell'orario. Meravigliosamente forti e potenti sembravano in mezzo a loro le monache. Da tutte le camerate ogni giorno qualcuno spariva, passando all'infermeria. Facilmente non ne tornava pi. Di quelli che si ammalavano, di quelli che morivano, gli altri discorrevano a voce bassa, come scambiandosi senza esprimerlo il pensiero: "Domani a chi?" Il deposito dove tanto spesso vi era qualcuno ad aspettare il funerale, non lo nominavano mai.
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La guerra che da anni teneva il mondo quanto era grande, si faceva sentire penosamente anche nell'ospizio. Le razioni erano state molto ridotte; non si davano pi ai ricoverati scarpe nuove, con estrema parsimonia si cambiavano i capi di vestiario logori. Nelle famiglie dei vecchi vi era stata e continuava la falcidia dei morti, dei feriti, dei prigionieri; ognuno che avesse al fronte qualche parente, stava con l'animo sospeso; tranne che negli svaniti, i quali rimanevano indifferenti, sotto i berrettini e le cuffie vi era anche l'interesse per l'andamento della lotta, la passione per l'immenso contrasto. Venivano a sapere tutto, anche ci che i giornali non pubblicavano; nelle camerate, nei refettori circolavano spesso notizie assurde; molti dei vecchi si rappresentavano la guerra, ed il mondo sul quale essa imperversava, in maniere favolose, bizzarre. "Non finir mai pi" diceva qualcuno crollando il capo. Per i soldati, e perch si vincesse, molti stavano lungamente nelle cappelle a pregare; le donne lavoravano la lana.
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Aleramo passava nella sartoria la maggior parte della giornata. Lavorare come aveva fatto nei reclusori gli piaceva; ma si dava con tranquilla volont a tutta la vita dell'ospizio, alla rigida regola che governava il refettorio, il dormitorio, e nella quale egli ritrovava qualcosa di somigliante alla vita delle case di pena. Soltanto nei giorni di festa approfittava della libert di uscire, mentre gli altri chiedevano il permesso anche lungo la settimana; andava in citt assai di rado; non prendeva mai le vacanze nelle solennit tanto aspettate da coloro che potevano "passar le feste a casa". Fuori dell'ospizio si ritrovava ogni volta contento di aver indosso l'uniforme col numero. In mezzo agli altri ricoverati sapeva sempre, tra s, chi era, cio un signore ed uno che era stato per ventisette anni nei penitenziari; ma si abbandonava a quella eguaglianza, trattava tutti e ne era trattato da pari a pari. Si era fatti tra i compagni alcuni amici scegliendoli, pochi, tra gli uomini ai quali gli anni e le traversie avevan data una certa saggezza che pareva nobilt; regalava loro un po' del denaro che gli era dato a modesto compenso del suo lavoro; le domeniche di buon tempo andavano a passeggio insieme per le strade della pianura. Discorrevano della guerra; i compagni per, amavano anche raccontare il passato, le proprie o le altrui avventure, fatterelli da nulla, la politica d'altri tempi; Aleramo aveva egli pure molte cose da dire, del passato, come se fosse sempre vissuto nel mondo. Passeggiando cos, pensava che la sua vita nell'ospizio era fin troppo bella.
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Nella sartoria, un pomeriggio, la suora direttrice venne ad avvisarlo che in parlatorio aspettava sua sorella. Non era giorno di visita, - disse la monaca - il lavoro era tanto; ella non avrebbe dovuto dare il permesso; ma, poich la parente veniva da lontano apposta, andasse pure, ricordando di non trattenersi troppo. Ortensia camminava su e gi per lo stanzone. Vestiva a lutto, col velo rialzato; sul petto aveva il nastro azzurro ed il brillio d'argento di una medaglia al valor militare; dal suo aspetto si capiva che adesso aveva denaro da spendere, sebbene il cappello posato sui ricci n bianchi n gialli, sempre abbruciacchiati, fosse probabilmente rimaneggiato da lei come per l'addietro. Al collo dell'abito era appuntata la corona comitale di bronzo. Nel parlatorio stavano alcuni ricoverati coi loro visitatori, ammessi anche questi per motivi eccezionali; in qualche gruppo era gente che piangeva; una suora giovine, con un gonfio viso rosso che pareva troppo stretto dal soggolo, sorvegliava immobile presso una porta. Aspettando, Ortensia guardava con aria sdegnosa le tavole e le panche grezze, le pareti altissime ornate di qualche fregio da imbianchini. Visto entrare il fratello, gli mosse incontro col solito brio, velato per come da un dolore divenuto abituale. - Sono andata a Luvo, sai. Ne son tornata ieri sera. Quale effetto! Ho tante cose da dirti. Tante altre cose, anche.
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Aleramo era senza berretto; intorno al cranio calvo abbronzato, i capelli rimasti erano tagliati corti. Vestiva di rigatino ed aveva dimenticato di togliersi dalle spalle il metro da sarto. Ortensia soffriva a vedere quel 705 cucito sul bavero della giacca; ma con lo sguardo vi tornava sempre, senza farlo apposta. Ella chiese di andare in giardino; avendole detto il fratello che era proibito, propose di fare una passeggiata, poich sul viale l'aspettava l'automobile di rimessa con la quale era venuta; non essendo possibile nemmeno questo, si rassegn a sedere sopra una delle panche, in disparte. Diede la pi importante delle notizie che recava: - Non si sa pi niente di Graziano! Da quindici giorni. I suoi hanno fatto fare ricerche: niente. - Il giovine era in uno dei reparti che non venivan mai tolti dal fuoco, dai luoghi peggiori; ora sul Piave, dove stava terminando la battaglia. Ortensia continuava: - Finora gli era andata bene ma in una battaglia come questa... E meglio non pensarvi. Arriver una sua cartolina.
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Nel viso, nella persona costrutta con ossa robuste e poca carne, anche nello sguardo, fratello e sorella si rassomigliavano sempre; ma in Aleramo il brio nervoso che sapeva di malinconia, era scomparso, come se finalmente egli si fosse quietato. Mostr di preoccuparsi della sorte di Graziano ma senza agitarsi, dicendo che il gran disordine d'una simile battaglia bastava a spiegare la mancanza di notizie. In una sua borsa nera, grandissima, Ortensia cerc le sigarette; tosto il fratello l'avverti che non si poteva fumare. Ella borbott: - Non si pu uscire, non si pu scendere in giardino, non si pu fumare, non si pu far niente, qui. Non so come ci resisti! - Ripose sigarette e borsa, si mise a parlare di Luvo:
- Quale effetto, ti dico, il paese! Diventato piccolo come i vecchi che si consumano. La nostra casa  sempre bella, un palazzo, veramente, malgrado chi c' dentro. Sembra una cosa eterna. Sono andata a cercare Mariolina. Povera Mariolina! Non c' pi. Invece ho trovato Daniele del Tessitore. Uno dei suoi nipoti  tornato a casa mutilato d'una gamba. Molto vecchio, Daniele; soffre d'artrite. Ti ricordi che bel giovane era? M'ha invitata a casa sua; sono andata; intorno, tutta gente che non conoscevo, figli, nuore, nipoti, mogli dei nipoti. Ho pranzato da loro. L'odore della buona cucina d'una volta, Ramo! Proprio quello.
Ella disse poi ci che aveva saputo riguardo al figlio di Sofia Lanciarossa, quel Mathieu. Tra lui ed il paese era avvenuta una pace di compromesso; i sospetti sulla fine di suo padre e tutto il resto erano caduti nell'oblio. Anche con l'arciprete, sempre il medesimo, era seguito un accordo; ed il primo passo l'aveva fatto il prete, dissipando "il malinteso". Mathieu era accettato da tutti perch la ricchezza aveva sempre ragione; era un signorotto, ma sua madre si vergognava anche ad andare in chiesa. Mathieu le aveva empita la casa di donne: un harem di serve. Povera casa, non sarebbe mai pi uscita da quelle manacce. Ortensia aveva pensato d'avvicinare l'uomo, per sentire se volesse vendere, ma le era bastato vederlo passare: un selvaggio.
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Aleramo rimaneva tranquillo. La sorella seguitava: - Ho girato per il paese. I vecchi son morti ed i giovani sono in guerra. Sempre la stessa  la Stellata. Ci vivono le figlie di Gregorio Breme, te le ricordi quelle ragazze? e non ci spendono un soldo, ma la casa sta in piedi egualmente. Un figlio di Barbara,  prigioniero in Ungheria. Ho veduta anche Clemenza. Ricordi? Da bambina veniva a giocare con la povera Claudia. Poi era una ragazzetta stramba che aveva la passione di recitare.
- S, aveva trovato Shakespeare nella biblioteca e si metteva fiori nei capelli e veli in testa per fare Ofelia.
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- I suoi capelli ora son gi tutti bianchi, figrati! Ed ha una faccia spiritata. Mi ha fatta passeggiare sulla spianata per un'ora, raccontandomi, dice, un romanzo. Tardi s'era innamorata di un professore; dopo qualche anno questi ha sposata un'altra, naturalmente; e lei non se n' capacitata. Sta alla Stellata tutto l'anno; vi gira e va per la campagna come una pazza. La chiamano "l'anima in pena". Gi, i Breme ne hanno sempre avuta una vena. Mezzi matti, tutti. Barbara nasconde denaro sotto i mattoni dei pavimenti. Clemenza passa ore ed ore nella biblioteca, tra i libroni vecchi. Mi ha portata a vederla; aveva sopra la scrivania un fascio di fogli manoscritti alto cos. Credo che scriva la storia dei suoi amori; perci il fascio  tanto spesso.
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Ortensia parlava rapidamente, sottovoce; dicendo, cose da far sorridere, conservava un tono raccolto, come pensando sempre anche ai suoi dolori, e non sorrideva affatto. Ogni tanto restava assorta, a capo basso; oppure si alzava per moversi un poco. Aleramo l'ascoltava: senza muovere aspettava che gli tornasse vicina e riprendesse a discorrere. Disse la sorella che a Daniele del Tessitore aveva lasciato l'incarico di far eseguire certi restauri necessari alla cappella degli Andosio, nel camposanto, perch era molto trascurata e lo stemma in cima alla facciata quasi non si decifrava pi. - Daniele ti saluta. Il buon uomo pensa sempre a te, al tempo ch'eravate ragazzi. Sa che sei all'ospizio; questo mi  rincresciuto. Tutto si viene a sapere.
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Nel parlatorio i gruppi s'incominciavano a disfare: se ne andavano i visitatori, piano, accompagnati dai parenti ricoverati. La monaca stava sempre immobile presso l'entrata. -  una malinconia qua dentro! - disse Ortensia alzandosi ancora una volta. Seguita dal fratello, si port nel vano di uno dei finestroni e guard aiuole piene di fiori rustici e vigorosi, intorno a un bacino tondo in mezzo al quale stava una Madonna di stucco, inverniciata, col Bambino in braccio.
- Marchino - domand Aleramo - non  andato a Luvo?
- Sai com' ostinato. Distrarsi gli gioverebbe. Non vuole. Si occupa poco anche degli affari, sebbene siano prosperi fin troppo. Ma per questi c' Ludovico: un figlio d'oro, non pensa nemmeno a sposarsi, per badare agli affari ed a noi. Marchino tu non l'hai pi visto da quando? Forse da un paio d'anni. Va gi, diventa un omino da niente. Perch mangi, bisogna fare come coi bambini. Ha sempre quell'idea storta.
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Cominciata la guerra, Marchino aveva felicemente pensato di darsi al commercio dei rottami di metallo, e per la prima volta un affare suo si era incamminato bene, anzi, meravigliosamente, poich il metallo era cercato pi del pane. Ce ne voleva tanto, per i cannoni, le munizioni, il filo spinato. Ma il terzo figlio, Fabio, era morto nel secondo anno della guerra andando all'assalto di una posizione, e dopo sei mesi Alberto, il secondogenito, era stato ferito durante un bombardamento ed era poi morto in un ospedale da campo. Marchino s'era messo in testa che il denaro guadagnato era come il prezzo del sangue di quei due figli, o piuttosto che la loro morte era un castigo del commercio fatto trafficando sulla guerra. "Sul metallo della morte" diceva. Ma questo commercio, mandato innanzi dal figlio pi anziano, fruttava sempre molto.
- Non c' bisogno di avvelenarsi il dolore con rimorsi fantastici - disse Ortensia al fratello. - Sai che forse vi sar un riconoscimento anche per la memoria di Alberto? Me ne occupo sempre, vado a destra e sinistra, scrivo, riscrivo. Povero Alberto! Non era meno coraggioso dell'altro, io lo so: ho le sue lettere. Ma  sempre stato modesto e cos poco fortunato. Anche lui ha data la vita volentieri ed ha sofferto pi del fratello.
Ortensia aveva vissuti questi avvenimenti, la perdita dei due figli a breve distanza l'uno dall'altro, come l'intera sua esistenza: sollevando ogni fatto, ogni cosa e persona in una sfera immaginaria, in un mondo ricreato da lei come i suoi occhi vedevano e la sua mente inventava. Tutto vi prendeva luci, aspetti, movimenti esaltanti. Perci, sebbene fosse gi passato del tempo che contava molto, ella rimaneva in uno stato di fervore, di entusiasmo, quasi di dolore felice. Pensava che quei figli "erano finiti bene". Ripeteva sempre che erano degli Andosio anche loro, buona razza, razza antica. Fabio aveva fatto il viaggiatore di commercio, Alberto aveva tenuto un piccolo impiego in una banca; ma ora non erano pi altro che degli ufficiali morti combattendo, ed ella li sentiva nobili come i Cortenuova ed i Cervasco, che avevano tanti dignitari e generali nella serie delle loro generazioni. Non si separava mai dalla medaglia data alla memoria di Fabio; di notte l'appendeva al guanciale. Ogni giorno leggeva qualcuna delle loro lettere dal fronte. Godeva di aver denaro perch poteva provvedere alle vedove ed ai ragazzi che quei figli avevano lasciati; si occupava continuamente di loro. Partecipava a tutte le cerimonie alle quali i parenti dei caduti erano invitati; col velo alzato, perch si vedesse il suo vecchio viso, come se tutti dovessero conoscerla e dire: " proprio la madre di quei due bravi ufficiali".
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Nel giardino lavoravano a rastrellare la ghiaia dei viottoli alcuni ricoverati, tenendo in capo un rozzo cappello di paglia invece del berrettino; uno di loro, giunto sotto la finestra, fece un cenno confidenziale di saluto ad Aleramo, il quale rispose con la sua durezza di vecchio gentiluomo ma con intenzione amichevole. Sua sorella parlava sempre: - Marchino sospira: "Purch si vinca? Purch si vinca"! Ma il merito ci sarebbe egualmente. Merito? Non so come dire. Noi non abbiamo alcun merito di quanto han fatto quei nostri figli; ma, insomma, ora mi vedo diversa da prima, coi miei occhi. - Si ritrasse dalla finestra domandando se si poteva almeno andare su e gi per il parlatorio. Aleramo gett uno sguardo alla monaca che sorvegliava; poi cammin accanto alla sorella, posando adagio le grosse scarpe sul pavimento lucido. Sopra una delle panche, insieme ad un ricoverato assai vecchio, il quale aveva una testa pendente scossa da un tremore, sedeva una giovine donna e allattava, coprendosi la mammella col fazzoletto, un bambino di poche settimane che certamente ella era venuta a mostrare per la prima volta a quel nonno.
- I figli di Gabriella, che meraviglia! - ricord Ortensia. - Anche l'ultimo, Sisto. Sai che ha quasi due anni? Il tempo vola. Tre figli, e lei  sempre un bel fiore. Pu metterne al mondo quanti vuole; si trovano nella vita un nido bene imbottito. Aurelio s' gi fatto un patrimonio. Anche lui col metallo della morte, direbbe Marchino. Ha messe le mani non so in quante industrie. Il brevetto dell'invenzione, da solo,  un filone di oro. Per una cosuccia da niente, pare, un gingillino.
- S, una spoletta. Quella cosa che fa scoppiare i proiettili d'artiglieria.
- E che cosa pensi di Graziano? Se fosse viva la povera Claudia, passerebbe brutti giorni. Il vecchio Ascanio vorrebbe andare al fronte a cercare il nipote. Che uomo! Sempre di ferro.
- Se a Graziano fosse accaduta una disgrazia, probabilmente se ne avrebbe notizia.
- Cos ho detto ai suoi. Ma anche quel ragazzo  strano: poteva essere ufficiale, non ha voluto; aveva un nome e lo ha nascosto;  un soldato qualunque. Speriamo che sua madre dal Cielo lo abbia protetto. S, bisogna sempre pensare che tutto vada bene.
Entr nel parlatorio la monaca direttrice della sartoria; subito cerc con gli occhi Aleramo e venne verso lui con mosse decise, impazienti, facendo garrire forte le molte pieghe della sua gonna pesante e tintinnare il rosario attaccato alla cintola. - Vi avevo detto...! Sapete quanto lavoro abbiamo! Mi ero fidata di voi!
- Oh, suora! - protest Ortensia ergendosi sulla persona con aria di dignit offesa. Ma Aleramo le pos una mano sul braccio perch tacesse e si calmasse; con la monaca si scus, riconoscendo di aver torto, sempre duro nei gesti e nel viso ma parlando come un inferiore disciplinato: - Madre, ora vengo subito.
La monaca torn via senza dar segno di aver perdonato e senza un segno di saluto alla signora. Questa, dispettosamente, and a prendere borsa e guanti dove li aveva lasciati; poi disse: - Oh senti, Ramo! Voglio che tu ti decida a lasciare questo spiacevole luogo. Che gusto ci provi? Vuoi far sempre lo stravagante. Metti giudizio una buona volta! - Desiderava che il fratello tornasse a vivere con lei; glielo aveva detto appena lo aveva visto nell'ospizio; insisteva pi vivamente dopo la perdita dei figli, spiegando che per lei era anche una questione di decoro, poich non le mancavano pi i mezzi. La medesima idea che aveva Gabriella. Aleramo ripet il solito no, col capo, sorridendo con gli occhi senza ammollire la faccia; poich Ortensia dava segno di volersene andare in malo modo, corrucciata, le batt con la destra sopra una guancia, come se fossero ancora i giovani fratelli di un tempo: - No, Teta, non dobbiamo litigare.
Pronta a rischiararsi, ella gli prese e strapazz quella mano: - Ti mander Ludovico.  pi forte di te, non fa complimenti e ti porter via. - Uscirono nell'atrio, si salutarono come avrebbero fatto sulla soglia di un palazzo avito. Con gesto discreto Ortensia diede una lauta mancia al portiere, il quale si sberrett solennemente; poi raggiunse l'automobile che aspettava.
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Con le lunghe gambe arrugginite dall'et Aleramo sal pi presto che pot lo scalone nudo e grigio; entrato in fretta nello stanzone dei sarti, ove stavano a lavorare alcune suore e molti vecchi, pass davanti alla direttrice, seduta ad una tavola messa sopra un palco come una cattedra; le fece un atto d'obbedienza col capo e con le spalle, che non ebbe risposta; quindi ripigli il lavoro suo, di tagliare con enormi forbici, piano piano, nella dura tela delle uniformi, molte giacche in una volta. Ci si era messo, dopo aver guardata la pendola appesa al muro, con l'impegno di chi vuol riguadagnare il tempo perduto. Dai finestroni entrava la luce della campagna, vivamente colorata dal sole calante che non si vedeva; entrava un'aria odorosa. Pur badando con cura alla sua opera, il vecchio pensava al figlio di Claudia, che poteva essere ferito gravemente o prigioniero od aver lasciata la vita nel fuoco che prendeva tante vite. Pensava ai figli di Ortensia, rimasti sulle montagne, vicini ai luoghi dei loro combattimenti, nei cimiteri di guerra ove le file dei tumuli tutti eguali dovevano ancora dar l'idea di compagnie o reggimenti. Pensava al bollettino della giornata, che una suora avrebbe letto nel refettorio dopo il Benedicite. Ma presto, tra i movimenti misurati di quanti lavoravano con lui, tra i consueti rumori lievi, egli s'immerse nel suo compito, un poco pi affrettato del solito. Ogni altra cosa, le immagini della vita che stava, cos vasta, intorno all'ospizio, - la campagna, la citt, la guerra, Ortensia, tutti i morti ed i vivi - si fecero nella sua mente lontane, si confusero, svanirono interamente. E torn a vivere in lui il pensiero che gli era compagno in ogni ora della giornata, nello scorrere eguale del tempo, di mese in mese, di anno in anno.
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Risentiva Fulvia vivente, ma non nell'esistenza che ella aveva vissuta; la vedeva col suo viso giovine, non pi cattiva n buona; la vedeva sola. Non era che una creatura. Una creatura ch'egli aveva tolta dal mondo. Egli non aveva capita la colpa di aver troncata quella vita, quando lo avevano condannato gli altri; poi si era condannato da s, dopo che gli altri avevano perdonato o dimenticato. Si puniva ogni giorno. L'espiazione non era l'ospizio: era quel volersi castigare, era il rimanere sempre legato al pensiero della donna da lui uccisa, era il ripetersi sempre che non doveva ucciderla.
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Fulvia. Una donna che aveva avuto questo nome. Per lui solo era ancora viva. Egli l'avrebbe tenuta viva finch non venisse anche per lui la fine. No, non si sarebbe mai allontanato dall'ospizio finch non lo portassero via: come, ad uno ad uno, erano portati via tutti gli altri vecchi.
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Graziano era ospite della sorella. Era un caporale con una vecchia uniforme indosso; aveva l'occhio contento e tranquillo di un convalescente che si sentiva tornare le forze. Dopo giorni di pioggia brillava il sole di autunno; il palazzetto era nuovo, in un quartiere di ricchi; nel vasto giardino si udivano le voci dei figli di Gabriella, come gridi d'uccelli. Sul Piave Graziano aveva avuta una gamba spezzata da una grossa scheggia; i medici erano riusciti a salvarlo dall'amputazione, ma in quei mesi era dovuto passare da un ospedale all'altro lasciandosi riaprir la ferita e spezzare l'osso un'altra volta, sopportando poi il tormento di cure d'ogni specie. Ora era veramente guarito e non si serviva nemmeno pi del bastone. E la guerra, a quanto s'indovinava, era prossima alla fine.
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Attraverso legioni di morti il giovine rientrava nel tempo di pace, che gli sembrava meravigliosamente sicuro. Di essere vivo aveva anche una lieve ombra di rimorso, sebbene sapesse di non aver fatto niente per scampare. Era stato uno dei tanti che in ferrovia andavano da un settore all'altro affacciati ai carri bestiame, e poi nell'ozio delle trincee non badavano ai giorni che passavano; uno di coloro che al buio, sotto il peso del fardello, marciavano in ranghi silenziosi per avvicinarsi ai luoghi dei combattimenti, di cui vedevano le vampe e udivano i tuoni; aspettando di salire a rincalzo, si ammucchiavano dov'era un po' di riparo, ed infine dalle trincee scattavano su nell'istante prefisso, si gettavano sul terreno impennacchiato di esplosioni, frustato dalle pallottole. Molte volte aveva detto a se medesimo "Tra qualche momento non sarai pi vivo".
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Il caporale mitragliere Farra Graziano. Nella compagnia si sapeva che Avanzo era un calzolaio e Peretti un garzone di molino, ma nessuno sapeva che questo Farra avesse scritti libri. Gli era piaciuto molto vivere insieme a uomini di ogni condizione, tutti la stessa vita, nella quale i guai erano per tutti press'a poco eguali: ingranato nel meccanismo dell'obbedienza, passivo fuorch nei gesti limitati e scarsi della propria azione di combattente, dato a quel gran fatto tanto pi importante che la vita di ciascuno. Se non per mandar notizie a casa, non aveva pi scritta una riga; molte volte gli era parso di non pensare pi. Era vissuto cos pi di tre anni. Quando aveva avute le licenze, nelle giornate senza nemici, nei sonni non molestati da calci nel dorso n da razzi illuminanti, nell'aria senza colpi, gli era sembrato di trovare qualcosa d'inerte e d'inutile. Forse in guerra, come tanti altri, era stato ripreso da una passione antica quanto il genere umano, che faceva amare quel vivere a cielo aperto, le armi, le astuzie guerresche, e faceva odiare i nemici. Ricordando ci che i suoi occhi avevan visto, ripensava: "Un'altura non ha neanche un nome,  la quota 128; essa sparge gas velenosi, la radono i raggi d'acciaio delle mitragliatrici,  coperta di fuoco, produce orrore dolore morte; ma si dice a masse di uomini: - Dovete andarvi, prenderla! - e questi uomini vi s'avventano: tanti ne cadono che gli altri riescono a passare, e tutti vi cercano una vita pi grande di loro, che duri dopo la morte".
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Adesso che il fratello era con lei, in salvo, la florida Gabriella si mostrava quasi felice, ma alla sua maniera, con la calma, con lo sguardo serio che erano del padre loro. Dalla prodigiosa fortuna Aurelio non era stato cambiato. Certamente egli non aveva pi quel fare di innamorato delle montagne n di modesto ingegnere; il successo, i guadagni, l'autorit acquistata, anche dal suo aspetto si capivano: era immerso in pensieri nuovi ed in un lavoro pi intenso poich preparava gi la trasformazione delle sue officine per il tempo di pace; tuttavia nel fondo del suo carattere erano rimaste la semplicit un poco rustica e la vena d'ironia che in molte cose importanti gli faceva vedere anche uno scherzo. Canzonava talvolta Graziano dicendogli: - Beato te che degli affari non vuoi saperne. Camminerai sempre pi leggero.
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Graziano era incapace di pensare al denaro. Del resto, ne aveva ancora abbastanza. In casa egli stava volentieri coi bambini, li cercava nel giardino: Claudina aveva sei anni, era una piccola principessa, la quale ignorava ormai che si potesse vivere senza una grande casa, un giardino, belle vesti; Emanuele era impetuoso, correva, strepitava finch non cadesse addormentato; l'ultimo rideva sempre, con gli occhi chiari di Aurelio. La guerra, ma essi erano fioriti egualmente; l'ultimo c'era nato, nel tempo della guerra. Ne sapevano poco anche i pi grandicelli, tuttavia mostravano un interesse inesauribile per il fratello della mamma, questo soldato che veniva di l. Egli non si stancava di guardarle, ascoltarle, le creature nuove che conoscevano soltanto un mondo benigno. Anche il vecchio Ascanio stava sovente in compagnia dei fanciulli, ai quali l'alterezza della sua persona, il viso fiero non facevano alcun effetto. Sempre Graziano rivedeva con piacere, alla catena dell'orologio del nonno, la medaglia che gli ricordava la stamperia di Rebbia. Gli occhi del vecchio mandavano lampi, ora che era venuta l'ultima battaglia e si vedeva giorno per giorno disegnarsi la vittoria immensa. L'aveva aspettata come se gli fosse stata promessa quando era giovine. - Ora vedrai che Italia avremo!
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Se Graziano usciva da solo a girare tutta la citt, Torino gli pareva ancora strana, cos intatta, un poco vuota, circondata di officine che lavoravano notte e giorno. Per prima cosa era andato a guardare la finestra della camera dove sua madre si era spenta; un'altra volta era salito in collina a riveder dall'esterno gli edifizi della clinica, perfettamente eguali a ci che erano quando l dentro stava suo padre. Ma il passato era sparso nella citt come l'aria, come la luce, gli sembrava scritto su tutte le cose. Non essendo capace di separarsi dall'uniforme, andava attorno col berrettuccio, con quella roba fatta di cattiva stoffa, poveri panni stinti che aveva trascinati sulla terra in ore tremende e dove si vedevano assai bene i rammendi fatti da lui. Imbruttito dalle sofferenze, veniva ora ripigliando un aspetto migliore, con l'espressione decisa, con la tempra che la vita di guerra gli aveva data.
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Rivide Fenice. Ella lo baci come una sorella espansiva. Nell'inverno un'epidemia che aveva uccisa molta gente, si era presa suo marito, come degnandosi di cogliere anche una vittima tanto fragile. Il legame infelice ed assurdo era troncato. Ma la morte, dove passa, lascia il segno nei sopravviventi. Fenice si sentiva adesso la vedova di quell'uomo, legata a lui dal lutto che portava. Suo figlio aveva ormai sedici anni, era un lungo ragazzo pieno di buona volont; ed ella non guardava che il suo avvenire. Cambiata casa, abitavano un piccolo appartamento abbastanza allegro; Fenice, pur lavorando sempre, aveva smessa la vita studentesca. Di recente, attraverso la Croce Rossa, le era giunta una lettera di Augusta Weiss, la prima. Pregava d'interessarsi di Rdiger: "Nel paese dove suo padre ha fatti i bei lavori e passate ore sublimi, egli sta prigioniero. Non posso comprendere se sia rassegnato. Io mi sono rassegnata a tutto, anche a ci che verr in seguito. Povera Austria! E poveri noi. Che sar di Rdiger, che sar della nostra famiglia? Io ero tanto sola in questi anni. Sono tanto sola". Conservava sempre l'appartamento presso l'universit, con tutti i vecchi tesori. Pensava di venire in Italia appena possibile, ma per prendere il figlio. E poi chiss? "Nella mia mente tu sei sempre la cara piccola Fenice. Hai ricordata qualche volta l'amica di altri tempi? Spero che vivrai felicemente come meriti, col tuo ragazzo; ma mi sembra che adesso siamo tutti delle cose da nulla. Voi dite briciole". Fenice aspettava il permesso d'andar a visitare il prigioniero nel campo dov'era.
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Il casale dei Mazz, nella pianura, era come prima; appena un poco pi trascurato. La madre di Valente voleva mostrare il brio d'una volta ma si era affievolita, pareva pi piccola. - Che cosa vi avevo detto?  ritornato. - Parlava di Valente. Nell'epidemia era morta una delle sue sorelle, la pittrice, ed in quella occasione egli era ricomparso. Cos la famiglia aveva saputo che di nuovo viveva in citt, lavorando in un'officina dove si fabbricavano proiettili d'artiglieria. Adesso continuava a star da s. - Ma  tornato - insisteva la signora. - Io sono tranquilla. - Facendo poi il giro intorno al casale a rivedere l'orto dove Nego aveva coltivati i cavoli, Graziano si diceva che il compagno era pur dovuto rientrare nella vita di tutti, nel dolore della sua famiglia come nella sorte del suo paese. Sorridendo immaginava quest'uomo, con la testaccia riccia piena d'idee astratte e di negazioni, mentre lavorava al tornio le belle ogive delle granate che la guerra aspettava, quest'uomo che non credeva alla storia e voleva tenersene fuori.
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Spesso Graziano provava ancora uno stupore di andare e venire da solo senza che nessuno gli comandasse, di poter pensare a se stesso; aveva anche un'impressione d'ozio, si vedeva innanzi un tempo vuoto che bisognava riempire. Avrebbe ricominciato a scrivere. Ora aveva in s, per esprimerlo, un mondo pi forte. A Torino aveva appreso che combattendo era morto, gi da due anni, Bruto Corese l'attore. Lo rammentava come lo aveva visto l'ultima volta, sulla scena a recitare e poi tra un atto e l'altro in camerino, con quel viso dipinto, con un pomposo costume indosso; paragonava le pareti di carta, le cose posticce, la vita finta, con la guerra, roccia ferro fuoco sangue, nella quale era destinato a sparire. E lo riudiva dirgli quelle parole "Mirare in alto", ma esse gli parlavano ora diversamente, come se la sua morte ne avesse rivelato il vero senso.
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Gran feste aveva fatte a Graziano lo zio Metello. Prima era andato pi volte a visitarlo negli ospedali; adesso voleva rivederlo sovente; gli disse un giorno, parlando brusco come quando era commosso: - Ora penserai ad avere una famiglia tua. Il nome Farra non deve perdersi. - Il giovine rispose soltanto con un sorriso, ma aveva nell'animo uno strano amore. Aveva cominciato in guerra a pensare ad una donna, col desiderio di averla per sempre e di averne dei figli. Non sapeva chi fosse, dove fosse, n l'aveva mai incontrata, ma la sentiva vivere; vagamente la vedeva, alta, ben fatta, con movenze nobili e franche; vedeva un volto bianco nel quale gli occhi scuri lietamente ardevano. Ne conosceva anche il carattere. Dopo le giornate delle offensive, che sembravano di un'altra esistenza, di febbre, di angoscia, di esaltazione, di rinunzia a vivere, quando ancora una volta si ritrovava vivo con tutto il suo sangue nelle arterie, cercava col pensiero quella donna. Non dubitava che a suo tempo l'avrebbe trovata. E sapeva bene a quale bont, a quale animo sincero, a quale amore di cose alte ella somigliava: a sua madre.
Metello era di nuovo solo. Aveva presi a pigione una camera ed uno stanzino presso una piccola famiglia di operai, in quella parte della citt che un tempo aveva preferita, l dove si vedeva il Po uscire in campagna; ma la casa, ancora sperduta in mezzo a prati, era ben pi lontana che quelle da lui abitate in altri anni, poich la citt era cresciuta molto. Sabina, mentre stavano ancora insieme, si era allontanata dal suo compagno come se lo avesse visto sotto una luce diversa. S'era data interamente alla chiesa.
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Doveva avervi ricevuti avvisi e comandi segreti. Tormentata dal rimorso della lunga unione illegittima e non benedetta, aveva chiesto a Metello di purificarla col matrimonio; ma egli, da troppo tempo, era avvezzo a considerar le cerimonie ed i vincoli tradizionali come cose incompatibili col proprio carattere, con le proprie idee; gli dispiacevano gli influssi misteriosi ai quali avrebbe dovuto cedere; tutto ci gli faceva temere un infiacchimento senile; aveva ricusato. Cos, ripresi i libri, quei mucchi di carte e giornali, i vecchi dipinti, se n'era andato.
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Sopra una guancia di Metello, dalla stessa parte dove la sua fronte portava la cicatrice antica, si vedeva il segno della ferita di Zurigo, netto come il taglio d'una sciabola. Egli aveva raccontato di essere stato colpito per caso da una scheggia di vetro. Nella nuova abitazione aveva sistemata la sua roba alla peggio; sempre in vista sul cassettone era la fotografia dei genitori da sposi, ormai pallida come se invece di persone in carne ed ossa l'obiettivo avesse avuti dinanzi due fantasmi. Gli appigionava la camera un vecchio stipettaio che aveva tenuta bottega ed ora andava a lavorare a salario; sua moglie preparava il vitto al pigionale; un figlio, legatore di libri, viveva in famiglia; e tutti si sentivano grandemente onorati d'avere in casa Metello Farra. Alla compagna che non aveva pi, questi ripensava spesso, ricordando come la sua vera casa quell'altra. Sabina gli scriveva per le feste solenni.
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Accadeva ora che Metello rifiutasse incarichi, si liberasse dagli impegni con qualche pretesto. La furiosa passione di muoversi, di lavorare non l'aveva pi; rimaneva in camera a leggicchiare; stava sul balcone a guardar la collina con le ville vecchiotte, un tratto del fiume, i prati nei quali le case operaie spuntavano sparsamente. Gli tornavano alla mente ore lontane, quando da altri balconi vedeva press'a poco le stesse cose, ed il suo animo d'allora, ci che credeva e sperava. Adesso aveva cinquantaquattro anni: il meglio della sua esistenza era stato inutile, pensiero, parole, fatiche, lotte, rischi, carcere? Oggi egli era pi che mai padrone di s, poteva farne quel che voleva di se stesso; come non desiderava vantaggi, cos non temeva danni; non temeva niente, in una rivoluzione si sarebbe potuto gettare corpo ed anima. Ma la fiducia d'una volta non c'era pi. Aveva pensato, insomma, che si potesse raddrizzar le cose, cambiar la vita, ricostruire la societ umana con la pura ragione; al mondo, qualunque aspetto prendesse la civilt coi suoi meccanismi sempre pi ingegnosi, avrebbero invece comandato sempre gli istinti primordiali, le passioni ataviche, le necessit brutali dell'esistenza. Forse, nel tempo, la vita umana girava sopra una linea chiusa, sopra un'invariabile orbita, come la terra.
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Ogni mattina, risvegliandosi, egli si domandava quale decisione avrebbe dovuto prendere, che fare, per mettersi d'accordo con se stesso. Non sapeva. Qualche volta ricordava suo fratello, seduto nello studio con l'occhio al microscopio, e le sue ricerche vane, il programma fallito della sua esistenza: ora stava dentro l'alveolo di cemento di un sotterraneo come in un armadio. Ma Sisto aveva almeno guariti infermi, lenite sofferenze. "Forse, - si diceva allora - anch'io sono stato un medico. Ho alleviati dolori con l'illusione".
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In questa citt dove non era mai stata e che le parve molto grande, venne l'Avventina. Da Donato Crivelli - il quale non s'era mosso da Santa Lucia - aveva appreso che Giusto era a Torino, in un ospedale militare. Dopo qualche tempo si era decisa al viaggio; aveva messe le poche cose necessarie dentro un paniere scuro e lucido. Come non aveva mai mostrata una fresca giovinezza, cos ora non appariva cambiata da questi altri anni trascorsi. Era sempre la stessa anche nel vestire monacale; in citt s'era tolto il fazzoletto dal capo, sebbene cos le paresse di non essere veramente vestita; i suoi capelli ben ravviati non avevano un filo d'argento. Tra la bianca gente cittadina il suo viso nero dava un'impressione di vita forte e faceva immaginare campi assolati. Confusa, stordita, ella non voleva dar segno d'imbarazzo n chiedere la strada a nessuno, tenendosi a mente le istruzioni ricevute. And ad alloggiare presso certe suore alle quali era raccomandata, in un vasto edifizio silenzioso dove si educavano ragazze povere; vi pass una notte, la mattina seguente ascolt la messa e poi and a trovare Giusto, dopo aver comprate delle arance da portargli. La gente aveva un'aria contenta e ripeteva i nomi di Trieste e di Trento: i soldati italiani vi erano entrati.
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Questo ospedale militare era allogato alla meglio in una scuola pubblica; dalla facciata pendeva una delle tante bandiere che si erano logorate e stinte rimanendo esposte giorno e notte dal principio della guerra. L'Avventina venne fatta aspettare al pianterreno in un largo corridoio ov'erano gi dei soldati convalescenti insieme ai loro visitatori; appartenevano alla scuola le panche messe lungo le pareti ed i quadri raffiguranti i funghi velenosi e le misure di capacit. Entrava dalle finestre il sole. Dal fondo del corridoio la donna vide venir innanzi uno di quei soldati malvestiti e pallidi, il quale camminava come se da poco avesse imparato e temesse ancora di sbagliare. Soltanto quando fu pi vicino, ella riconobbe la quadratura della persona di Giusto, la forma del suo capo, i lineamenti duri del suo viso. Le pareva tuttavia di trovarsi davanti un altro uomo, che sempre fosse stato cos scarno e debole.
- O Avventina, - gli disse abbozzando a fatica un sorriso - che fai qui?
Anch'ella sorrideva, mostrando un poco tra le labbra asciutte i denti bianchissimi; lo guardava senza abbassare subito gli occhi com'era solita: - Proprio cos lontano, e in mezzo al mare, doveva capitarti una disgrazia!
- Tanti altri ci stanno in fondo, a quel mare.
- S, il Signore ha voluto salvarti.
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Giusto aveva combattuto di l dell'Adriatico; mentre il suo reggimento veniva portato in patria, una notte il piroscafo aveva urtato in una mina errante ed era andato a fondo. Egli ricordava poco: il sussulto del bastimento; il momento nel quale aveva respirato acqua invece d'aria e si era detto: "Ecco, Giusto, come  la tua morte"; lo svegliarsi al freddo in una scialuppa; poi giornate nell'ospedale d'una citt calda piena di marinai; lunghi viaggi in treni ospedali, soffrendo, dormendo. Nel naufragio, senza saper come, aveva preso un colpo violento al dorso ed era rimasto come paralitico. Vi era stato il sospetto che fosse spezzata la colonna vertebrale, ma non era. A Torino aveva ricominciato a reggersi in piedi; gli era stato insegnato a camminare come ad un bambino.
- Donato - domand la donna - ti aveva mandati i miei saluti?
- Mi pare, ma erano difficili da leggere le lettere di Donato.
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- A Santa Lucia il capo  lui, il vero padrone, adesso. Lavora per tutti. Vedrai il podere migliorato, malgrado i tempi.
Si erano seduti sopra una panca, lontani dagli altri, abbastanza distanti anche tra loro. Ella stava composta, tenendo in grembo le arance avvolte nel fazzoletto che non portava pi in capo. Raccontava piano ci che sapeva, di Dionisio che in Francia era stato chiamato alla visita militare e riformato, e che non aveva mai pi scritto; della vecchia Marta, un poco svanita, che in casa di Regina seguitava a piangere facendo calze calze calze; parl anche di Ghianda, il quale era stato trovato morto davanti al cancello di una vigna, un giorno d'estate, coricato all'ombra con la testa sul suo sacco come quando stava a far la siesta. Le parole della donna mostravano a Giusto che quel mondo era veramente esistito ed esisteva ancora. Pi di ogni altra cosa lo interessava quel vagabondo, che s'era addormentato sotto un albero mentre gli altri facevano la guerra.
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Sempre composta e tranquilla l'Avventina infine gli domand: - Lo sai che non ho pi mio padre?  stato un anno ad aprile. - Giusto non sapeva. Ella descrisse brevemente la malattia; poi, tenendo in viso a lui gli occhi grandi e scuri, disse come aveva governate da sola le terre lavorandole sempre insieme ai servitori vecchi, a ragazze. Le buone braccia mancavano. Dappertutto le donne facevano quel che potevano; ma quanta terra trascurata, mal coltivata! Tacque un poco, a prender coraggio per quel che voleva dire. Soggiunse: - Io pensavo a te, ma nella guerra potevano ancora succedere tante cose... Ti ricordi la promessa che ci eravamo scambiata? Ora io posso mantenerla, se vuoi. - Stette zitta ad aspettare.
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Giusto era passato per le mani del soldato barbiere; il cranio ed il viso rasati coscienziosamente facevan sembrare pi misera l'uniforme frusta. - Hai la memoria buona, Avventina! - egli disse rifacendo il sorriso pi vivacemente. Si port una mano sulla bocca, si freg le labbra ed il mento, cerc con gli occhi una finestra per guardar fuori. Lo sguardo gli luceva. Questa donna era ancora per lui quella di un tempo! Aveva l'impressione che la fedelt, l'amicizia, quel ricordarsi di lui, non fossero soltanto della donna ma di Luvo, dei luoghi dov'era per tanto tempo vissuto, di tutta la campagna. Pens chi era costei che gli aveva parlato; pens il podere vicino all'Amist e le altre terre del vecchio scomparso e il denaro che certamente aveva lasciato: poteva diventare quasi il padrone di tutta quella roba, un ricco possidente, a Luvo, aver la casa presso la collina dell'Amist. Ella era venuta ad offrirgli questo. Riport lo sguardo lucido e contento sopra la donna vestita di scuro raccolta in s col piccolo fagotto in grembo, nel quale si vedevano le arance. Gli occhi di lei, larghi, lo guardavano aspettando.
- Cara Avventina, - disse Giusto - ti ringrazio, ti ringrazio.
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Ma gi altri pensieri gli erano ritornati in mente; si era fatto sentire il proposito che aveva nel profondo dell'animo, essendoselo portato dalla guerra donde usciva, maturato in quegli anni, in quella esperienza. Disparve il sorriso, lo sguardo si fece duro, la mascella parve divenire pi spessa e pi sporgente. - Ma io non posso ritornare a Luvo - disse adagio.
La donna prov un dolore acuto, uno smarrimento. Non distolse lo sguardo da quella faccia. A grado a grado vi aveva ritrovato l'uomo che conosceva ed amava, quello degli anni passati, perfino il giovine che lavorava nei campi dell'Amist; ma ora comprese che, dentro, era un altro. Le sue parole le parvero subito una sentenza irrevocabile. Pure, disse ancora, come pot con la gola serrata: - Non te ne importa pi niente dei nostri luoghi? Non verrai nemmeno a trovare Donato?
- Non  vero che non me ne importi. Ma non ritorner, nemmeno per un giorno. Voglio restare in citt.
Ella pens che non volesse pi lei perch era una brutta ragazza invecchiata lavorando la terra, e tra s gli dava ragione, sentendosi una cosa da poco malgrado le terre e il denaro che possedeva. Ben altri erano i pensieri di Giusto. Egli guardava nell'avvenire una soffitta simile a quella lasciata andando in guerra, per viverci come prima, solo; guardava, in qualche officina eguale a quella dove aveva lavorato, una trafila del ferro, con un carrello sul quale sarebbe forse arrivato a sedersi. Vide per la sofferenza in quegli occhi che non cessavano di fissarlo; vide l'avvilimento, la bont delusa. Prese alla donna una delle mani lunghe magre dure; le disse - Ti sar sempre riconoscente, Avventina. Sempre!
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Ella si alz, misur con lo sguardo il corridoio verso l'uscita come dicendosi che per forza doveva andar via; non tese pi la destra a Giusto, ma radun le forze ed il fiato per dire: - L'Avvento sai dov'. Io non cambier mai. - Si allontanava gi quando s'accorse di non avergli date le arance; si rivolse subito, sciolse il fagotto, gli consegn i frutti, poi se ne and ripiegando bene il fazzoletto.
Appena fu ritornata nell'educatorio dov'era ospitata, sebbene nel lungo tragitto, con una tristezza quasi disperata, avesse sempre supplicato Dio di soccorrerla, prov un bruciante desiderio di rimanere anch'ella in questa citt dove Giusto restava. Pens di non tornare mai pi a Luvo. Nascosto entro alti muri, ordinato, silenzioso, l'istituto, nel quale una pace religiosa si esprimeva in cose rare e semplici, sulle candide pareti segnate di crocifissi, pareva dirle: - "Non uscire mai pi. Qui sar il tuo rifugio. Avrai conforto, vi spegnerai tutti i pensieri che ti fanno male". Restarvi era certamente possibile; quel che possedeva, lo avrebbe dato in parte alla chiesa ed ai poveri di Luvo, in parte all'educatorio. Ma mentre pensava questo, sentiva anche un amore appassionato per la sua roba, un amore come se con tutte le sue fibre fosse legata al denaro accumulato dal padre e da lei, alla casa dov'era vissuta come in un santuario ed in un eremo, alla terra che avevano lavorata. Amava anche il paese, quell'aria, quella vita; ne sentiva il richiamo, che le sembrava di un'esistenza ancor pi bella e pi religiosa. No, questo era certo; ella sarebbe ritornata l, a zappare, a legare i covoni, a tagliar il fieno, a governare tutti i lavori, a custodir la casa, a far fruttare la terra, a radunar altro denaro, per darne un poco mentre viveva a chi era bisognoso, e lasciar poi ogni cosa, quando morisse, nel nome di Dio.
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Giusto, sentendosi guarire, aveva scritto a Metello Farra; chiedeva notizie di Graziano, del quale non aveva mai pi saputo niente. Ed il giovine decise con lo zio di recarsi insieme a trovarlo. - Dunque l'armistizio  firmato - disse Metello a Graziano. Intorno a loro udivano la gente ripeter sempre i nomi delle citt liberate, ed anche nominare altri luoghi che l'esercito aveva raggiunti nelle rapide mosse. Era di buon umore, Metello; si tirava le corde dei baffi con furia contenta. Poche ore dopo che aveva ricevuta la visita dell'Avventina, fu annunziato a Giusto quella dei Farra. Entr nel medesimo corridoio con quel passo esitante, tenendosi per paura vicino alla parete. Graziano portava anch'egli l'uniforme stracciona. Dopo il colloquio d'una domenica a Luvo non s'erano pi riveduti. Giusto studiava come egli fosse cambiato; gli aveva subito guardati i galloni da caporale; ma era piacevolmente confuso perch era venuto anche il deputato Farra.
- Ti ricordi - disse Metello - quando sei venuto a trovarmi? Oggi tocca a me. - Con quel viso tagliato e ricucito, anch'egli pareva un ferito di guerra. I due combattenti si raccontarono in poche parole i casi loro; Giusto descrisse il naufragio.
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- Hai fatta la tua parte! - comment Graziano.
- Che altro avrei potuto fare?
Metello disse: - La fine  venuta. - Nel viso, nel capo di Giusto, Graziano ritrovava la solita espressione ostinata, e si avvedeva che anche adesso, sotto l'apparenza immiserita, debole, conservava il suo vigore.
- Il mondo bisogner che cambi per forza! - rispose Giusto. - Dalla guerra tutti avranno imparato qualchecosa, spero. Torner all'officina, da povero manovale; ma a far la mia parte sar buono anche qui. In guerra non si guardava se fossi operaio o contadino: per la trincea ero buono. - Cercava sempre con gli occhi Metello. Questi s'era subito oscurato, allungando le grosse labbra; in piedi in mezzo al corridoio con le mani dietro la schiena, guardava i cartelli scolastici.
- Mi pare un obbligo - aggiunse Giusto - di esserci anch'io.
Metello pensava che quest'operaio o contadino dicesse per lui, ricordasse il dovere a lui. Curvava le spalle, si rannuvolava sempre pi. Ad un tratto si rivolse, fissando Giusto, con quella faccia imbronciata: - Se fossi in te, tornerei alla campagna, invece, a lavorar la terra. Non con le macchine, sai. Con la zappa, con l'antica falce, con l'aratro tirato dai bovi. Vorrei essere al tuo posto!
- Penso al vecchio Urbano - disse Graziano. - La sua  stata una bella vita d'uomo!
-  vero, - replic Giusto decisamente - ma ora sono altri tempi.
Bruscamente Metello annunzi che doveva andar via; batt sulla spalla a Giusto, gli strinse la mano e si allontan da solo, con una pesantezza di uomo ingrassato invecchiando.
- Sei gi uscito? - chiese allora Graziano al convalescente.
- Potrei. Mi manca il coraggio.
- Fatti un po' vedere a camminare.
Sorridendo, Giusto mosse qualche passo avanti e indietro, tenendo le mani sollevate come per appoggiarsi all'aria.
- Vai molto bene - giudic l'altro. - Ti accompagno io.
Per uscire Graziano pass il braccio sotto il braccio del compagno; discesero piano la gradinata d'ingresso, si portarono sul passaggio di un tranvai. Nel carrozzone la gente guardava i due soldati con simpatia, si scomodava a far loro posto; impacciato, Giusto non ringraziava nessuno. La giornata si manteneva limpida, luminosa. Davanti alla stazione discesero, s'incamminarono lungo la cancellata del giardino pubblico, pieno di fanciulli gridanti. Giusto fece capire all'altro che non voleva pi essere sorretto; ma i passanti erano numerosi, l presso scorrevano con strepito molti veicoli; dopo un breve tratto Giusto fu preso dal pnico e subitamente, prima che l'altro potesse afferrarlo, si pieg sui ginocchi come se apposta si fosse lasciato andar gi. Sebbene Graziano si fosse subito chinato a soccorrerlo, alcuni uomini si precipitarono verso di loro. - Mi alzo da me! - disse Giusto gettando occhiate imperiose attorno. In realt si lasci aiutare dal compagno a rimettersi in piedi. Sottovoce Graziano gli domand se volesse riposarsi in qualche luogo o tornare all'ospedale; ma Giusto col capo rispose di no, poi accenn la via che s'apriva innanzi a loro e andava al centro della citt: con aria di voler mettersi alla prova sfidando i pericoli. L'altro non lasci pi il suo braccio.
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Nella folla era un'animazione lieta, ma come se non si conoscessero ancora tutti gli avvenimenti. All'improvviso si vide avanzare portando una bandiera, una frotta di giovani che gridavano: - L'armistizio! - Parve essersi levato un prodigioso vento che cambiasse la citt, toccasse tutte le cose, chiamasse fuori ed accendesse di febbre tutta la gente. Ne usciva, gente, dai negozi, da ogni porta; ne veniva rapidamente da ogni via laterale, parlando concitata; si sporgeva dalle finestre con voci e grida liete; come per incanto sulle facciate apparivano bandiere nuove, innumerevoli, accanto a quelle ch'erano rimaste sempre esposte. La guerra era finita! La guerra era finita! Con volti radiosi, con sguardi lucidi, con gesti frenetici, e come in preda ad una veemente meraviglia, tutti ripetevano questo. Se lo dicevano, per accertarsene a vicenda, persone di ogni et e condizione, senza conoscersi: come se veramente la fine arrivasse improvvisa e ciascuno, prima, avesse pensato che non potesse mai pi venire. E si aveva la vittoria! Era terminata l'incertezza. Cos si decideva la sorte dell'immenso gioco: i nemici erano schiacciati. L'impresa tanto difficile era compiuta.
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Continuando a crescere, la folla si moveva sempre pi febbrilmente, mandava incessanti grida; si chiudevano le botteghe, si svuotavano gli uffici, le case; le vie chiamavano tutti, tutti sentivano un bisogno di mescolarsi alla folla, diventare folla. Incominciarono a passare altri drappelli - sempre al seguito di qualcuno che portava una bandiera - nei quali erano ragazzi, soldati, donne, facchini, vecchi commessi che non avevan mai lasciato il lavoro a quell'ora; e cantavano inni, canzoni dei soldati. Poi passarono anche fanfare e bande musicali, traendosi dietro masse pi folte. E tutto ci pareva avere un aspetto ed un significato nuovo: i canti, le musiche, le grida, le bandiere. Anche la gente pareva nuova, ossia risvegliata ad un tratto, uscita da un incubo. Sempre, a misura che la moltitudine cresceva, si faceva pi grande l'eccitazione; dalla febbre nasceva il delirio, una felice follia s'impadroniva di tutti. In volti ridenti si vedevano occhi pieni di lacrime; frotte sparse, anche di donne e bambini, ripetevano i canti che i cortei portavano; tutti nella lieta sorte si sentivano uniti; tra sconosciuti era un continuo scambio di saluti e grida, di abbracci; anche dei giovani e delle ragazze, che per la prima volta s'incontravano, fuori di s si tendevano le braccia, si baciavano, separati poi subito dai movimenti della folla. Combattenti in uniforme camminavano in mezzo alla via come portati da schiere di accompagnatori.
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Graziano e Giusto, al pari degli altri militari che volevano rimanere confusi tra la gente, erano fatti segno a saluti festosi, avvolti da onde improvvise d'ignoti che parevano averli cercati.
La pace era venuta. E la moltitudine sembrava dire con le sue grida, i suoi atti: "Siamo vivi. Si ricomincia a vivere. E sar una vita nuova". Si sentiva in tutti l'idea dell'avvenire, una fiducia nel tempo che adesso cominciava, come se veramente la vita di ognuno e di tutti dovesse d'or innanzi essere diversa da com'era stata sempre, immensamente pi bella. Guidando e rinfrancando col braccio il compagno, Graziano andava adagio, tenendosi fuori quanto poteva dall'ondeggiamento. La gente parlava di fiaccolate, d'una straordinaria illuminazione che quella sera si sarebbe fatta. Anche le case della via, molto vecchie, sembravano ringiovanite. I due soldati sboccarono nella piazza, chiusa come una sala, che aveva un carattere di antica stampa. Era gremita; le nobili facciate rimandavano musiche e clamori. Intorno a s Graziano scorgeva gente vecchia o matura, ma anche molti giovani, ragazzi e ragazze, pieni d'una forza intatta, e soldati dell'ultima leva, i quali non erano pi giunti alle trincee. La pace: anch'egli la sentiva come un'aria nuova che avvolgesse le cose. Accanto a lui Giusto taceva quasi sempre ed il suo sguardo pareva non riconoscere i luoghi. Prima il movimento della folla era stato disordinato, incoerente, follia felice che non sapeva che fare di se stessa; ora prese a formarsi una gran corrente, la quale s'ingolfava nell'altro tratto della via, movendo verso il cuore della citt sempre pi presto.
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Col compagno Graziano entr in quel canale, ma poco dopo sent che Giusto si faceva sorreggere pi pesantemente e gli vide nel viso scarno ombre di fatica. Tornarono indietro per cercare un cammino meno difficile. Andando contro la corrente, scorgevano la folla in faccia, i suoi volti innumerevoli, le bocche che cantavano o gridavano, le fronti erette, gli occhi incantati, scintillanti, ridenti, obliosi, felici. Pareva un popolo intero tutto avviato per una strada, in fondo alla quale una svolta celasse e promettesse insieme un orizzonte nuovo. Tutti gi lo vedevano con la fantasia, questo orizzonte; lo vedevano magnifico, pieno di luce.
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Ai due soldati, uscendo dal margine della corrente, si avvicinarono all'improvviso con impeto leggero tre giovani donne, alte, belle, coi capelli all'aria, vestite bene ma come fuggite da casa con impazienza. Anch'esse avevano le bocche aperte a gridi ardenti, con bei denti che splendevano, avevano brillanti occhi; nello slancio delle loro persone, in tutte le loro figure, insieme alla felicit si mostrava anche un senso d'amore. Si strinsero a quei soldati. Graziano sent posarsi due braccia morbide e forti sopra le sue spalle, un respiro veemente e puro avvicinarglisi al viso, una bocca piena di vita posarsi sulla sua guancia. Non aveva mai provato niente che somigliasse a ci che provava. Era un bacio puro ma pieno di forza e d'una volont d'amore, di un istinto di vita, quello che riceveva. Era un dono che gli veniva fatto da un'ignota, misteriosamente. Era un invito che gli faceva la vita: essa aveva quel bel viso, quegli occhi pieni di fiducia.
Anche Giusto, che s'era pi strettamente accostato al compagno, aveva ricevuto l'abbraccio. Qualcuno della folla aveva applaudito; grida amichevoli s'erano levate l presso, anch'esse un poco misteriose come tutto ci che accadeva ed era cos bello. Ma la corrente andava rapida; subito la gente cambi. Le tre donne erano gi lontane, immerse in quelle onde.
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"Che ho fatto - pens Graziano - per meritarmi questo?"
La donna che lo aveva baciato, egli l'aveva appena intravvista. Ma un altro pensiero, vago, gli venne poi nella mente: era la sconosciuta che amava e voleva far sua. Non sent bisogno di rivolgersi a cercarla, nemmeno con uno sguardo. Sapeva che sarebbe tornata sul suo cammino, la donna che amava, tornata per sempre nella sua vita.
Ricondusse il compagno all'ospedale. Quando vi furono vicini, sebbene fosse ormai sera, Giusto vide subito che presso l'entrata vi era l'Avventina. Stava immobile in cima ai gradini, con le sue vesti scure, con le mani riunite sul petto, accostata allo stipite in modo da non essere d'ingombro alla gente che doveva passare. Aspettava come se l'avesse mandata qualcuno.
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FINE.